Scuola d’impresa diffusa

Ho conosciuto Franco Cioffi quattro anni fa, quando su consiglio di Luca Meldolesi gli chiesi di farmi conoscere le attività che stava portando avanti in Campania.

Mi diede appuntamento a Sessa Aurunca, presso l’azienda gestita dalla cooperativa sociale Al di là dei sogni, e partii da Roma con Federica Alatri (impegnata in un master sulla gestione dei beni confiscati), che poi scrisse sul suo blog un bel resoconto della visita alle aziende del consorzio NCO (http://federica-alatri.it/?page_id=6403). A Casal di Principe, presso il ristorante Nuova Cucina Organizzata, ci raggiunse Tommaso Di Nardo.

Tommaso venne a Fondi circa un anno dopo (con Francesco Vasca e Antonietta Riccardo) per presentare il libro Reti di periferia (https://www.iford.eu/2017/11/07/reti-di-periferia-sistemi-sociali-virtuosi-fra-terra-di-lavoro-e-terra-dei-fuochi-sabato-11-novembre-la-presentazione-a-fondi-latina). Fu un grande successo, una bella discussione e 30 copie del libro vendute, a testimonianza del rapporto ancora forte tra i territori della Terra di Lavoro.

Con Franco Cioffi da allora ci siamo sentiti spesso, con Federica e Antonella Bonaduce, l’anno scorso ho anche visitato la sua scuola di impresa a Bagnoli (http://federica-alatri.it/?p=7647), una delle esperienze che racconta nel libro Scuola di impresa diffusa, fresco di stampa.

Sostiene Franco nella prefazione al libro che In Italia si dà spesso per scontato che l’imprenditoria (profit e no profit) è “un’erba spontanea” che cresce e si espande in maniera naturale, e che, all’inverso, la PA è destinata a non funzionare, quasi fosse condannata in tal senso da una “divina maledizione”. Per contro lui ritiene che lo sviluppo delle imprese e il miglioramento della pubblica amministrazione sono processi che vanno stimolati, progettati, accompagnati e orientati verso le migliori pratiche con un approccio strategico ma, anche, manageriale dal basso in quanto qualsiasi organizzazione risente la mano di chi la pensa e la governa

La prima parte del libro ci espone la visione dell’autore sulla corretta gestione delle aziende, con brevi capitoli dedicati a temi come lo stile di direzione, la crescita del capitale umano, l’amministrazione, la successione generazionale, le nuove frontiere del marketing in riferimento allo sviluppo delle neuroscienze e dei social media.

Nella seconda parte Franco Cioffi racconta il suo percorso professionale e di vita, dalla tesi di laurea sul ruolo di una grande impresa nella crescita delle competenze e dell’economia locale in Campania, al successivo lavoro presso la Presidenza del Consiglio nel Comitato per l’emersione del lavoro irregolare, fino alla decisione di tornare sul campo nel ruolo di temporary manager e di formatore per provare a praticare poltiche di incivilimento economico e sociale dal basso, mediante la riorganizzazione e lo sviluppo di piccole e medie imprese locali. Il lavoro sul campo rappresentava per il giovane economista anche un’opportunità per sperimentare i concetti teorici del pensiero possibilista, elaborati soprattutto da Eugenio Colorni, Albert O. Hirshman e Luca Meldolesi (relatore della sua tesi e presidente del Comitato)

Venti anni di esperienza sul campo hanno portato l’autore alla conclusione che è necessaria una figura professionale a cavallo tra: aziendalista, economista e agente di sviluppo locale, creata mediante scuole di formazione di qualitàIl coinvolgimento attivo di soggetti istituzionalmente deputati anche a tale ruolo (Stato, Regioni, Comuni ma, anche, Fondazioni, Sindacati ecc.) potrebbe contribuire a tale scopo mediante una legislazione tendente più ad “accompagnare” (tutoraggio e formazione diretta) che ad “aiutare” (agevolazioni fiscali e finanziarie) le imprese nei loro percorsi di sviluppo e consolidamento. La seconda parte di Scuola di impresa diffusa termina con l’esperienza dell’accompagnamento di due ex dipendenti del conservificio La Doria, per l’avvio di una nuova impresa, dopo che l’azienda aveva deciso di abbandonare lo stabilimento di Acerra.

La terza e ultima parte è dedicate alle esperienze con il terzo settore e con gli enti locali. Ci dice Franco Cioffi che le organizzazioni del terzo settore, oltre a fornire servizi di cura e promozione sociale alle comunità locali, una volta rafforzate le competenze imprenditoriali e gestionali possono a loro volta diffondere nel territorio la cultura di impresa e fungere da leva per lo sviluppo locale. Il racconto della collaborazione con tre importanti comuni in Campania è molto più sofferto, ma anche in questi contesti, sostiene l’autore, si possono mettere in atto strategie efficaci per superare le resistenze al cambiamento.

Tutte le attività descritte nei capitoli precedenti, recita l’ultimo capitolo, negli anni si sono naturalmente canalizzate in un progetto di sviluppo civico ed economico integrato, finalizzato a difondere la cultura dimpresa nei territori, per migliorarne la competitività e aumentare i livelli occupazionali: Scuola d’impresa diffusa.

Una rivoluzione che non ha confini geografici, di settore, di competenze, ma un unico obiettivo: provare a incivilire in Mezzoggiorno d’Italia con politiche dal basso.

Tutti gli attori a vario titolo protagonisti di questa azione civica formativa sono consapevoli che il ritorno dell’investimento individuale è dato dal miglioramento della vita pubblica di comunità.

Ma sono soprattutto coscienziosi che l’agente del cambiamento, per essere tale, deve fare un grosso lavoro di introspezione, rilevare ed analizzare i limiti personali, e tendere a migliorarsi costantemente con un approccio da “mano che nasconde”, cioè con un approccio umile e senza pregiudizi di sorta.

Le parole d’ordine sono: etica, auto sovversione, formazione continua e trasferimento delle competenze.

Sono convinto anche io che le imprese radicate nel territorio, sia quelle sociali sia quelle for profit, sono oggi le principali leve disponibile per promuovere lo sviluppo locale, o per l’incivilimento come dice Franco. Si tratta delle imprese e degli imprenditori descritti per esempio da Francesco Erbani nel libro L’Italia che non ci sta (https://wordpress.com/post/viaitri.blog/121) e da Antonio Di Gennaro in Ultime notizie dalla terra (https://wordpress.com/post/viaitri.blog/118).

