I treni dell’accoglienza. Infanzia, povertà e solidarietà nell’Italia del dopoguerra 1955-1958.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, sostiene Bruno Maida, l’Europa affronta probabilmente “l’emergenza più grave della sua storia” per la disponibilità di alimenti. Nel periodo 1945-46, rispetto a quello 1934-38, la produzione di cereali è diminuita del 50%, quella di carne del 36%, quella di uova del 37%. Secondo un rapporto elaborato nel 1946 dall’Alto Commissario per l’Alimentazione, con 970 calorie pro capite giornaliere, che arrivano a 1650 con i prodotti acquistati al mercato nero, l’alimentazione in Italia rappresenta il livello più basso in Europa.

I bambini sono colpiti con particolare gravità dalla penuria di alimenti e di altri beni di prima necessità. Secondo un rapporto dell’UNESCO, nel 1948 i bambini che hanno bisogno di assistenza in Europa sono 60 milioni, ma le risorse a disposizione delle organizzazioni internazionali bastano a soccorrerne solo quattro milioni, per sei mesi.

“Tra il 1945 e il 1948” scrive Maida nell’introduzione al libro “l’Unione Donne Italiane e il Partito comunista organizzano un trasferimento in massa di decine di migliaia di bambini provenienti da famiglie povere di diverse parti d’Italia, prima da Milano e Torino, poi in gran parte dal Mezzogiorno, portandoli in zone dove le condizioni di vita sono relativamente migliori. L’Emilia-Romagna è l’area che ne accoglie il maggior numero, ma è una geografia nazionale che coinvolge buona parte delle regioni italiane” …. “I Treni della felicità, – espressione coniata dal sindaco di Modena, Alfeo Corassori, quando in città arrivano i primi treni da Roma – sono al contempo una parte e il simbolo di una grande e complessa operazione di assistenza all’infanzia, in cui, nei primi anni del dopoguerra, è impegnato un enorme numero di organizzazioni nazionali e internazionali, partiti, sindacati, enti pubblici e privati, laici e confessionali.”

Nella vicenda dei Treni della felicità si intrecciano, evidenza Maida, almeno quattro temi importanti per l’Italia del dopoguerra. La prima è la povertà in ampie zone del paese, che sarà un nodo decisivo della questione meridionale. La seconda riguarda le politiche per l’assistenza all’infanzia, problema che possiamo ritenere ancora non affrontato adeguatamente, considerato che la mancanza di servizi per l’infanzia concorre a causare la scarsissima natalità che si osserva oggi in Italia. La terza è il protagonismo femminile, tra la collocazione in ruoli tradizionalmente legati alla famiglia e all’infanzia e la capacità di esercitare un importante ruolo politico e sociale. La quarta concerne il modo in cui il Pci costruisce il partito nuovo e persegue un radicamento territoriale, in particolare nel Mezzogiorno.

Il terzo capitolo del libro si intitola Salviamo i bambini di Cassino e racconta l’intervento dei Treni della felicità per i bambini del Lazio, provenienti soprattutto dalle periferie di Roma e dai dintorni di Cassino. A Cassino e nei comuni circonstanti, collocati per molti mesi sul fronte della Linea Gustav, è particolarmente difficile superare le devastazioni causate dalla guerra. Una grandissima parte delle abitazioni sono andate distrutte, ogni palmo di terreno rappresenta un pericolo mortale perché può nascondere mine, le buche create dalle bombe sono diventati stagni dove crescono le zanzare che diffondono la malaria, mancano le medicine, i luoghi di cura e i mezzi di trasporto per trasferire i malati, come pure l’energia elettrica e l’acqua potabile. Un pericolo particolare per i bambini è rappresentato dai residuati bellici.

Questa situazione viene rappresentata dai delegati della provincia di Frosinone al V congresso del Pci, che si apre a Roma negli ultimi giorni del dicembre 1945. Una delegazione del congresso visita la provincia di Frosinone, guidata da Teresa Noce che ne riferisce il 6 gennaio. Il partito decide di intervenire, prende avvio quindi un complesso lavoro che coinvolge, oltre al Pci e all’UDI, l’ONMI, l’Opera Nazionale Combattenti, la Confindustria, la CGIL, la Croce Rossa Italiana e altre organizzazioni.

