Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996

Le vicende ricostruite da Luigi Piccioni in questo libro si svolgono tra il 1962, quando un articolo pubblicato da una rivista locale del Partito socialista italiano richiama l’attenzione sulle speculazioni immobiliari che minacciano il Parco Nazionale d’Abruzzo, e il 1996, quando viene istituita la Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. Le aree geografiche interessate sono l’alta Val di Sangro (confinante con il Lazio Meridionale) e la Valle Peligna, con significativi riferimenti al contesto regionale e a quello nazionale. Luigi Piccioni racconta iniziative e i conflitti che hanno avuto lo scopo di “integrare le attività e le domande degli uomini, delle società locali e di quella nazionale, con una rigorosa e intelligente difesa dell’ambiente”, per “far conoscere a chi non sa quanto è stato costruito in Italia negli ultimi sessant’anni per combinare tutela e sviluppo e per rinfrescare la memoria e chi l’ha dimenticato”.

La prima parte del libro, intitolata “Dall’Alta Val di Sangro alla montagna abruzzese”, è dedicata alle vicende del Parco Nazionale d’Abruzzo dai primi anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70, quando una nuova generazione di amministratori locali nei comuni dell’Alta Val di Sangro (in gran parte “fuor sede” che studiano nelle città ma vogliono impegnarsi per i paesi d’origine) cerca nuove strade per lo sviluppo locale, in collaborazione con l’Ente Parco. La loro esperienza diventa un punto di riferimento per l’Abruzzo e per tutto l’Appennino.

L’esperienza cui è dedicata la seconda parte, con il titolo “Dalla montagna interna all’Abruzzo”, inizia nel 1978. Alla Camera del Lavoro di Sulmona, dove già opera Elio D’Orazio, originario di Villetta Barrea e coinvolto nel Movimento popolare Alto Sangro, arrivano Domenico D’Aurora e Gianni Melilla, giovane dirigente impegnato nelle Leghe dei disoccupati, che nelle intenzioni del Pci e della Cgil dovrebbero contrastare l’egemonia dell’Autonomia operaia sui giovani di sinistra. Proprio dalla Camera del Lavoro di Sulmona parte l’iniziativa di “Mettere al centro di una piattaforma rivendicativa per un’area interna le possibilità di sviluppo legate alla protezione della natura e all’esistenza di un’area protetta”, uscendo dallo schema del conflitto tra ambiente e lavoro (l’area protetta di riferimento è il Parco Nazionale d’Abruzzo). La Camera del Lavoro di Sulmona anticipa quindi di circa 10 anni la Cgil nazionale, che solo con il XII Congresso del 1991 rivendica l’attuazione della legge quadro nazionale sui parchi, affinché le aree protette ricoprano almeno il 10% nel territorio nazionale. È vicino a D’Aurora e Melilla un autorevole dirigente nazionale del sindacato, Silvano Levrero, attivo negli stessi anni a sostenere le iniziative per l’uso delle terre pubbliche, proposte dai giovani impegnati nella cooperativa Silvo-pastorale Vallumana a Fondi. Nel dicembre 1995 la Regione Abruzzo, il Servizio Conservazione della Natura del Ministero dell’Ambiente e Legambiente Nazionale promuovono il progetto Appennino Parco d’Europa – APE. Quattro mesi dopo il progetto APE sarà al centro del protocollo d’intesa firmato da Cgil-Cisl-Uil nazionali e Legambiente, per il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile.

“Dall’Abruzzo al Genzana” è intitolata la terza parte del libro, dedicata alle iniziative per la protezione dei monti e delle vallate nei dintorni di Sulmona, che uniscono il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. Nel 1990 si costituisce il comitato promotore, per iniziativa di Cgil Abruzzo, Legambiente Abruzzo, WWF Abruzzo e Parco Nazionale d’Abruzzo e inizia una vicenda complessa e contrastata, che porterà all’approvazione della legge istitutiva della Riserva Regionale del Monte Genzana e dell’Alto Gizio nel 1996.

Il volume è completato da una raccolta di documenti originali, da una serie di interviste, da una ricca bibliografia e da una documentazione iconografica che comprende riproduzioni di manifesti, locandine e articoli di giornali.

Tra i documenti originali troviamo il dattiloscritto di D’Aurora sul convegno organizzato della Camera del lavoro di Sulmona il 23 marzo 1985. In questo convegno vengono presentate due proposte: la costituzione di un sistema regionale di aree protette che includa il parco della Majella-Morrone e l’uso produttivo delle terre pubbliche definito “Una leva imprescindibile per un recupero delle zone interne che poggia sull’inserimento di strutture e processi di produzione capaci di accumulazione autopropulsiva, e quindi di un riequilibrio reale.” Dopo trentacinque anni possiamo dire che sulla creazione di sistemi di aree protette, in Abruzzo come nel Lazio e in altre regioni, sono stati fatti importanti passi in avanti. Le aree naturali protette costituiscono una rete ormai consolidata, grazie a norme comunitarie, nazionali e regionali, ma negli ultimi anni assistiamo a un calo significativo dell’attenzione e delle risorse che vi vengono dedicate. Il problema dell’uso produttivo delle terre pubbliche invece non ha avuto risposte rielevanti e si è anzi aggravato a causa dello spopolamento delle aree interne. Questo libro rappresenta quindi uno stimolo importante alla discussione su tematiche molto attuali.

Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996, di Luigi Piccioni, Ediesse, Roma 2018.

Della storia del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise tratta anche La natura del duce: https://viaitri.blog/2022/09/29/la-natura-del-duce-una-storia-ambientale-del-fascismo/

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso

Francesco Erbani racconta in questo libro il suo  viaggio nei luoghi in cui è possibile osservare un’Italia in movimento, che applica precetti di sobrietà e  di ostinazione, che crede nella dignità del lavoro, che si batte contro il suo sfruttamento e ritiene che esso, oltre a fornire compensi economici, induca un cambio di passo nella propria vita, apra inedite prospettive e poi svolga un servizio di cui beneficia una collettività più vasta, di cui si avvantaggiano un luogo e un territorio. Che contenga un elevato tono di civismo.

Le vicende che incontriamo nel libro ci invitano utilmente a mettere in discussione schemi più o meno consolidati. Si chiede infatti l’autore La cura di un prezioso bene culturale affidata a una cooperativa sociale, la difesa di un paesaggio e il controllo delle sue trasformazioni affidato alla comprensione del suo statuto appartengono alla sfera pubblica o a quella privata? Sono terzo, quarto settore o cos’altro? Chi avvia un’attività imprenditoriale in un paese di montagna e rianima una qualche forma di residenza …. oppure gestisce un immobile sottratto a un clan di ’ndrangheta, chi fa nascere cooperative di piccoli produttori agricoli che si liberano dalle strozzature della grande distribuzione e combattono la schiavitù in quale categoria economica si iscrive? … Fa impresa sociale, fa impresa civile, solidale o fa impresa e basta, affiancando alla ricerca di remunerazione una responsabilità nei confronti del territorio?

Rivendicando per sé il mestiere del cronista, che si fonda sull’andare a vedere, l’ascolto, il contatto diretto, l’autore non rinuncia a ricordarci che Dalle diverse indagini condotte in questi anni da economisti come Leonardo Becchetti, Luigino Bruni e Stefano Zamagni …. emerge come la progressiva crescita di una tipologia imprenditoriale né solo pubblica né solo di mercato si sia incrementata a causa del ritirarsi dello Stato e dell’incapacità del mercato e delle ideologie neoliberiste di offrire soluzioni accettabili. Per conoscere questo tipo emergente di imprenditoria, meglio si può dire questi imprenditori, è molto utile leggere L’Italia che non ci sta.

Dopo il capitolo introduttivo, in cui l’autore espone le idee che ho tentato di riassumere, troviamo il secondo capitolo dedicato alla Resistenza dei luoghi, che racconta vicende di aree rurali, come quelle degli agricoltori veneti che hanno rifiutato che le loro vigne fossero invase da villette a schiera, rinunciando a lauti guadagni, di aree metropolitane, come quella dell’ex stabilimento Vagon Lits a Roma, e in aree industriali come quella dei lavoratori della Rimaflow a Trezzano sul Naviglio che cercano in tutti i modi di proseguire l’attività produttiva.

Il terzo capitolo, intitolato Una terrazza in montagna, parte dai terrazzamenti della Costiera Amalfitana, dove agricoltori vecchi e nuovi si dedicano alle coltivazioni di limoni e pomodori piennoli, e ci conduce poi in Valstagna (provincia di Vicenza) dove è nata una scuola per insegnare come si recuperano i muri a secco.

Il quarto capitolo ci mostra La forza generativa di un bene culturale. Questa forza può far sentire i suoi effetti nel quartiere Sanità a Napoli, dove grazie all’impegno di un parroco le catacombe di San Gaudioso hanno offerto a molti giovani la possibilità di un lavoro regolare, come nelle zone interne del Cilento, dove la Fondazione MIdA ha valorizzato per lo sviluppo locale le grotte di Pertosa, o della Calabria, con la promozione del territorio Reventino attraverso il patrimonio etnomusicale.

Il quinto e ultimo capitolo, intitolato Tutto il paese è comunità, è dedicato a esperienze di cooperative di comunità, originale forma di impresa nata da un’intuizione di un dirigente di Confcooperative, nell’Appennino abruzzese e in quello emiliano.

L’Italia che non ci sta è una guida utilissima a un paese che sta cambiando.

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso, di Francesco Erbani, Einaudi, Torino, 2019.

Ultime notizie dalla terra. La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero.

Antonio di Gennaro è un agronomo impegnato da molti anni nello studio e nella pianificazione delle aree rurali, prevalentemente in Campania. Ha dedicato una parte importante dell’attività professionale alle ricerche sulla contaminazione dei terreni nella cosiddetta Terra dei fuochi, l’area a cavallo delle province di Caserta e Napoli che è stata al centro di indagini sullo smaltimento illegale dei rifiuti. Da questa esperienza era nato il libro La terra ferita. Cronistorie delle Terra dei Fuochi, pubblicato nel 2016. Nel volume l’autore proponeva un’interpretazione su basi scientifiche dei problemi causati dall’inquinamento nella pianura Campana, contrastante con la rappresentazione sensazionalistica che ha gettato discredito sull’agricoltura di un’intera regione.