La sfida che vorrei affrontare l’anno prossimo insieme a Franco, resa più difficile ma più necessaria dalla pandemia, è quella di portare la sua Scuola d’impresa diffusa anche nel Lazio meridionale.

Franco Cioffi, Scuola d’impresa diffusa, Rubettino, 2020.

Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana.

Vincenzo Rossetti nel libro Dalle paludi a Littoria, diario di un medico 1926-1936 dedicò un capitolo ai guitti, braccianti agricoli stagionali, provenienti in gran parte da Trevi nel Lazio, che lavoravano a giornata nella Palude Pontina sotto il giogo dei caporali. Fiducioso nel progresso portato dalla bonifica, Rossetti scriveva: Il caporalato è stata una delle tante piaghe che va scomparendo con immensi benefici morali e materiali di tanti umili e forti lavoratori.

Le vicende raccontate da Marco Omizzolo si svolgono più di ottanta anni dopo, dal 2008 al 2019, ma la piaga è ancora aperta. Il territorio dove Rossetti svolgeva la missione di medico nella palude infatti è lo stesso che Omizzolo percorre nel duplice ruolo di sociologo e attivista. La sua missione è studiare le condizioni di vita dei braccianti soggetti al caporalato, in gran parte originari del Punjab, e migliorare le loro condizioni di vita.

Il diario di Omizzolo, appassionante come quello di Rossetti, inizia dall’incontro con un immigrato caduto dalla bicicletta che indossava un turbante giallo, una tunica bianca e scarpe dalla punta arricciata (scoprirà solo in seguito che erano segni distintivi degli indiani appartenenti alla comunità Sikh) e termina con la preparazione della seconda manifestazione sindacale dei braccianti di origine indiana a Latina, quella del 21 ottobre 2019.

Nell’arco di undici anni Omizzolo inizia e porta a termine un dottorato di ricerca sulla comunità Sikh nell’Agro Pontino, si traveste per condividere le esperienze di lavoro dei braccianti indiani, si reca nel Punjab per studiare il traffico internazionale di esseri umani, apre e gestisce con la cooperativa In Migrazione un centro di servizi per i migranti, organizza con il sindacato FLAI CGIL la prima grande manifestazione dei braccianti di origine indiana a Latina nel 2016, pubblica articoli, saggi e libri, riceve tante minacce da chi non vuole che disturbi lo sfruttamento dei braccianti ma anche il titolo di Cavaliere dal presidente Mattarella, accoglie gli inviati di testate giornalistica nazionali ed estere.

Sotto padrone ci offre una rappresentazione tanti problemi vissuti dai braccianti nell’Agro Pontino e nella Piana di Fondi, come i carichi di lavoro pesantissimi, le paghe spesso molto al di sotto dei minimi contrattuali, la discriminazione e lo sfruttamento sessuale delle donne, l’induzione all’uso di droghe per sopportare la fatica e il dolore, le minacce e i maltrattamenti subiti, l’uso di agrofarmaci illegali e l’esposizione ai loro effetti sulla salute, perfino alcuni casi di vero e proprio schiavismo,.

La comunità Sikh in provincia di Latina è la seconda per dimensioni in Italia, dopo quella dell’Emilia-Romagna. I cittadini di nazionalità indiana regolarmente censiti nella provincia erano 11.660 al 1° gennaio 2019, ma secondo una stima di Cgil basata sulla quantità di persone che accedono a vari tipi di servizi (Caf, scuole di italiano, ecc.), riportata in un reportage pubblicato sul sito internet del progetto Open Migration, i Sikh che vivono effettivamente nell’area sarebbero più del doppio: circa 25.000, che lavorano prevalentemente nelle aziende agricole.

La storia raccontata da Omizzolo parla dello sfruttamento ma anche del riscatto di una comunità che ha acquisito consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo, che si organizza grazie anche al sostegno dei sindacati, che si inserisce nella vita civile. Lo scorso mese di aprile i residenti di origine indiana hanno donato 10.000 euro all’ospedale di Latina, per aiutarlo a fronteggiare l’epidemia CoViD-19.

Il percorso di emancipazione dei lavoratori impegnati in Provincia di Latina è forse favorito dalla diffusione delle colture protette, che richiedono manodopera tutto l’anno. Si è insediata infatti qui una comunità stanziale, legata al territorio, a differenza dei lavoratori immigrati che si spostano tra diverse regioni italiane seguendo i raccolti, descritti per esempio da Sara Manisera nel libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne. L’insediamento stabile favorisce la rivendicazione dei diritti.

La presa di coscienza della comunità Sikh è ben rappresentata dall’ultimo personaggio che Omizzolo ci presenta in Sotto padrone. Si tratta di una vivace ragazza di origine indiana, Greta Kaur, incontrata dall’autore durante una conversazione con gli studenti di una scuola media a Pontinia. Al termine dell’iniziativa, Greta lo avvicina e gli dice “Ti vorrei ringraziare perché ascoltandoti ho capito cosa voglio fare da grande. Voglio fare la giornalista. Ma non una giornalista qualsiasi, una giornalista per la giustizia.”

Marco Omizzolo, Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019.

L’Italia è bella dentro. Storie di resilienza, innovazione e ritorno nelle aree interne.

Luca Martinelli, giornalista e autore di libri di inchiesta sul territorio italiano come Le conseguenze del cemento, Salviamo il paesaggio, L’acqua non è una merce, tutti pubblicati da Altreconomia, si è occupato per due anni di comunicazione nel gruppo di lavoro della “Strategia nazionale per le aree interne”.

Da questa esperienza nasce il libro L’Italia è bella dentro, dedicato appunto alle aree interne italiane. Si tratta di un lavoro collettivo, al quale hanno partecipato, oltre all’autore principale, Alessio Maurizi e Massimo Acanfora, giornalisti, e Silvia Passerini, architetto e vicepresidente della “Rete del ritorno ai luoghi abbandonati”. Il volume, molto denso nelle sue 140 pagine, contiene anche due interviste, a Fabrizio Barca, coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità e promotore della Strategia Nazionale Aree Interne, e ad Andrea Cavallero, promotore della legge sulle associazioni fondiarie in Piemonte, e due conversazioni, la prima con Elena Jachia, Direttore Area Ambiente della Fondazione Cariplo, l’altra al poeta irpino Franco Arminio, fondatore della paesologia.