Tra gli ostacoli da superare, per far partire i bambini, c’è la diffidenza delle famiglie, fomentata in alcuni casi dai parroci. Racconta A. Panicucci in un articolo sull’Avanti! che a Sant’Andrea sul Garigliano molte famiglie avevano aderito alla proposta di inviare i bambini al Nord, ma il parroco aveva in seguito suscitato il timore che i loro figli sarebbero stati inviati in Russia e istigati a odiare i genitori. Quando il gruppo guidato dalla pediatra Savalli andò a prendere i bambini trovò che «La popolazione si era ritirata sui monti e aveva piazzato le mitragliatrici».

Nonostante le innumerevoli difficoltà, tra febbraio e maggio del 1945 partirono dalla provincia di Frosinone circa 3500 bambini, accolti da famiglie residenti in 51 comuni italiani.

I treni dell’accoglienza è un libro importante per conoscere la vita politica e sociale del secondo dopoguerra in Italia, trattando in modo vivace e profondo temi importanti come i problemi della povertà e dell’infanzia, il radicamento del Partito comunista, il ruolo delle donne nel partito e nella società, la solidarietà e il confronto tra le culture del Nord e del Mezzogiorno. Leggere le descrizioni delle condizioni di vita a Cassino, a Roma o a Napoli alla fine della guerra aiuta anche a comprendere quelle dei popoli coinvolti oggi nei conflitti.

La storia dei Treni della felicità è raccontata anche nel bellissimo albo illustrato tre in tutto, con testi di Davide Calì e illustrazioni di Isabella Labate, pubblicato nel 2019 da Orecchio Acerbo.

di Massimo Leone

I treni dell’accoglienza. Infanzia, povertà e solidarietà nell’Italia del dopoguerra 1955-1958, Bruno Maida, Einaudi, Torino, 2020.

Recensione pubblicata su: Annali del Lazio Meridionale, Anno XXI, n. 41, giugno 2021.

Il disegno di Isabella Labate è tratto dal libro tre in tutto, testi di Davide Calì, illustrazioni di Isabella Labate, orecchio acerbo, 2018.

Giulia Forte, animatrice dell’Archivio Storico della Memoria del ‘900 della Città di Fondi, ci ricorda che il 25 gennaio 1946 fu affisso un manifesto del comune di Fondi, firmato dal pro Sindaco Fernando Di Biasio, per comunicare che:

«i bambini che hanno fatto domanda di trascorrere i mesi invernali ospiti dei lavoratori di Modena e provincia, partiranno per Latina, domenica 27 p.v. alle ore 7.30.

Pertanto i 70 bambini scelti dalla Commissione e sottoposti a visita medica sono invitati a presentarsi (possibilmente accompagnati dai genitori) prima di quell’ora alla locale Sezione Comunista, dove avverrà una prima assegnazione di indumenti.»

Giulia Rita Eugenia Forte, “Parlo con te” Fernando Mariano Di Biasio Primo sindaco di Fondi nel 1946, Ali&no Editrice, Perugia, 2023.

Terre di scambio. Vite translocali tra il Delta del Nilo e Roma.

Francesca Giangrande ha conseguito nel 2018 il Premio Ugo Baldini per tesi di dottorato, che dà ai vincitori la possibilità di pubblicare i risultati del proprio lavoro presso la prestigiosa società editrice il Mulino. Il premio è stato istituito dall’Archivio Osvaldo Piacentini, per “offrire un contributo di riflessione e proposta su questioni cruciali attinenti alle politiche del territorio, considerato nelle sue diverse dimensioni (fisica, istituzionale, sociale, ambientale, economica, culturale e altre ancora)”.

Nella prefazione Giuseppe Dematteis afferma che la ricerca di Francesca Giangrande “ha un forte carattere innovativo e persino rivoluzionario, sia nel senso delle <<rivoluzioni scientifiche>> di T.S. Kunh, sia per il rovesciamento della prospettiva con cui vengono normalmente considerate le problematiche dei migranti da parte degli operatori pubblici.”

Il carattere innovativo della ricerca di Francesca Giangrande deriva dalla necessità, da lei avvertita, di superare le difficoltà che incontrano la pianificazione territoriale e le politiche pubbliche nell’affrontare la non-stanzialità. “L’esigenza di analizzare a fondo i problemi ha reso dunque necessario prescindere dai singoli statuti disciplinari, passando da una disciplina all’altra e ricercando scambi fertili anche con altri saperi, secondo la pratica non banale della trasgressione disciplinare, intesa come the propensity to trepass [Hirshman, 1981] dal dominio delle scienza sociali a un altro”. Per affrontare il tema della non stanzialità l’autrice ha quindi trovato utile il confronto con Albert Hirschman, che nella sua lunga e operosa vita ha attraversato molti confini, sia quelli tra le discipline, sia quelli tra gli stati, prima come profugo poi come ricercatore ed economista dello sviluppo (sua sorella Ursula intitolò Noi senzapatria l’autobiografia).