Negli anni successivi Di Gennaro ha proposto al quotidiano la Repubblica una serie di reportage sulle agricolture e sui paesaggi rurali delle Campania, che sono stati raccolti in Ultime notizie dalla terra insieme a due contributi inediti e a un articolo pubblicato in precedenza su Horatio post – Il blog di Antonio di Gennaro su paesaggio, società, istituzioni.

Come scrive l’autore nell’introduzione al libro, ognuna delle storie narrate si impernia su una triade: c’è un paesaggio, col suo irriproducibile carattere; un imprenditore agricolo, che di quel paesaggio deve cogliere opportunità e sfide, e la cui attività è un continuo risolvere problemi (tecnici, burocratici, economici, organizzativi), di adattamento, evoluzione, sopravvivenza; e c’è un prodotto, un alimento, che di tutte queste cose è la sintesi, che collega quel paesaggio, gli uomini che lo coltivano e noi. I protagonisti delle storie rappresentano … gente che per dare futuro alla tradizione, semplicemente la sta reinventando, inserendo nei processi produttivi tutte le innovazioni tecniche, organizzative, comunicative necessarie per stare al passo con i tempi, con gli standard di legge, i disciplinari di qualità, le opportunità del passaparola digitale. L’esatto contrario della rappresentazione che ci viene spesso proposta mondo rurale, quella di comunità chiuse all’innovazione e restie a rispettare le regole,

Proprio nell’area oggi nota come Terra dei fuochi, compresa nel territorio storico della Terra di Lavoro, si collocano le storie raccontate nel primo capitolo, Le pianure. A Parete è ambientata la vicenda gloriosa della cooperativa Sole, formata da 100 agricoltori, con una superficie aziendale complessiva di 450 ettari, che ha conquistato un ruolo importante nel mercato europeo delle fragole, grazie alla qualità e alla salubrità del prodotto. La storia di Raffaele Magliulo si dipana tra Frignano, Parete, Casal di Principe a Carditello.  Qui l’azienda vitivinicola di famiglia coltiva una decina di ettari superstiti di vigneto ad alberata, con le viti che si inerpicano fino all’altezza quindici metri, ancorate ai pioppi, e producono l’uva da cui si ricava l’Asprino di Aversa. A Casal di Principe la psicologa Antonella Schiavone, tornata dalla Toscana al termine degli studi, ha convinto i fratelli ad avviare un’azienda bufalina che puntasse sull’alta qualità, includendo l’intero ciclo dalla produzione del foraggio al caseificio. Oggi la mozzarella Stella Bianca, prodotta dalla famiglia Schiavone, si può acquistare esclusivamente presso il caseificio aziendale oppure nei punti vendita di Bacoli, di Monte di Procida e in quello di Vienna, proprio di fronte al Teatro dell’Opera.

Nei capitoli successivi Di Gennaro ci conduce nelle aree interne della Campania, che Manlio Rossi-Doria chiamava “l’osso” in contrapposizione alla “polpa” delle pianure costiere, sui terrazzamenti della penisola Sorrentina, poi nei boschi che si estendono per quindicimila ettari all’interno della conurbazione che va dal lago Patria a punta Campanella per terminere nelle terre percorse dal fuoco sulle pendici del Vesuvio.

Con il capitolo sesto torniamo nella Terra dei fuochi, in particolare a Giuliano, dove l’autore ci invita a visitare il bosco di latifoglie esteso sei ettari che cresce sul podere San Giuseppiello, usato in precedenza come discarica di rifiuti industriali. L’agronomo ci ricorda poi che anche nell’area metropolitana di Napoli il sessantacinque percento del territorio rimane rurale e ospita aziende agricole con produzioni pregiate, le quali rappresentano l’unica cosa che funziona nel grande disordine, benché siano del tutto ignorata dalle politiche pubbliche di pianificazione del territorio.

Dopo un movimentato percorso tra il Cilento e il Fortore, dove incontriamo imprenditori, amministratori locali e artisti che cercano di contrastare lo spopolamento dei piccoli comuni, percorso di Antonio di Gennaro torna presso i confini del Lazio meridionale, sul vulcano di Roccamonfina. Qui incontriamo un coltivatore di mele annurche che È come Zeb Mechan, piantato, faccia larga, capelli e baffi biondi ora imbiancati, la camicia di flanella a quadri, il giaccone di cuoio graffiato dall’uso. Zeb vive sulle pendici del vulcano spento con il suo meleto, la moglie ucraina e il figlio di lei, circondato dall’avanzare dei campi abbandonati e dei boschi.

Ritengo che sia impossibile leggere Ultime notizie dalla terra senza rimanere contagiati dalla passione di Antonio Di Gennaro per i paesaggi della Campania e senza essere presi dal desiderio di ripercorrere i sui itinerari.

Antonio di Gennaro, Ultime notizie dalla terra. La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero. Ediesse, Roma, 2019.

Storia del Movimento di Comunità

Il saggio di Giuseppe Iglieri, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che ricostruisce un’esperienza originale e significativa di attività politica nel secondo dopoguerra, può stimolare utili riflessioni nella fase attuale di crisi della democrazia.