Nell’introduzione Martinelli ricorda l’opera di Nuto Revelli, che definiva Il mondo dei vinti le valli cuneesi in cui vivevano i contadini e montanari che aveva intervistato. Oggi invece, sostiene l’autore, se da una parte le aree interne e più in generale quelle rurali manifestano un forte malessere che si estrinseca con il rifiuto delle diversità, la sfiducia verso il sapere scientifico, la propensione ad affidarsi a uomini forti che promettono di ristabilire l’ordine, esse rappresentano oggi spazi di critica e di sperimentazione sociale, dove avanzano altri modelli di sviluppo.

Per consentire alle aree interne di esprimere il proprio potenziale e invertire la tendenza allo spopolamento, nel 2013 è stata varata dal Ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), articolata in due linee di azione: promuovere lo sviluppo attraverso l’uso dei fondi strutturali e di investimento europei; assicurare i servizi essenziali come quelli per la salute, l’istruzione e la mobilità. Alla descrizione della Strategia Nazionale, che ha coinvolto 72 aree progetto per una superficie complessiva pari al 16,7% del territorio nazionale, è dedicato il primo capitolo del libro. Ancora poco nota al di fuori delle aree progetto e dall’ambiente degli addetti ai lavori, la SNAI merita di essere conosciuta. Il Ministro per la coesione territoriale in carica, Giuseppe Provenzano, in un intervento alla Camera dei deputati, ha affermato che il Governo prevede di trasformare quella che è stata una sperimentazione sulle aree interne in una vera e propria politica che si integri con il complesso delle aree marginalizzate nel nostro Paese.

Il secondo capitolo raccoglie undici Storie di restanza e di ritorno, collocate in diverse regioni, dall’alto Adige ai Monti Dauni. Una di queste si svolge nel Lazio meridionale, quella dell’associazione Rise Hub della Valle di Comino, coinvolta nella SNAI con altre tre aree del Lazio: i Monti Simbruini, i Monti Reatini e l’Alta Tuscia. In un territorio che comprende 18 comuni, con 29mila abitanti in 600 chilometri quadrati, l’associazione di promozione sociale Rise Hub coinvolge ritornanti, giovani rientrati nella Valle di Comino dopo periodi di studio e lavoro in città italiane o estere, insieme a migranti provenienti da Africa e Asia. Tra i progetti promossi da Rise Hub troviamo il campo di lavoro per la rigenerazione urbana Art in the Valley, finanziato dalla Commissione Europea con il programma Erasmus Plus, e la partecipazione al programma Youth Exchange che ha visto coinvolti giovani provenienti da Romania, Bulgaria, Italia, Spagna e Paesi Bassi in un soggiorno di formazione in Romania. Rise Hub propone anche un catering itinerante, con specialità del Mali, del Pakistan, della Costa d’Avorio e del Gambia, paesi d’origine dei cuochi. Rise Hub è stata fondata in seguito al progetto Terre&Comuni, sostenuto dal GAL Versante Laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, che aveva l’obiettivo di creare una connessione tra giovani disoccupati, migranti, rifugiati e richiedenti asilo del territorio della Valle di Comino, con le istituzioni locali, le imprese private che lavorano nei settori dell’agricoltura e del terzo settore per proporre nuovi modelli di inserimento dei giovani, migranti e non, nel mercato del lavoro e valorizzare le risorse locali. Terre&Comuni è stato valutato dalla Rete Rurale Europea (ENRD) come una delle migliori pratiche di inclusione dei migranti in territori rurali nel 2015 in Europa.

Il capitolo 3 è dedicato alle associazioni fondiarie, nate per iniziativa di Andrea Cavallero, ex docente della Facoltà di Agraria a Torino, per contrastare l’abbandono dei terreni agricoli. Un’associazione fondiaria, spiega lo stesso Cavallero, è una libera associazione fra i proprietari dei terreni abbandonati appartenenti a un Comune o a Comuni limitrofi che viene eventualmente, ma non necessariamente, patrocinata dallo stesso ente. Le finalità sono il recupero funzionale delle superfici agricole, la loro valorizzazione ambientale, paesaggistica, a favore del multiuso del territorio, favorendo l’utilizzazione collettiva delle superfici. Oggi le associazioni fondiarie costituite o costituende in Italia sono circa 60, in Piemonte e Lombardia sono state riconosciute con leggi regionali. Per accompagnare chi vuole tornare nelle aree interne, anche allo scopo di  gestire i terreni delle associazioni fondiarie, la Rete del Ritorno, la Fondazione Nuto Revelli e l’associazione Thara Rothas hanno fondato la Scuola del Ritorno.

Al programma AttivAree della Fondazione Cariplo è dedicato il quarto capitolo. Sostiene Elena Jachia, responsabile del programma, che I territori marginali sono ricchi di elementi di attrattività naturalistica, culturale e sociale, ma questi patrimoni devono essere messi a sistema e integrati con elementi di innovazione territoriale, quali l’attivazione di nuovi servizi o il potenziamento e l’attualizzazione di quelli esistenti. Bisogna fare in modo che le aree interne diventino territori in cui sia effettivamente possibile tornare ad abitare.

Chiude il volume la conversazione con Franco Arminio. Lo scrittore sostiene la necessità di una rivoluzione culturale, che coinvolga in primo luogo i sindaci delle aree interne, che lui vede in generale poco fiduciosi nel loro ruolo, …, abituati a un altro modo di fare politica, che si misura solo sulle strade asfaltate, sulle lampadine, sulla disponibilità di risorse da spendere, che sono importanti ma certo non l’unica cosa che serve sui territori.