Il libro ci parla di una comunità che vive tra Roma, dove abita prevalentemente a Ostia, e il Delta del Nilo, in particolare nel villaggio di Kafr Kela al Bab. Il primo capitolo, molto denso, affronta l’evoluzione delle categorie di mobilità e stanzialità, introduce in concetto di translocalità e riconosce il ruolo delle pratiche di costruzione dello spazio nella creazione dei luoghi. Il secondo capitolo illustra il metodo e l’oggetto della ricerca, lo “studio translocale del fenomeno migratorio tra Kafr Kela al-Bab e Lido di Ostia e degli effetti che esso ha prodotto in passato e produce tuttora sui loro territori”. Il terzo capitolo è dedicato alle storie di vita dei migranti, presentate con interviste e osservazioni dirette sia a Roma che sul Delta del Nilo. Il quarto capitolo descrive gli effetti della translocalità, sia sullo spazio fisico sia sullo sviluppo delle reti sociali.

Nelle conclusioni Francesca Giangrande ci richiama alla “imprescindibilità di considerare il migrante come essere umano, nella sua totalità, complessità e corporeità” e alla “necessità di liberarsi da ogni etnocentrismo e pensée d’État, non considerando i migranti come originari di, ma appunto esseri umani che, oggi più che mai, spesso inconsapevolmente, aspirano a un’emancipazione politica che forse può trovare spazio solo in una visione del mondo libera dalle costrizioni a subordinarsi ad appartenenze specifiche. Ciò significa … anche svolgere una critica radicale di tutti quei termini di derivazione coloniale quali integrazione, adattamento, assimilazione, minoranza, inserimento, che spesso caratterizzano il linguaggio delle politiche pubbliche che si fondano su un’immagine precostituita della differenza …”.

I risultati della ricerca possono rappresentare secondo l’autrice riferimenti utili per progetti di riterritorializzazione e sviluppo locale sostenibile: “Terre di scambio può essere un progetto, sia a Ostia dove, a una situazione complessa, caratterizzata dalla coesistenza di migranti con progetti migratori differenti, fa riscontro una scarsa agency dei migranti, con relazioni con gli abitanti autoctoni che sono talvolta conflittuali talvolta collaborative; sia a Kafr, dove la popolazione locale convive con i transmigranti che hanno un potenziale know-how e un campo di risorse per ri-territorializzare i luoghi, ma vi è anche il rischio di un aumento delle disuguaglianze socio-spaziali.”

Terre di scambio. Vite translocali tra il Delta del Nilo e Roma, Francesca Giangrande, il Mulino, Bologna, 2019.

Recensione pubblicata su: Annali del Lazio Meridionale, Anno XXI, n. 41, giugno 2021.

Immagine tratta da: http://www.getamap.net

Un gesuita a Scampia. Come può rinascere una periferia degradata.

Padre Fabrizio Valletti nasce a Roma nel 1938, unico maschio con cinque sorelle. Suo padre, preoccupato che Fabrizio venisse troppo coccolato dalle donne di famiglia, a nove anni lo iscrive agli scout.

Da studente di architettura partecipa all’occupazione della facoltà per protestare contro la mancata attuazione del piano regolatore di Roma. Poi decide di farsi prete, aderisce alla Compagnia di Gesù, ottiene la licenza in filosofia presso l’Università Gregoriana e viene mandato Livorno per insegnare nel collegio Francesco Saverio.

«A scuola, da ragazzo, avevo sofferto molto, perciò quando divenni insegnante, affinchè i regazzi che mi sarebbero stati affidati non la prendesseso male quanto me, mi inventai una “scuola fuori dalla scuola”, con aule senza pareti: gli alunni imparavano stando per strada, guardando cose, parlando con le persone, facendo teatro e musica. Tenevo la classe come avrei tenuto un reparto scout.»

In seguito viene inviato a Bologna per occuparsi degli studenti universitari, ma si dedica anche ai detenuti. «Il carcere bolognese della Dozza, …, era pieno di detenuti provenienti dal sud, e da Napoli in particolare … L’occasione di trasferirmi a Scampia si prospettò per me come l’occasione di risalire alla sorgente: sarei andato nel luogo dove queste persone … erano nate e avevano vissuto parte delle loro drammatica esistenza. Avrei potuto vedere dove questi fenomeni insinuano le loro radici e capire di chi fossero le responsabilità»

Per padre Fabrizio si apre la possibilità di applicare anche a questo problema il suo metodo Piedi, cuore, testa, mani: «Partendo dai piedi è possibile incontrare e immergersi nella realtà, per puoi commuoversi con un cuore aperto, soprattutto di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie; ecco allora che nella testa fiorisce il desiderio che ci spinge a studiare e progettare processi di cambiamento; con le mani attive, oneste e aperte alla collaborazione si potranno allora attuare progetti efficaci e innovativi.»