Vogliamo però segnalare in particolare le pagine dedicate alla vicenda del Movimento di Comunità a Terracina, ricostruite consultando fonti archivistiche e con interviste ai fratelli Gabriele e Giorgio Panizzi.

Il Centro Comunitario di Terracina rappresenta, secondo Iglieri, l’esperienza di Comunità più innovativa nell’Italia centro-meridionale. Fu peculiare di questa esperienza la capacità di coinvolgere le giovani generazioni e le fasce sociali più deboli.

La vicenda del Movimento di Comunità a Terracina inizia nel 1952, quando un gruppo di giovani prendono contatti con Umberto Serafini, ottiene un forte impulso dalla visita di Adriano Olivetti nel 1955, e raggiunge nel 1956 il traguardo di eleggere un consigliere comunale.

Nel 1957 si sviluppa l’attività più interessante del movimento a Terracina, l’indagine sociale che prende in esame diversi temi, come la propensione alla lettura dei cittadini, la crisi della vitivinicultura, le potenzialità turistiche del territorio. L’azione amministrativa del consigliere comunale Gabriele Panizzi riguarderà particolarmente il piano regolatore del comune.

Il centro di Terracina non trascurò le vicende nazionali del Movimento. Nel 1958 gli iscritti di Terracina approvarono infatti un documento che criticava la scelta di partecipare alle elezioni politiche senza cercare convergenze con altre forze politiche progressiste e successivamente espressero il proprio dissenso verso il voto di fiducia conferito da Olivetti, in qualità di deputato, al governo Fanfani.

Nell’introduzione al libro Iglieri scrive, a proposito degli incontri con i fratelli Panizzi e con Franco Ferrrarotti, che “La rilevanza di questi due incontri è tale da prefigurare una futura raccolta e pubblicazione delle risultanti in lavori all’uopo dedicati”. Speriamo che questi lavori vedano presto la luce.

Storia del Movimento di Comunità, di Giuseppe Iglieri, Edizioni di Comunità, 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 38, dicembre 2019

Spezzare le catene. Un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato.

Città Nuova Editrice ha pubblicato una raccolta di testi elaborati da importanti testi­moni del caporalato in agricoltura, che contiene anche importanti riflessioni sui primi risultati della legge n. 199 del 2016, Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retri­butivo nel settore agricolo, dopo tre anni dall’approvazione.

Toni Mira, racconta nel suo contributo (Cosa ho visto) alcune delle storie più significa­tive incontrate nella sua attività di giornalista di inchiesta e inviato del quotidiano `Avvenire’. Jean Renè Bilongo, sindacalista della Flai-Cgil originario del Camerun, nel capitolo Il cammino del riscatto descrive i conflitti che hanno visti impegnati i lalavoratori delle campagne, per migliorare le condizioni di vita e di lavoro. Giuseppe Gat­ti, magistrato impegnato presso la Procura Nazionale Antimafia di Bari, racconta nel contributo Di fronte all’indicibile la sua esperienza di Pubblico ministero in provincia di Foggia e condivide le sue riflessioni su come si può condurre in modo più incisivo la lotta al caporalato sul terreno giudiziario. Carlo Cefaloni, redattore della rivista Città nuova, conclude la raccolta con un capitolo dal titolo Cambiare lo sguardo, che de­scrive le principali iniziative di contrasto al caporalato e al lavoro irregolare in agricol­tura, da parte delle istituzioni, dei sindacati, delle associazioni e delle imprese.

Le vicende del Lazio Meridionale ricorrono più volte nel libro. Toni Mira dedica am­pio spazio ai lavoratori indiani dell’Agro Pontino, come Balbir Nikah Singh, che ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia (primo in Italia) dopo avere rotto l’omertà denunciando ai carabinieri l’imprenditore che lo sfruttava e minacciava. Si sofferma in particolare sulle vessazioni subite dalle lavoratrici la testimonianza di Gurmurkh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio.

Jean Renè Bilongo dedica alcune pagine alla mobilitazione dei lavoratori sikh nell’Agro Pontino, sostenuti dal sindacato Flai-Cgil e dalla cooperativa In Migrazione, emersa per la prima volta con l’importante manifestazione del 18 aprile 2016 a Latina. Il percorso di riscatto dei 30.000 sikh che vivono e lavorano nell’Agro, racconta Bi­longo, ha il suo epicentro nel Tempio Gurdwara di Sabaudia, che ospita le assemblee sindacali oltre a essere un punto di riferimento religioso.

Carlo Cefaloni prende in esame la filiera dei prodotti ortofrutticoli per evidenziare il meccanismo di formazione dei prezzi, dominato dalla forza della grande distribuzione, che contribuisce al dilagare del lavoro irregolare in agricoltura. In questo ambito dedi­ca qualche pagina al mercato ortofrutticolo MOF di Fondi e descrive il modo di opera­re di un anonimo commerciante all’ingrosso, che ha un ruolo di intermediazione tra i produttori e le centrali di acquisto della distribuzione organizzata. Questo argomento avrebbe forse meritato più spazio, ma il contributo di Cefaloni è dedicato soprattutto alle risposte, come la passata di pomodoro a marchio “Sfruttazero”, nata grazie a due associazioni pugliesi, e la Direttiva dell’Unione Europea Direttiva 2019/633 sulle pra­tiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera agricola e alimentare, che ha lo scopo tutelare le parti più deboli della filiera nei confronti della grande distribu­zione.