Il libro curato da Luca Martinelli è senza dubbio molto utile per chi è interessato al futuro delle aree collinari e montane, ne mette in luce le potenzialità senza nasconderne o sottovalutarne i problemi. Con altre pubblicazioni recenti, come L’Italia che non ci sta di Francesco Erbani (https://viaitri.blog/2020/11/13/litalia-che-non-ci-sta-viaggio-in-un-paese-diverso/), e Ultime notizie dalla terra di Antonio di Gennaro (https://viaitri.blog/2020/11/13/ultime-notizie-dalla-terra-la-terra-dei-fuochi-questioni-per-il-paese-intero/), L’Italia è bella dentro sollecita l’attenzione sulle prospettive di una parte importante del nostro paese. Un’occasione importante per discutere di questo tema sarà, l’anno prossimo, il cinquantenario della legge Legge 3 dicembre 1971, n. 1102., Nuove norme per lo sviluppo della montagna.

Luca Martinelli, L’Italia è bella dentro. Storie di resilienza, innovazione e ritorno nelle aree interne. Altreconomia Edizioni, 2020.

Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996

Le vicende ricostruite da Luigi Piccioni in questo libro si svolgono tra il 1962, quando un articolo pubblicato da una rivista locale del Partito socialista italiano richiama l’attenzione sulle speculazioni immobiliari che minacciano il Parco Nazionale d’Abruzzo, e il 1996, quando viene istituita la Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. Le aree geografiche interessate sono l’alta Val di Sangro (confinante con il Lazio Meridionale) e la Valle Peligna, con significativi riferimenti al contesto regionale e a quello nazionale. Luigi Piccioni racconta iniziative e i conflitti che hanno avuto lo scopo di “integrare le attività e le domande degli uomini, delle società locali e di quella nazionale, con una rigorosa e intelligente difesa dell’ambiente”, per “far conoscere a chi non sa quanto è stato costruito in Italia negli ultimi sessant’anni per combinare tutela e sviluppo e per rinfrescare la memoria e chi l’ha dimenticato”.

La prima parte del libro, intitolata “Dall’Alta Val di Sangro alla montagna abruzzese”, è dedicata alle vicende del Parco Nazionale d’Abruzzo dai primi anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70, quando una nuova generazione di amministratori locali nei comuni dell’Alta Val di Sangro (in gran parte “fuor sede” che studiano nelle città ma vogliono impegnarsi per i paesi d’origine) cerca nuove strade per lo sviluppo locale, in collaborazione con l’Ente Parco. La loro esperienza diventa un punto di riferimento per l’Abruzzo e per tutto l’Appennino.

L’esperienza cui è dedicata la seconda parte, con il titolo “Dalla montagna interna all’Abruzzo”, inizia nel 1978. Alla Camera del Lavoro di Sulmona, dove già opera Elio D’Orazio, originario di Villetta Barrea e coinvolto nel Movimento popolare Alto Sangro, arrivano Domenico D’Aurora e Gianni Melilla, giovane dirigente impegnato nelle Leghe dei disoccupati, che nelle intenzioni del Pci e della Cgil dovrebbero contrastare l’egemonia dell’Autonomia operaia sui giovani di sinistra. Proprio dalla Camera del Lavoro di Sulmona parte l’iniziativa di “Mettere al centro di una piattaforma rivendicativa per un’area interna le possibilità di sviluppo legate alla protezione della natura e all’esistenza di un’area protetta”, uscendo dallo schema del conflitto tra ambiente e lavoro (l’area protetta di riferimento è il Parco Nazionale d’Abruzzo). La Camera del Lavoro di Sulmona anticipa quindi di circa 10 anni la Cgil nazionale, che solo con il XII Congresso del 1991 rivendica l’attuazione della legge quadro nazionale sui parchi, affinché le aree protette ricoprano almeno il 10% nel territorio nazionale. È vicino a D’Aurora e Melilla un autorevole dirigente nazionale del sindacato, Silvano Levrero, attivo negli stessi anni a sostenere le iniziative per l’uso delle terre pubbliche, proposte dai giovani impegnati nella cooperativa Silvo-pastorale Vallumana a Fondi. Nel dicembre 1995 la Regione Abruzzo, il Servizio Conservazione della Natura del Ministero dell’Ambiente e Legambiente Nazionale promuovono il progetto Appennino Parco d’Europa – APE. Quattro mesi dopo il progetto APE sarà al centro del protocollo d’intesa firmato da Cgil-Cisl-Uil nazionali e Legambiente, per il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile.

“Dall’Abruzzo al Genzana” è intitolata la terza parte del libro, dedicata alle iniziative per la protezione dei monti e delle vallate nei dintorni di Sulmona, che uniscono il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. Nel 1990 si costituisce il comitato promotore, per iniziativa di Cgil Abruzzo, Legambiente Abruzzo, WWF Abruzzo e Parco Nazionale d’Abruzzo e inizia una vicenda complessa e contrastata, che porterà all’approvazione della legge istitutiva della Riserva Regionale del Monte Genzana e dell’Alto Gizio nel 1996.

Il volume è completato da una raccolta di documenti originali, da una serie di interviste, da una ricca bibliografia e da una documentazione iconografica che comprende riproduzioni di manifesti, locandine e articoli di giornali.

Tra i documenti originali troviamo il dattiloscritto di D’Aurora sul convegno organizzato della Camera del lavoro di Sulmona il 23 marzo 1985. In questo convegno vengono presentate due proposte: la costituzione di un sistema regionale di aree protette che includa il parco della Majella-Morrone e l’uso produttivo delle terre pubbliche definito “Una leva imprescindibile per un recupero delle zone interne che poggia sull’inserimento di strutture e processi di produzione capaci di accumulazione autopropulsiva, e quindi di un riequilibrio reale.” Dopo trentacinque anni possiamo dire che sulla creazione di sistemi di aree protette, in Abruzzo come nel Lazio e in altre regioni, sono stati fatti importanti passi in avanti. Le aree naturali protette costituiscono una rete ormai consolidata, grazie a norme comunitarie, nazionali e regionali, ma negli ultimi anni assistiamo a un calo significativo dell’attenzione e delle risorse che vi vengono dedicate. Il problema dell’uso produttivo delle terre pubbliche invece non ha avuto risposte rielevanti e si è anzi aggravato a causa dello spopolamento delle aree interne. Questo libro rappresenta quindi uno stimolo importante alla discussione su tematiche molto attuali.

Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996, di Luigi Piccioni, Ediesse, Roma 2018.

Della storia del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise tratta anche La natura del duce: https://viaitri.blog/2022/09/29/la-natura-del-duce-una-storia-ambientale-del-fascismo/

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso

Francesco Erbani racconta in questo libro il suo  viaggio nei luoghi in cui è possibile osservare un’Italia in movimento, che applica precetti di sobrietà e  di ostinazione, che crede nella dignità del lavoro, che si batte contro il suo sfruttamento e ritiene che esso, oltre a fornire compensi economici, induca un cambio di passo nella propria vita, apra inedite prospettive e poi svolga un servizio di cui beneficia una collettività più vasta, di cui si avvantaggiano un luogo e un territorio. Che contenga un elevato tono di civismo.

Le vicende che incontriamo nel libro ci invitano utilmente a mettere in discussione schemi più o meno consolidati. Si chiede infatti l’autore La cura di un prezioso bene culturale affidata a una cooperativa sociale, la difesa di un paesaggio e il controllo delle sue trasformazioni affidato alla comprensione del suo statuto appartengono alla sfera pubblica o a quella privata? Sono terzo, quarto settore o cos’altro? Chi avvia un’attività imprenditoriale in un paese di montagna e rianima una qualche forma di residenza …. oppure gestisce un immobile sottratto a un clan di ’ndrangheta, chi fa nascere cooperative di piccoli produttori agricoli che si liberano dalle strozzature della grande distribuzione e combattono la schiavitù in quale categoria economica si iscrive? … Fa impresa sociale, fa impresa civile, solidale o fa impresa e basta, affiancando alla ricerca di remunerazione una responsabilità nei confronti del territorio?

Rivendicando per sé il mestiere del cronista, che si fonda sull’andare a vedere, l’ascolto, il contatto diretto, l’autore non rinuncia a ricordarci che Dalle diverse indagini condotte in questi anni da economisti come Leonardo Becchetti, Luigino Bruni e Stefano Zamagni …. emerge come la progressiva crescita di una tipologia imprenditoriale né solo pubblica né solo di mercato si sia incrementata a causa del ritirarsi dello Stato e dell’incapacità del mercato e delle ideologie neoliberiste di offrire soluzioni accettabili. Per conoscere questo tipo emergente di imprenditoria, meglio si può dire questi imprenditori, è molto utile leggere L’Italia che non ci sta.

Dopo il capitolo introduttivo, in cui l’autore espone le idee che ho tentato di riassumere, troviamo il secondo capitolo dedicato alla Resistenza dei luoghi, che racconta vicende di aree rurali, come quelle degli agricoltori veneti che hanno rifiutato che le loro vigne fossero invase da villette a schiera, rinunciando a lauti guadagni, di aree metropolitane, come quella dell’ex stabilimento Vagon Lits a Roma, e in aree industriali come quella dei lavoratori della Rimaflow a Trezzano sul Naviglio che cercano in tutti i modi di proseguire l’attività produttiva.

Il terzo capitolo, intitolato Una terrazza in montagna, parte dai terrazzamenti della Costiera Amalfitana, dove agricoltori vecchi e nuovi si dedicano alle coltivazioni di limoni e pomodori piennoli, e ci conduce poi in Valstagna (provincia di Vicenza) dove è nata una scuola per insegnare come si recuperano i muri a secco.

Il quarto capitolo ci mostra La forza generativa di un bene culturale. Questa forza può far sentire i suoi effetti nel quartiere Sanità a Napoli, dove grazie all’impegno di un parroco le catacombe di San Gaudioso hanno offerto a molti giovani la possibilità di un lavoro regolare, come nelle zone interne del Cilento, dove la Fondazione MIdA ha valorizzato per lo sviluppo locale le grotte di Pertosa, o della Calabria, con la promozione del territorio Reventino attraverso il patrimonio etnomusicale.

Il quinto e ultimo capitolo, intitolato Tutto il paese è comunità, è dedicato a esperienze di cooperative di comunità, originale forma di impresa nata da un’intuizione di un dirigente di Confcooperative, nell’Appennino abruzzese e in quello emiliano.

L’Italia che non ci sta è una guida utilissima a un paese che sta cambiando.

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso, di Francesco Erbani, Einaudi, Torino, 2019.

Ultime notizie dalla terra. La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero.

Antonio di Gennaro è un agronomo impegnato da molti anni nello studio e nella pianificazione delle aree rurali, prevalentemente in Campania. Ha dedicato una parte importante dell’attività professionale alle ricerche sulla contaminazione dei terreni nella cosiddetta Terra dei fuochi, l’area a cavallo delle province di Caserta e Napoli che è stata al centro di indagini sullo smaltimento illegale dei rifiuti. Da questa esperienza era nato il libro La terra ferita. Cronistorie delle Terra dei Fuochi, pubblicato nel 2016. Nel volume l’autore proponeva un’interpretazione su basi scientifiche dei problemi causati dall’inquinamento nella pianura Campana, contrastante con la rappresentazione sensazionalistica che ha gettato discredito sull’agricoltura di un’intera regione.

Negli anni successivi Di Gennaro ha proposto al quotidiano la Repubblica una serie di reportage sulle agricolture e sui paesaggi rurali delle Campania, che sono stati raccolti in Ultime notizie dalla terra insieme a due contributi inediti e a un articolo pubblicato in precedenza su Horatio post – Il blog di Antonio di Gennaro su paesaggio, società, istituzioni.