Diverse esperienze di padre Fabrizio a fianco dei detenuti e delle loro famiglie hanno avuto esiti drammatici, ma nonostante le difficoltà dell’ambiente carcerario, non mancano iniziative che hanno raggiunto importanti risultati: «… Aldo Bifulco e Ciro Calabrese hanno avviato un progetto per offrire ai detenuti la possibilità di coltivare orti e giardini all’interno del centro penitenziario. Con Sara ed Egidio, appassionati agronomi, che ogni settimana li hanno istruiti e incoraggiati, pure con i detenuti di Secondigliano è stato possibile godere la gioia di vedere crescere ortaggi e piante aromatiche. … per alcuni detenuti è stato possibile sperimentare il valore del lavoro che, soprattutto quando si tratta di lavoro agricolo, ha una forte valenza riabilitativa».

«Un altro obiettivo di grande importanza è formare una coscienza di responsabilità nei cittadini partendo dal quartiere, affinchè si sentano coinvolti in prima persona nell’offrire ai detenuti occasioni di accoglienza per i previsti permessi premio e per le altre misure alternative possibili.»

L’impegno di padre Fabrizio e di tanti altri ha portato a risultati significativi. La cooperativa L’uomo e il legno ha realizzato un laboratorio di falegnameria, dove si impegnano anche giovani detenuti in permesso di lavoro, per imparare un mestiere. Giovanni Maddaloni, padre dell’olimpionico di judo Pino, ha aperto una palestra dove è possibile accedere gratuitamente in caso di bisogno, frequentata anche da bambini con difficoltà di vario tipo e donne che vogliono avere cura del proprio corpo.

I padri gesuiti hanno aperto un centro di formazione professionale dedicato ad Alberto Hurtado, accanto al quale è nato un giardino delle religioni, con alberi che rappresentano la mitologia greca, l’islam, il cristianesimo, l’ebraismo e il buddhismo. «È importante che nei giovani sia viva la passione per la natura, come un gioco, un’avventura, alla scoperta della varietà e delle leggi che ne regolano il corso. Attraverso l’osservazione della crescita delle piante, essi vedono rispecchiato il loro stesso sviluppo e, nella pluralità delle specie, possono cogliere la varietà e la bellezza che richiama alla mente la varietà e la bellezza dell’umanità stessa.»

Nei laboratori del Centro Hurtado di è formata la cooperativa sociale La Roccia, che produce articoli con il marchio fatto@scampia®, intorno alla quale si è formata una rete di sostegno presente in diverse regioni italiane (https://www.fattoascampia.com/).

Un problema particolare è rappresentato dagli insediamenti di famiglie slave e rom, nei campo sorto ai margini del quartiere. Un percorso importante è stato avviato con l’associazione “Chi rom … e chi no“, che ha rivolto l’attenzione in particolare verso donne e bambini e ha portato alla nascita del ristorante Kichù. Qui lavorano insieme donne italiane e donne rom originarie dei balcani, proponendo la cucina napoletana insieme a quella balcanica.

Queste sono solo alcune delle esperienze raccontate nel penultimo capitolo del libro, Ponti verso il futuro.

Nell’ultimo capitolo, Una conclusione che non conclude, padre Fabrizio ci ricorda che «Anche a Scampia si può pensare, si può sognare, si può cercare insieme di vivere nella legalità e nella libertà. Ma queste potenzialità possono attuarsi solo grazie a un impegno comune che, al di là della latitanza dei progetti politici e delle istituzioni, faccia leva sulla capacità di riunire energie oneste e intelligenti, per una presa di coscienza da parte della popolazione cittadina – ma il discorso vale per tutte le periferie – al fine di affermare percorsi di affermazione del diritto allo studio, alla salute e al lavoro per tutti». … «Non sono ancora percepibili cambiamenti strutturali, ma per molti abitanti di Scampia è sbocciata una nuova e cosciente volontà di resistenza (https://viaitri.blog/2021/01/01/resistere-a-scampia/) e di innovazione»

Fabrizio Valletti, Un gesuita a Scampia. Come può rinascere una periferia degradata., Prefazione di Franco Roberti, postfazione di Marco Rossi-Doria, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2017.

