“Il possibilismo nella pratica o, se si preferisce, la pratica possibilista, risiede nell’avvio di iniziative, nella gestione delle difficoltà emergenti, nella capacità di reagire per trovare soluzioni non previste a problemi individuali e collettivi ricorrendo a questa capacità di utilizzare risorse nascoste e, in particolare, nella capacità di definire politiche adatte ai luoghi e alle istituzioni. Essa riguarda i processi di cambiamento che vengono fuori da interazioni tra individui e aprono la strada a nuovi comportamenti individuali e sociali”, ci spiega l’economista Sebastiano Patti nel contributo intitolato Possibilismo nella pratica e leadership inclusiva. “Molto spesso” aggiunge Patti “nelle realtà locali, il processo di cambiamento e sviluppo è ostacolato dalla mancanza di un’organizzazione sistematica, piuttosto che dalla carenza di risorse finanziarie”
Vincenzo Marino e Nicoletta Stame hanno voluto presentare, in Pratiche possibiliste “Storie di persone che hanno passione per il cambiamento: per lo sviluppo economico e sociale, per un’orgazizzazione efficiente e responsabile, per una convivenza democratica”, attive in tre ambiti di intervento, la pubblica amministrazione, le imprese e i territori (N. Stame, Il cambiamento possibile. How).
Una delle esperienze che mi ha colpito di più è quella di Nicola Lamberti, forse anche a causa di un coincidenza che racconterò più avanti, esposta nel contributo Valori imprenditoriali e bene comune curato da Nicoletta Stame sulla base di due interviste. Lamberti è un fisico impegnato nella ricerca presso il CNR, che si trova a fare anche l’imprenditore per collaborare al progetto di un amico, ed è sindaco di Borgarello, paese di circa 2700 abitanti in provincia di Pavia.
Lamberti racconta che quando ha iniziato l’attività di impresa nella società 7pixel ha capito l’importanza di non pianificare “Spesso nella nostra vita tendiamo a pianificare così tanto nel dettaglio, che rimaniamo progionieri di quei pensieri. …. Decidere prima, definire il percorso prima, è un grossissimo limite. In più se investiamo troppo tempo nella pianificazione corriamo il rischio di sentirci estremamente legati, o forse fin troppo affezionati, all’investimento di tempo che abbiamo fatto in questa pianificazione”. Rimanere aperti a cogliere le aternative che ci si presentano è importante anche nella vita privata. Nel campo delle attività d’impresa, in particolare, “è vitale essere innovativi e aperti. Lontani dal vincolo di una pianificazione a lungo termine che porterebbe l’impresa fuori dal mercato e dalla sua naturale propensione al cambiamento. E’ necessario basare quasiasi decisione su una maggiore conoscenza dei dati a disposizione coniugata all’esperienza accumulata nei passi fatti fino a quel punto”
Lamberti propone quindi una “metodologia agile“, basata sull’apprendere dagli altri e sul non pianificare. Di fronte a un problema grande, la metodologia agile insegna a concentrarsi sul primo passo da compiere (step). In questo modo si riesce a ridimensionare il problema e ad utilizzare tutte le informazioni che a mano a mano si acquisiscono. “La mia esperienza mi ha insegnato quanto sia importante avere chiara la meta ma quanto sia necessario non delineare a priori il percorso per raggiungerla” sostiene Lamberti.
La metodologia agile insegna anche a guardare in una diversa prospettiva il fallimento. “Noi siamo un popolo pieno di inventiva che però fatica a fare impresa, perchè siamo terrorizzati dalla paura di sbagliare. Sarebbe utile acquisire l’importanza del fallimento come esperienza, come feedback. Se al prossmo passo il terreno si mostra poco adatto al nostro percorso vorrà dire solo che dobbiamo cambiare percorso. Nessun fallimento. Solo esperienza”.
L’insegnamento più importante appreso nell’esperienza di imprenditore e amministratore locale, ci racconta Lamberti, è che “quanto più ci concentriamo nel momento presente (e non nel futuro … che non governiamo e non controlliamo) su tutto il mondo che ci circonda, sul sistema che ci ospita e, qundi, non solo su di noi, tanto più avremo fatto il migliore investimento sul nostro futuro stesso.”