Come scrive l’autore nell’introduzione al libro, ognuna delle storie narrate si impernia su una triade: c’è un paesaggio, col suo irriproducibile carattere; un imprenditore agricolo, che di quel paesaggio deve cogliere opportunità e sfide, e la cui attività è un continuo risolvere problemi (tecnici, burocratici, economici, organizzativi), di adattamento, evoluzione, sopravvivenza; e c’è un prodotto, un alimento, che di tutte queste cose è la sintesi, che collega quel paesaggio, gli uomini che lo coltivano e noi. I protagonisti delle storie rappresentano … gente che per dare futuro alla tradizione, semplicemente la sta reinventando, inserendo nei processi produttivi tutte le innovazioni tecniche, organizzative, comunicative necessarie per stare al passo con i tempi, con gli standard di legge, i disciplinari di qualità, le opportunità del passaparola digitale. L’esatto contrario della rappresentazione che ci viene spesso proposta mondo rurale, quella di comunità chiuse all’innovazione e restie a rispettare le regole,

Proprio nell’area oggi nota come Terra dei fuochi, compresa nel territorio storico della Terra di Lavoro, si collocano le storie raccontate nel primo capitolo, Le pianure. A Parete è ambientata la vicenda gloriosa della cooperativa Sole, formata da 100 agricoltori, con una superficie aziendale complessiva di 450 ettari, che ha conquistato un ruolo importante nel mercato europeo delle fragole, grazie alla qualità e alla salubrità del prodotto. La storia di Raffaele Magliulo si dipana tra Frignano, Parete, Casal di Principe a Carditello.  Qui l’azienda vitivinicola di famiglia coltiva una decina di ettari superstiti di vigneto ad alberata, con le viti che si inerpicano fino all’altezza quindici metri, ancorate ai pioppi, e producono l’uva da cui si ricava l’Asprino di Aversa. A Casal di Principe la psicologa Antonella Schiavone, tornata dalla Toscana al termine degli studi, ha convinto i fratelli ad avviare un’azienda bufalina che puntasse sull’alta qualità, includendo l’intero ciclo dalla produzione del foraggio al caseificio. Oggi la mozzarella Stella Bianca, prodotta dalla famiglia Schiavone, si può acquistare esclusivamente presso il caseificio aziendale oppure nei punti vendita di Bacoli, di Monte di Procida e in quello di Vienna, proprio di fronte al Teatro dell’Opera.

Nei capitoli successivi Di Gennaro ci conduce nelle aree interne della Campania, che Manlio Rossi-Doria chiamava “l’osso” in contrapposizione alla “polpa” delle pianure costiere, sui terrazzamenti della penisola Sorrentina, poi nei boschi che si estendono per quindicimila ettari all’interno della conurbazione che va dal lago Patria a punta Campanella per terminere nelle terre percorse dal fuoco sulle pendici del Vesuvio.

Con il capitolo sesto torniamo nella Terra dei fuochi, in particolare a Giuliano, dove l’autore ci invita a visitare il bosco di latifoglie esteso sei ettari che cresce sul podere San Giuseppiello, usato in precedenza come discarica di rifiuti industriali. L’agronomo ci ricorda poi che anche nell’area metropolitana di Napoli il sessantacinque percento del territorio rimane rurale e ospita aziende agricole con produzioni pregiate, le quali rappresentano l’unica cosa che funziona nel grande disordine, benché siano del tutto ignorata dalle politiche pubbliche di pianificazione del territorio.

Dopo un movimentato percorso tra il Cilento e il Fortore, dove incontriamo imprenditori, amministratori locali e artisti che cercano di contrastare lo spopolamento dei piccoli comuni, percorso di Antonio di Gennaro torna presso i confini del Lazio meridionale, sul vulcano di Roccamonfina. Qui incontriamo un coltivatore di mele annurche che È come Zeb Mechan, piantato, faccia larga, capelli e baffi biondi ora imbiancati, la camicia di flanella a quadri, il giaccone di cuoio graffiato dall’uso. Zeb vive sulle pendici del vulcano spento con il suo meleto, la moglie ucraina e il figlio di lei, circondato dall’avanzare dei campi abbandonati e dei boschi.

Ritengo che sia impossibile leggere Ultime notizie dalla terra senza rimanere contagiati dalla passione di Antonio Di Gennaro per i paesaggi della Campania e senza essere presi dal desiderio di ripercorrere i sui itinerari.

Antonio di Gennaro, Ultime notizie dalla terra. La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero. Ediesse, Roma, 2019.

Storia del Movimento di Comunità

Il saggio di Giuseppe Iglieri, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che ricostruisce un’esperienza originale e significativa di attività politica nel secondo dopoguerra, può stimolare utili riflessioni nella fase attuale di crisi della democrazia.

Vogliamo però segnalare in particolare le pagine dedicate alla vicenda del Movimento di Comunità a Terracina, ricostruite consultando fonti archivistiche e con interviste ai fratelli Gabriele e Giorgio Panizzi.

Il Centro Comunitario di Terracina rappresenta, secondo Iglieri, l’esperienza di Comunità più innovativa nell’Italia centro-meridionale. Fu peculiare di questa esperienza la capacità di coinvolgere le giovani generazioni e le fasce sociali più deboli.

La vicenda del Movimento di Comunità a Terracina inizia nel 1952, quando un gruppo di giovani prendono contatti con Umberto Serafini, ottiene un forte impulso dalla visita di Adriano Olivetti nel 1955, e raggiunge nel 1956 il traguardo di eleggere un consigliere comunale.

Nel 1957 si sviluppa l’attività più interessante del movimento a Terracina, l’indagine sociale che prende in esame diversi temi, come la propensione alla lettura dei cittadini, la crisi della vitivinicultura, le potenzialità turistiche del territorio. L’azione amministrativa del consigliere comunale Gabriele Panizzi riguarderà particolarmente il piano regolatore del comune.

Il centro di Terracina non trascurò le vicende nazionali del Movimento. Nel 1958 gli iscritti di Terracina approvarono infatti un documento che criticava la scelta di partecipare alle elezioni politiche senza cercare convergenze con altre forze politiche progressiste e successivamente espressero il proprio dissenso verso il voto di fiducia conferito da Olivetti, in qualità di deputato, al governo Fanfani.

Nell’introduzione al libro Iglieri scrive, a proposito degli incontri con i fratelli Panizzi e con Franco Ferrrarotti, che “La rilevanza di questi due incontri è tale da prefigurare una futura raccolta e pubblicazione delle risultanti in lavori all’uopo dedicati”. Speriamo che questi lavori vedano presto la luce.

Storia del Movimento di Comunità, di Giuseppe Iglieri, Edizioni di Comunità, 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 38, dicembre 2019

Spezzare le catene. Un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato.

Città Nuova Editrice ha pubblicato una raccolta di testi elaborati da importanti testi­moni del caporalato in agricoltura, che contiene anche importanti riflessioni sui primi risultati della legge n. 199 del 2016, Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retri­butivo nel settore agricolo, dopo tre anni dall’approvazione.