Giuseppe Gatti non parla del Lazio Meridionale, ma il suo contributo è ricco di prezio­se riflessioni su come contrastare in modo efficace il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura. Gatti sostiene che “sarebbe auspicabile la previsione di un meccanismo strutturato di collaborazione tra apparati inquirenti, prefetture, enti locali territoriali e associazioni di categoria … I1 punto fondamentale è quello di non lasciare il bracciante solo, prigioniero della paura di avere soltanto perso l’unica possibilità di lavoro che aveva. … In ogni caso, il contributo del lavoratore oggetto di sfruttamento deve essere pensato contestualmente a interventi di inclusione sociale e lavorativa che diano un segnale chiaro: la lotta allo sfruttamento lavorativo non toglie ma aumenta le possibilità occupazionali, perché potenzia la capacità occupazionale degli imprenditori onesti”.

Spezzare le catene. Un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato, di Jean René Bilongo, Carlo Cefaloni, Giuseppe Gatti e Toni Mira. Prefazione di Gian Carlo Caselli, Città Nuova Editrice, Roma 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 38, dicembre 2019.

Museo Piana delle Orme (seconda edizione)

A sei anni dalla prima edizione, l’Associazione Museo Piana delle Orme ha pubblicato una versione aggiornata della guida al museo, necessaria perché le collezioni e le aree espositive continuano ad arricchirsi.

Alda Dalzini, direttrice del museo, ricorda nella presentazione la figura e gli intenti del fondatore Mariano De Pasquale, imprenditore agricolo giunto nell’agro Pontino dalla Sicilia, che dagli anni ’60 inizia ad “accumulare” macchinari agricoli in disuso, residuati bellici e altri oggetti con il sogno di realizzare un “Museo dove fossero eliminate tutte le barriere fisiche, sociali, intellettuali ed economiche. Un posto che non fosse solo uno spazio fisico a cui accedere, ma soprattutto uno spazio sociale, da frequentare e a cui partecipare abitualmente. Un luogo che si potesse esplorare in libertà con l’obiettivo di coinvolgere pubblici differenti: studenti, appassionati, collezionisti, specialisti, famiglie, anziani, adolescenti e bambini, ognuno con i suoi tempi, le due esigenze e modalità di fruizione.” Questo è oggi la Piana delle Orme.

La guida è articolata in capitoli che corrispondono alle aree espositive del museo: Giocattolo d’epoca e modellismo, Bonifica Pontina, Mezzi agricoli d’epoca, Vita nei campi, Deportazioni e internamento, Mezzi bellici d’epoca, da El Alamein a Messina e Salerno, la Battaglia di Cassino, lo Sbarco di Anzio, Polo Aeronavale.

Ogni capitolo descrive con molta cura il contenuto dei rispettivi padiglioni, con il supporto di numerose e suggestive fotografie, e contiene note dell’autore sugli avvenimenti evocati e sulla storia delle collezioni.

Il capitolo sul Polo Aeronavale rappresenta la principale novità contenuta nella seconda edizione della guida, con una serie di schede che illustrano le navi e gli aerei esposti nell’area di più recente realizzazione.  Le imbarcazioni esposte, ricorda Zaccheo, sono state donate al museo dalla Scuola Nautica e dal Settore Navale della Guardia di Finanza di Gaeta. Questo mette in evidenza come ormai il museo Piana delle Orme sia diventato un punto di riferimento per tutta il Lazio meridionale. Proprio a Gaeta, nei cantieri della Italcraft, è stata costruito il guardacoste G. 64 Darida.

La nuova edizione della guida è uno strumento molto importante sia per pianificare una visita alle collezioni, sia per interpretarle.

Anche se la guida non ne fa menzione, mi fa piacere ricordare che nell’area all’aperto situata tra i due padiglioni dedicati alla bonifica sono esposte alcune macchine per il movimento di terra e i lavori edili appartenute all’impresa edile di Mario Leone (mio padre).  Tra queste ritengo sia particolarmente interessante un escavatore a corda Fiorentini (che possiamo vedere nella foto di Marzio Marzot), azienda fondata a Roma dall’ingegnere Filippo Fiorentini, attiva dal 1919 al 1975, che realizzò nel 1937 il primo escavatore interamente progettato e prodotto in Italia.

Museo Piana delle Orme (seconda edizione), di Luigi Zaccheo, Associazione Museo Piana delle Orme, Latina 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, anno XIX, n. 37, giugno 2019

Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche

L’associazione di promozione Tempi Moderni, presieduta dal sociologo Marco Omizzolo, ha pubblicato questo volume dedicato alle buone pratiche che favoriscono l’emancipazione dei migranti, per contrastare la polarizzazione che caratterizza il dibattito sulle migrazioni in Italia. Vediamo infatti rappresentate prevalentemente le posizioni di rifiuto dei migranti e quelle che presentano il migrante essenzialmente come vittima da commiserare “generando un processo di infantilizzazione ed esotizzazione. … Nei territori invece si possono cogliere delle importanti iniziative … aventi ad oggetto progetti di emancipazione ed autonomizzazione del migrante. Essi elaborano e custodiscono esperienze che possono condizionare positivamente il dibattito nazionale, contrastando la dicotomica retorica vigente e rappresentare l’occasione per restituire al migrante un legittimo protagonismo sociale, culturale ed economico.”