Nel pomeriggio ho letto la testimonianza di Lamberti, di mattina mentre ero in auto avevo scoltato alla radio l’omelia di papa Francesco per la Pentecoste, che conteneva questo passaggio: “Il primo consiglio dello Spirito Santo è: abita il presente. Il presente, non il passato o il futuro. Il Paraclito afferma il primato dell’oggi, contro la tentazione di farci paralizzare dalle amarezze e dalle nostalgie del passato, oppure di concentrarci sulle incertezze del domani e lasciarci ossessionare dai timori per l’avvenire. Lo Spirito ci ricorda la grazia del presente. Non c’è tempo migliore per noi: adesso, lì dove siamo, è il momento unico e irripetibile per fare del bene, per fare della vita un dono. Abitiamo il presente!”. Mi sembra di cogliere una consonzanza tra le esortazioni di Nicola Lamberti e quelle di papa Francesco.
Chiude il volume un saggio di Vincenzo Marino, intitolato Osservazioni sul possibile, dedicato agli aspetti teorici che accomunano le diverse pratiche possibiliste esposte nei capitoli precedenti. Questi aspetti trasversali fanno riferimento, secondo Marino, agli “insegnamenti di Albert Hirschman ed Eugenio Colorni nella specifica declinazione di Luca Meldolesi e Nicoletta Stame e del gruppo di lavoro confluito nell’A Colorni-Hirschman Institute“. Partendo da questo filone di esperienze e ricerche Marino si è cimentato in alcuni sconfinamenti, seguendo la pratica hirschmaniana del trespassing, che gli hanno consentito “per assonanze e contrasti” di definire un suo inquadramento dell’approccio possibilista. Attingendo agli studi sull’innovazione di Steven Jhonson e a quelli di David Eagleman sul funzionamento della mente, confrontati con le riflessioni si Albert Hirschman ed Eugenio Colorni, Marino evidenzia “la natura spiraliforme del processo di sviluppo” per la quale “quando un sistema sociale o organizzativo intercetta questa modalità diviene più capace di cogliere l’innovazione, di svilupparsi autoriproducendosi. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia: quando un sistema perde o non possiede questa capacità (per ragioni che possono essere molteplici) si può innestare un processo altrettanto spiraliforme: l’inviluppo del sottosviluppo. Ovvero la tendenza di società, paesi, territori ad “avvitarsi su se stessi” ridimensionando progressivamente la capacità di intercettare l’innovazione e di migliorare virtuosamente.”
Soprattutto in queste situazioni regressive il possibilismo è chiamato ad intervenire. Esso infatti è “Uno strumento di azione, più che un supporto all’analisi statica dei fenomeni, perchè sposta l’attenzione dalla mera identificazione dei cambiamenti necessari per ottenere lo sviluppo, focalizzando l’attenzione sui meccanismi che li generano e li rafforzano. Ecco! La gran parte dell’ossessione possibilista nel campo dello sviluppo economico sta forse proprio nel tentativo di sovvertire le resistenze al cambiamento, di agire in terra hostilis per risalire la corrente”.
Per orientare il possibilismo come strumento di azione è necessario chiedersi quale ne sia lo scopo fondamentale. A questo proposito Marino sostiene che “l’intero impianto del lavoro straordinario di Eugenio Colorni e Albert Hirshman nasce nella consapevolezza di porre al centro del ragionamento “le persone” con i loro bisogni, i loro diritti, le loro legittime aspettative di emancipazione”. Dalla centralità della persone dicende che “le libertà civili, politiche, economiche, sociali costituiscono il fine ultimo dell’azione possibilista“.
Marino riflette infine su quali siano i limiti dell’azione possibilista e li identifica così: “Consapevolezza del limite (se si vuole anche della “fallacia” dell’umano) e amore per la realtà e per la persona che implicano un processo continuo, per tentativi ed errori, di apprendimento. E’ un processo al quale ci si può allenare, migliorando progressivamente ed emulando “gioiosamente” la fatica di Sisifo”. … “Il possibilismo non è dunque avventurismo. E neppure, per usare un brutto neologismo, “cambiamentismo”. Seppur nasce con un autoironico “pregiudizio per il miglioramento” è una pratica consapevole e rigorosa. Ostinata. Ardita e prudente allo stesso tempo.”
In questo tempo che porta molti a riflettere sui cambiamenti necessari e sui mezzi a disposizione per promuoverli (anche se molti parlano maldestramente di resilienza, lasciando pensare che sia auspicabile far tornare le cose esattemente come prima), le pratiche possibiliste raccolte da Vincenzo Marino e Nicoletta Stame sono senza dubbio (qualche rara volta si può non dubitare) ottimo cibo per le menti. Come lo sono le riflessioni dei curatori e la breve nota di Luca Meldolesi che aprono e chiudono il volume.
Vincenzo Marino e Nicoletta Stame (a cura di), Pratiche possibiliste, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2020.