Toni Mira, racconta nel suo contributo (Cosa ho visto) alcune delle storie più significa­tive incontrate nella sua attività di giornalista di inchiesta e inviato del quotidiano `Avvenire’. Jean Renè Bilongo, sindacalista della Flai-Cgil originario del Camerun, nel capitolo Il cammino del riscatto descrive i conflitti che hanno visti impegnati i lalavoratori delle campagne, per migliorare le condizioni di vita e di lavoro. Giuseppe Gat­ti, magistrato impegnato presso la Procura Nazionale Antimafia di Bari, racconta nel contributo Di fronte all’indicibile la sua esperienza di Pubblico ministero in provincia di Foggia e condivide le sue riflessioni su come si può condurre in modo più incisivo la lotta al caporalato sul terreno giudiziario. Carlo Cefaloni, redattore della rivista Città nuova, conclude la raccolta con un capitolo dal titolo Cambiare lo sguardo, che de­scrive le principali iniziative di contrasto al caporalato e al lavoro irregolare in agricol­tura, da parte delle istituzioni, dei sindacati, delle associazioni e delle imprese.

Le vicende del Lazio Meridionale ricorrono più volte nel libro. Toni Mira dedica am­pio spazio ai lavoratori indiani dell’Agro Pontino, come Balbir Nikah Singh, che ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia (primo in Italia) dopo avere rotto l’omertà denunciando ai carabinieri l’imprenditore che lo sfruttava e minacciava. Si sofferma in particolare sulle vessazioni subite dalle lavoratrici la testimonianza di Gurmurkh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio.

Jean Renè Bilongo dedica alcune pagine alla mobilitazione dei lavoratori sikh nell’Agro Pontino, sostenuti dal sindacato Flai-Cgil e dalla cooperativa In Migrazione, emersa per la prima volta con l’importante manifestazione del 18 aprile 2016 a Latina. Il percorso di riscatto dei 30.000 sikh che vivono e lavorano nell’Agro, racconta Bi­longo, ha il suo epicentro nel Tempio Gurdwara di Sabaudia, che ospita le assemblee sindacali oltre a essere un punto di riferimento religioso.

Carlo Cefaloni prende in esame la filiera dei prodotti ortofrutticoli per evidenziare il meccanismo di formazione dei prezzi, dominato dalla forza della grande distribuzione, che contribuisce al dilagare del lavoro irregolare in agricoltura. In questo ambito dedi­ca qualche pagina al mercato ortofrutticolo MOF di Fondi e descrive il modo di opera­re di un anonimo commerciante all’ingrosso, che ha un ruolo di intermediazione tra i produttori e le centrali di acquisto della distribuzione organizzata. Questo argomento avrebbe forse meritato più spazio, ma il contributo di Cefaloni è dedicato soprattutto alle risposte, come la passata di pomodoro a marchio “Sfruttazero”, nata grazie a due associazioni pugliesi, e la Direttiva dell’Unione Europea Direttiva 2019/633 sulle pra­tiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera agricola e alimentare, che ha lo scopo tutelare le parti più deboli della filiera nei confronti della grande distribu­zione.

Giuseppe Gatti non parla del Lazio Meridionale, ma il suo contributo è ricco di prezio­se riflessioni su come contrastare in modo efficace il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura. Gatti sostiene che “sarebbe auspicabile la previsione di un meccanismo strutturato di collaborazione tra apparati inquirenti, prefetture, enti locali territoriali e associazioni di categoria … I1 punto fondamentale è quello di non lasciare il bracciante solo, prigioniero della paura di avere soltanto perso l’unica possibilità di lavoro che aveva. … In ogni caso, il contributo del lavoratore oggetto di sfruttamento deve essere pensato contestualmente a interventi di inclusione sociale e lavorativa che diano un segnale chiaro: la lotta allo sfruttamento lavorativo non toglie ma aumenta le possibilità occupazionali, perché potenzia la capacità occupazionale degli imprenditori onesti”.

Spezzare le catene. Un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato, di Jean René Bilongo, Carlo Cefaloni, Giuseppe Gatti e Toni Mira. Prefazione di Gian Carlo Caselli, Città Nuova Editrice, Roma 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 38, dicembre 2019.

Museo Piana delle Orme (seconda edizione)

A sei anni dalla prima edizione, l’Associazione Museo Piana delle Orme ha pubblicato una versione aggiornata della guida al museo, necessaria perché le collezioni e le aree espositive continuano ad arricchirsi.

Alda Dalzini, direttrice del museo, ricorda nella presentazione la figura e gli intenti del fondatore Mariano De Pasquale, imprenditore agricolo giunto nell’agro Pontino dalla Sicilia, che dagli anni ’60 inizia ad “accumulare” macchinari agricoli in disuso, residuati bellici e altri oggetti con il sogno di realizzare un “Museo dove fossero eliminate tutte le barriere fisiche, sociali, intellettuali ed economiche. Un posto che non fosse solo uno spazio fisico a cui accedere, ma soprattutto uno spazio sociale, da frequentare e a cui partecipare abitualmente. Un luogo che si potesse esplorare in libertà con l’obiettivo di coinvolgere pubblici differenti: studenti, appassionati, collezionisti, specialisti, famiglie, anziani, adolescenti e bambini, ognuno con i suoi tempi, le due esigenze e modalità di fruizione.” Questo è oggi la Piana delle Orme.

La guida è articolata in capitoli che corrispondono alle aree espositive del museo: Giocattolo d’epoca e modellismo, Bonifica Pontina, Mezzi agricoli d’epoca, Vita nei campi, Deportazioni e internamento, Mezzi bellici d’epoca, da El Alamein a Messina e Salerno, la Battaglia di Cassino, lo Sbarco di Anzio, Polo Aeronavale.

Ogni capitolo descrive con molta cura il contenuto dei rispettivi padiglioni, con il supporto di numerose e suggestive fotografie, e contiene note dell’autore sugli avvenimenti evocati e sulla storia delle collezioni.