Uno dei contributi raccolti nel libro, di cui è autore lo stesso Marco Omizzolo, riguarda specificamente il Lazio Meridionale: “La comunità indiana in provincia di Latina tra sfruttamento lavorativo, nuova legge contro il caporalato e il ruolo essenziale dei servizi sociali: il caso del progetto Bella Farnia”.

Il contributo si apre con un inquadramento del caporalato in Italia, dal punto di vista giuridico e socioeconomico. Omizzolo fa presente che “Secondo il rapporto Agromafie e caporalato della Flai-Cgil, solo in Italia esiterebbero 450 mila lavoratori che ogni giorno subiscono varie forme di sfruttamento lavorativo e sottoposti a caporalato, di cui circa l’80% migranti”.

Il saggio racconta come si è formata la comunità punjabi in provincia di Latina e delinea le sue caratteristiche. Nata negli anni Ottanta nel Novecento con i primi punjabi arrivati direttamente dal Punjab (stato collocato nella porzione nord-occidentale dell’India) o da altri paesi europei, oggi essa conta circa 30.000 presenze, concentrate prevalentemente a Latina in località Bella Farnia, a San Felice Circeo nella frazione San Vito, a Borgo Hermada nel comune di Terracina e nelle aree periurbane a Fondi. I punjabi lavorano prevalentemente nell’agricoltura, come braccianti, in condizioni di grave sfruttamento. Omizzolo descrive le modalità con le quali i punjabi arrivano in provincia di Latina partendo dall’India, con un sistema illegale al quale partecipano caporali indiani, imprenditori italiani e una serie di figure che forniscono servizi (liberi professionisti, impiegati pubblici, agenzie). Una volta arrivati in Italia i punjabi, sottoposti al ricatto del licenziamento, devono spesso lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, con una paga di circa 4 euro l’ora. Essi inoltre devono subire altre vessazioni, come pratiche illegali per il rinnovo del permesso di soggiorno, buste paga false, truffe sul rinnovo dei documenti, salari pagati in ritardo, violenze, intimidazioni e ricatti sessuali per le lavoratrici.

Si inserisce in questo contesto il progetto Bella Farnia, ovvero l’organizzazione di un Centro Polifunzionale d’Informazione e Orientamento presso uno dei luoghi in cui si concentra la comunità punjabi pontina. Gli obiettivi specifici del progetto erano il miglioramento della conoscenza della lingua italiana e delle istituzioni locali, delle tutele garantite dal diritto del lavoro, dei diritti delle donne, delle modalità di accesso ai servizi del territorio; lo sviluppo di partnership con istituzioni e organizzazioni che svolgono un ruolo nei programmi in favore dei migranti; l’approfondimento della conoscenza dell’organizzazione sociale indiana e in particolare sikh e il suo monitoraggio.  Il progetto ha prodotto un impegno formale da parte della Questura di Latina a riconoscere i benefici previsto dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione (uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale) ai lavoratori che denunciano casi di sfruttamento, riduzione in schiavitù e caporalato. È stata ottenuta inoltre l’apertura di un tavolo di lavoro presso la Prefettura ed è aumentata la capacità della comunità di autorappresentarsi e di determinare autonomamente le proprie condizioni sociali e lavorative.

Nelle conclusioni Omizzolo fa presente che per superare lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura è necessario “ripensare il mondo del lavoro, ponendo al centro i diritti dei lavoratori da coniugare con le legittime aspettative delle imprese mediate da un sistema normativo e istituzionale adeguato per preparazione, capacità predittiva e repressiva. … Insieme a quest’impegno è indispensabile organizzare servizi sociali territoriali adeguati … Essi devono essere organizzati prescindendo da approcci amministrativo-burocratici o formali, ma riuscendo a coniugarli nel merito con le specifiche caratteristiche, esigenze, aspettative dei lavoratori …”

Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche, a cura di Marco Omizzolo, Edizioni Simple, Macerata, 2017.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, anno XIX, n. 38, dicembre 2019.

Storia di un’estinzione.

Il ghiozzo di ruscello (Gobius nigricans) è un piccolo pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia dei Gobidi. La sua distribuzione è limitata ai corsi d’acqua del versante tirrenico, in Toscana, Umbria e Lazio. Si tratta di una specie molto sensibile all’inquinamento e ad altre alterazioni dell’ambiente, perché vive solo in piccoli corsi d’acqua limpidi e ben ossigenati, con fondale ciottoloso o ghiaioso.

In conseguenza della sua distribuzione molto limitata, il ghiozzo di ruscello è incluso nell’elenco delle “specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede l’istituzione di zone speciali di conservazione” (Allegato II) della Direttiva Habitat (92/43/CEE) e tra le specie protette secondo la Convenzione di Berna (Appendice III).

Nel 1984 il biologo Sergio Zerunian segnalò la presenza del ghiozzo di ruscello nel fiume Amaseno, che rappresentava il nuovo limite meridionale della sua distribuzione. Successivi studi evidenziarono che la popolazione dell’Amaseno (che era l’unica a sud del Tevere) presentava caratteristiche particolari, le quali potevano farla considerare una distinta sottospecie.

Già negli anni ’80 dello scorso secolo Zerunian aveva evidenziato alcune minacce che mettevano in discussione la sopravvivenza della popolazione di ghiozzo di ruscello nell’Amaseno: in particolare l’Amministrazione provinciale di Latina eseguiva ripopolamenti in favore dei pescatori sportivi utilizzando pesci catturati nella pianura Padana e in tal modo aveva immesso nell’Amaseno il ghiozzo padano (Padogobius martensii), che era in competizione con il ghiozzo di ruscello per i siti di riproduzione.

Nel 2006 il primo tratto del fiume Amaseno fu inserito dalla Commissione Europea nell’elenco dei Siti di Importanza Comunitaria della Regione Biogeografica Mediterranea (ai sensi della Direttiva Habitat), come esempio tra i pochi nel Lazio di corsi d’acqua ben conservati. La normativa italiana di recepimento della Direttiva Habitat (DPR n. 357/1997) assegna alle Regioni la responsabilità di gestire i Siti di Importanza Comunitaria. Già nel 1996 in uno studio finalizzato alla redazione della Carta ittica della Provincia di Latina era stata proposta l’istituzione di un’area protetta nell’alto corso dell’Amaseno.

Nel 2016 Zerunian scrisse un articolo nel quale rilevava gravi alterazione dell’habitat nell’alto Amaseno, che esponevano la popolazione di ghiozzo di ruscello a immediato rischio di estinzione: erano stati tagliati gli ontani che crescevano sulla sponda destra del fiume, veniva prelevata una quantità eccessiva di acqua per irrigare i campi coltivati a foraggio per le bufale, era stata realizzata una piccola centrale idroelettrica, senza che il progetto fosse preventivamente sottoposto a valutazione di incidenza ambientale (obbligatoria per i progetti che possono alterare i Siti di Importanza Comunitaria), infine un gregge di circa 150 capre aveva pascolato per diversi giorni indisturbato nell’alveo del fiume. L’autore inviò l’articolo agli enti interessati (comuni di Prossedi ed Amaseno, province di Latina e Frosinone, Agenzia Regionale per i Parchi della Regione Lazio) senza ottenere alcun riscontro.

Durante l’estate e la primavera del 2017 arrivò il colpo finale: durante un periodo particolarmente siccitoso gli allevatori di bufale prelevarono senza alcun controllo tutta l’acqua del fiume per irrigare le loro coltivazioni di foraggio, mandando completamente a secco il corso d’acqua. Nel mese di luglio del 2018 Zerunian, tornato a eseguire campionamenti in quattro stazioni del tratto alto dell’Amaseno, constatò la scomparsa del ghiozzo di ruscello. L’habitat fluviale risultava inoltre profondamente alterato, a causa dell’immissione di sostanze inquinanti provenienti diverse probabili fonti (allevamenti bufalini, scarichi di caseifici, acque reflue provenienti dall’abitato di Amaseno e da case sparse). L’inquinamento aveva causato la proliferazione di alghe filamentose che ricopivano il fondo del fiume, rendendolo non più idoneo alla riproduzione del ghiozzo di ruscello.

Questa vicenda, raccontata nel libro “Storia di un’estinzione”, mostra come sia stato possibile distruggere un habitat protetto da norme comunitarie e nazionali, senza alcun intervento da parte delle amministrazioni competenti (prima di tutto la Regione Lazio, responsabile della tutela dei Siti di Importanza Comunitaria nel territorio regionale, le provincie e ai comuni nel cui territorio ricade il Sito), dei Corpi di Polizia nazionali, provinciali e comunali e della magistratura.

Nelle conclusioni del libro l’autore ripropone l’istituzione di un’area naturale protetta che includa tutta la parte alta del fiume Amaseno, per tutelare e riqualificare l’ambiente anche con la reintroduzione del ghiozzo di ruscello (giovandosi del fatto che fortunatamente risulta estina anche la popolazione dell’antagonista alloctono ghiozzo padano). Una misura immediata per tutelare il Sito di Importanza Comunitaria “Fiume Amaseno (alto corso)” potrebbe essere affidare la sua gestione al Parco Regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi. Sembra infatti un’anomalia che sia affidata a questo ente la tutela del lago di Canterno, distante decine di chilometri, e non quella di un Sito incluso parzialmente in comuni che già fanno parte del Parco.

Storia di un’estinzione, di Sergio Zerunian, Ed. Belvedere, Latina 2018.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 37, giugno 2019.

Dalle mafie ai cittadini. La nuova vita dei beni confiscati alla criminalità.

La possibilità di confiscare i beni appartenenti a esponenti delle mafie è stata introdotta in Italia con la legge n. 646 del 1982, conosciuta come legge Rognoni-La Torre,mentre la legge 109 del 1996 ha introdotto l’uso sociale dei beni confiscati, attraverso l’affidamento alle associazioni e alle cooperative sociali.