Il capitolo sul Polo Aeronavale rappresenta la principale novità contenuta nella seconda edizione della guida, con una serie di schede che illustrano le navi e gli aerei esposti nell’area di più recente realizzazione.  Le imbarcazioni esposte, ricorda Zaccheo, sono state donate al museo dalla Scuola Nautica e dal Settore Navale della Guardia di Finanza di Gaeta. Questo mette in evidenza come ormai il museo Piana delle Orme sia diventato un punto di riferimento per tutta il Lazio meridionale. Proprio a Gaeta, nei cantieri della Italcraft, è stata costruito il guardacoste G. 64 Darida.

La nuova edizione della guida è uno strumento molto importante sia per pianificare una visita alle collezioni, sia per interpretarle.

Anche se la guida non ne fa menzione, mi fa piacere ricordare che nell’area all’aperto situata tra i due padiglioni dedicati alla bonifica sono esposte alcune macchine per il movimento di terra e i lavori edili appartenute all’impresa edile di Mario Leone (mio padre).  Tra queste ritengo sia particolarmente interessante un escavatore a corda Fiorentini (che possiamo vedere nella foto di Marzio Marzot), azienda fondata a Roma dall’ingegnere Filippo Fiorentini, attiva dal 1919 al 1975, che realizzò nel 1937 il primo escavatore interamente progettato e prodotto in Italia.

Museo Piana delle Orme (seconda edizione), di Luigi Zaccheo, Associazione Museo Piana delle Orme, Latina 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, anno XIX, n. 37, giugno 2019

Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche

L’associazione di promozione Tempi Moderni, presieduta dal sociologo Marco Omizzolo, ha pubblicato questo volume dedicato alle buone pratiche che favoriscono l’emancipazione dei migranti, per contrastare la polarizzazione che caratterizza il dibattito sulle migrazioni in Italia. Vediamo infatti rappresentate prevalentemente le posizioni di rifiuto dei migranti e quelle che presentano il migrante essenzialmente come vittima da commiserare “generando un processo di infantilizzazione ed esotizzazione. … Nei territori invece si possono cogliere delle importanti iniziative … aventi ad oggetto progetti di emancipazione ed autonomizzazione del migrante. Essi elaborano e custodiscono esperienze che possono condizionare positivamente il dibattito nazionale, contrastando la dicotomica retorica vigente e rappresentare l’occasione per restituire al migrante un legittimo protagonismo sociale, culturale ed economico.”

Uno dei contributi raccolti nel libro, di cui è autore lo stesso Marco Omizzolo, riguarda specificamente il Lazio Meridionale: “La comunità indiana in provincia di Latina tra sfruttamento lavorativo, nuova legge contro il caporalato e il ruolo essenziale dei servizi sociali: il caso del progetto Bella Farnia”.

Il contributo si apre con un inquadramento del caporalato in Italia, dal punto di vista giuridico e socioeconomico. Omizzolo fa presente che “Secondo il rapporto Agromafie e caporalato della Flai-Cgil, solo in Italia esiterebbero 450 mila lavoratori che ogni giorno subiscono varie forme di sfruttamento lavorativo e sottoposti a caporalato, di cui circa l’80% migranti”.

Il saggio racconta come si è formata la comunità punjabi in provincia di Latina e delinea le sue caratteristiche. Nata negli anni Ottanta nel Novecento con i primi punjabi arrivati direttamente dal Punjab (stato collocato nella porzione nord-occidentale dell’India) o da altri paesi europei, oggi essa conta circa 30.000 presenze, concentrate prevalentemente a Latina in località Bella Farnia, a San Felice Circeo nella frazione San Vito, a Borgo Hermada nel comune di Terracina e nelle aree periurbane a Fondi. I punjabi lavorano prevalentemente nell’agricoltura, come braccianti, in condizioni di grave sfruttamento. Omizzolo descrive le modalità con le quali i punjabi arrivano in provincia di Latina partendo dall’India, con un sistema illegale al quale partecipano caporali indiani, imprenditori italiani e una serie di figure che forniscono servizi (liberi professionisti, impiegati pubblici, agenzie). Una volta arrivati in Italia i punjabi, sottoposti al ricatto del licenziamento, devono spesso lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, con una paga di circa 4 euro l’ora. Essi inoltre devono subire altre vessazioni, come pratiche illegali per il rinnovo del permesso di soggiorno, buste paga false, truffe sul rinnovo dei documenti, salari pagati in ritardo, violenze, intimidazioni e ricatti sessuali per le lavoratrici.

Si inserisce in questo contesto il progetto Bella Farnia, ovvero l’organizzazione di un Centro Polifunzionale d’Informazione e Orientamento presso uno dei luoghi in cui si concentra la comunità punjabi pontina. Gli obiettivi specifici del progetto erano il miglioramento della conoscenza della lingua italiana e delle istituzioni locali, delle tutele garantite dal diritto del lavoro, dei diritti delle donne, delle modalità di accesso ai servizi del territorio; lo sviluppo di partnership con istituzioni e organizzazioni che svolgono un ruolo nei programmi in favore dei migranti; l’approfondimento della conoscenza dell’organizzazione sociale indiana e in particolare sikh e il suo monitoraggio.  Il progetto ha prodotto un impegno formale da parte della Questura di Latina a riconoscere i benefici previsto dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione (uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale) ai lavoratori che denunciano casi di sfruttamento, riduzione in schiavitù e caporalato. È stata ottenuta inoltre l’apertura di un tavolo di lavoro presso la Prefettura ed è aumentata la capacità della comunità di autorappresentarsi e di determinare autonomamente le proprie condizioni sociali e lavorative.

Nelle conclusioni Omizzolo fa presente che per superare lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura è necessario “ripensare il mondo del lavoro, ponendo al centro i diritti dei lavoratori da coniugare con le legittime aspettative delle imprese mediate da un sistema normativo e istituzionale adeguato per preparazione, capacità predittiva e repressiva. … Insieme a quest’impegno è indispensabile organizzare servizi sociali territoriali adeguati … Essi devono essere organizzati prescindendo da approcci amministrativo-burocratici o formali, ma riuscendo a coniugarli nel merito con le specifiche caratteristiche, esigenze, aspettative dei lavoratori …”

Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche, a cura di Marco Omizzolo, Edizioni Simple, Macerata, 2017.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, anno XIX, n. 38, dicembre 2019.