Oggi, scrivono Mira e Turrisi, possiamo vedere <<terre che grondavano di sangue oggi danno buoni frutti, lavoro nero trasformato in lavoro pulito, ville dove si combinavano sporchi affari oggi luoghi di recupero di vite difficili. Sono i 782 soggetti del terzo settore che gestiscono questi beni …. Una bella Italia, cuore e intelligenza, fantasia e coraggio. Che piace>>. Far conoscere questa Italia, i suoi successi e le sue difficoltà, è lo scopo del loro libro.

Nessuna delle storie raccontate da Mira e Turrisi si svolge nel territorio del Lazio Meridionale, se lo identifichiamo con le province di Frosinone e Latina, benché secondo i dati pubblicati sul sito internet openRegio  (aggiornati a settembre 2018) risultano confiscati in provincia di Latina 455 immobili  e 48 aziende (di cui sono stati destinati solo 88 immobili e 4 aziende) mentre in provincia di Frosinone sono stati confiscati 229 immobili e 17 aziende (di cui risultano destinati rispettivamente 40 e 4). Può essere utile allora volgere lo sguardo verso la porzione del Latium Adiectum che ricade oggi nei confini amministrativi della Campania.

Un capitolo del libro, Beni matti, è dedicato a un’esperienza particolarmente avanzata che si svolge in provincia di Caserta. Qui è attivo il consorzio NCO (Nuova Cooperazione Organizzata) formato da sei cooperative sociali, che gestisce otto beni confiscati e un bene comune sottratto all’abbandono. Su questi beni insistono oggi un ristorante, due agriturismi con fattoria didattica, un impianto per la trasformazione dei vegetali (che lavora anche per conto di alcune aziende agricole operanti in provincia di Latina), una cantina, un’agenzia di comunicazione e quattro botteghe che vendono al dettaglio i prodotti dei beni confiscati e del commercio equo e solidale. Le cooperative del consorzio NCO hanno come scopo principale la creazione di occasioni di lavoro e di percorsi terapeutici per minori a rischio di esclusione, persone con disagio psichico, ex detenuti ed ex tossicodipendenti.  Il loro percorso è iniziato nel 2004, quando fu nominato responsabile sociosanitario della ASL di Caserta il dottor Franco Rotelli, che aveva partecipato all’esperienza della chiusura del manicomio di Trieste con Franco Basaglia. Ricorda Peppe Pagano, presidente della cooperativa Agropoli <<Non parlava solo di servizi, ma di partecipazione e di cooperazione, non di assistenzialismo. … Ci innamorammo di un pensiero. E andammo a dirgli “Vogliamo fare la cooperativa come dici tu”>>.

Tra le altre storie ambientate nella Terra di Lavoro c’è quella della cioccolateria sociale Dulcis in fundo, collocata nella villa sequestrata a un camorrista di Casal di Principe, promossa dalla cooperativa sociale Davar, nata nella parrocchia di Don Peppe Diana. La cioccolateria impegna ragazzi e adulti disabili nella produzione di dolci di alta qualità, grazie anche alla collaborazione dello chef Nino Cannavale, fondatore dell’Associazione Cuochi Normanni.

Queste sono solo due delle molte esperienze che potrebbero servire da esempio per la valorizzazione dei beni confiscati nel Lazio Meridionale. Durante la presentazione del libro a Sperlonga, lo scorso 7 settembre, Toni Mira ha ricordato due immobili che andrebbero al più presto utilizzati, anche per il loro particolare valore simbolico: a Formia il complesso dell’ex Marina di Castellone, a Sperlonga la villa appartenuta all’avvocato Cipriano Chianese, definito “re delle ecomafie” dal quotidiano Il Messaggero.

Come scrive nella prefazione Federico Cafiero de Rao  <<Passando davanti a una villa confiscata, abbandonata e cadente, …, nessuno penserà al sacrificio e all’impegno di magistratura e polizia giudiziaria nel contrasto all’esercito dei mafiosi e alle loro ricchezze, ma all’incapacità dello Stato di mantenere un bene e convertirlo in favore della collettività. Un’impresa confiscata che chiude è causa di perdita dell’occupazione e, quindi, sottrazione di benessere per il territorio.>>

DALLE MAFIE AI CITTADINI. La nuova vita dei beni confiscati alla criminalità, di Toni Mira e Alessandra Turrisi, prefazione di Federico Cafiero de Raho e Luigi Ciotti, Edizioni San Paolo, Cinisiello Balsamo, 2019.

Via Itri, il mio blog

Via Itri è la strada dove sono nato, a Fondi, in una stanza all’angolo con corso Appio Claudio, dove la Regina Viarum entra nel centro storico. Lungo via Itri si osservano il tratto occidentale delle mura e l’antica sinagoga. La strada è compresa nella parrocchia di Santa Maria, dove si trova la Madonna del Cielo, quella che vuole uscire dalla chiesa solo ogni venticinque anni. All’inizio di corso Appio Claudio si trovava una delle due porte principali, porta Roma, che non esiste più ma da ancora il nome al quartiere. Oggi il quartiere di Porta Roma è una piccola Tor Pignattara, vivace e multiculturale.

Qualche chilometro a ovest, sulla via Appia procedendo verso Roma, si trova il vecchio confine che per secoli ha diviso il Regno di Napoli dallo Stato della Chiesa, attraversato spesso da banditi e briganti.

Questo blog vuole essere variegato come il quartiere di Porta Roma e ama trasgredire i confini come i vagabondi.