Sikh

Vera Frongia e Gianni Saviano da anni producono un’importante documentazione fotografica sulle comunità formate dagli immigrati originari del Punjab e dai loro figli nati in Italia, residenti nelle pianura Pontina e in quella di Fondi.

Recentemente, in occasione della mostra allestita a Fondi presso palazzo Caetani “I Sikh – storia, fede e valore nella Grande Guerra” (https://www.comunedifondi.it/news/i-sikh-storia-fede-e-valore-nella-grande-guerra-dal-12-agosto-al-3-settembre-a-palazzo-caetani/4594/), hanno pubblicato nel volume “Sikh” circa 150 foto a colori di vari formati.

Le foto di Frongia e Saviano illustrano molti aspetti della vita delle comuità Sikh insediate nel Lazio meridionale, dalle feste tradizionali ai riti religiosi, dal lavoro come dipendenti nell’agricoltura e nell’allevamento alle nuove imprese artigianali e commerciali create da loro, fino alle manifestazioni per ottenere condizioni di lavoro dignitose e alle attività di volontariato..

Le foto sono accompagnate da testi brevi ma molto significativi, sui principali aspetti della storia e della cultura dei Sikh illustrati dalle immagini.

Nel compesso, il libro documenta come la comunità Sikh arricchisce culturalmente il Lazio Meridionale, oltre a svolgere un ruolo fondamentale nella vita economica e sociale

Sikh, di Vera Frongia a Gianni Saviano, Associazione Imagine, Fondi, 2021,

Cinque anarchici. Una storia negata.

Diversi libri sulla storia della Calabria, legati ad anniversari, sono stati stampati nel 2020. Mimmo Perrotta ha pubblicato la raccolta di saggi “Rosarno, la rivolta e dopo – cosa è successo nelle campagne del sud” ricorrendo il decennale della rivolta dei lavoratori di origine africana. Il quarantennale degli omicidi di Peppe Valarioti e Giannino Losardo ha rappresentato l’occasione per la pubblicazione da parte di Enzo Ciconte del volume “Alle origini della nuova ‘ndrangheta. Il 1980. Le reazioni del PCI e le connivenze della politica e della magistratura”, mentre Danilo Chirico e Alessio Magro hanno curato una nuova edizione del loro “Il caso Valarioti”, con un disegno di Mauro Biani in copertina. Di vicende legate alla rivolta di Reggio Calabria, di cui ricorreva il cinquantennale, tratta il libro di Fabio Cuzzola sui cinque anarchici di Reggio Calabria, morti nel 1970 a seguito di un incidente stradale sull’Autostrada del Sole, tra Ferentino e Anagni.

Riprendiamo qualche data dalla cronologia comparata che apre il racconto di Cuzzola: il 14 luglio 1970, per via della contesa con Catanzaro sulla sede del capoluogo regionale, scoppia la rivolta di Reggio Calabria; il 22 luglio deraglia presso Gioia Tauro il Treno del Sole, si contano 6 morti e 96 feriti; agli inizi di agosto, in accordo con la Federazione Anarchica Italiana, gli anarchici di Reggio Calabria avviano un’inchiesta sulla strage del 22 luglio; il 26 settembre si verifica l’impatto tra un autotreno e la Mini Morris su cui viaggiano verso Roma Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, i due autisti dell’autotreno sono dipendenti del principe Juno Valerio Borghese. Nel gennaio del 1971 la magistratura archivia le indagini sull’incidente, Lotta Continua pubblica un dossier in cui si sostiene che i giovani anarchici sono stati uccisi perché avevano raccolto le prove sul fatto che il deragliamento di Gioia Tauro era stato causato da un attentato di matrice fascista.

Nel primo capitolo del libro, intitolato “Incidente o strage?”, Cuzzola descrive le circostanze dell’impatto, avvenuto alle ore 23:25, al km 58 dell’autostrada A2. Angelo Casile, Luigi Lo Celso e Franco Scordo muoiono sul colpo, Gianni Aricò e Annalise Borth vengono trasportati all’ospedale di Frosinone. Gianni si spegne al momento dell’arrivo in ospedale, Annelise qualche giorno più tardi. Secondo la ricostruzione dell’autore l’impatto avviene a causa di uno sbandamento dell’autotreno, durante il tentativo di sorpasso da parte della Mini Morris diretta verso Roma.

Nella nuova edizione Tonino Perna ha aggiunto un post scriptum, alla prefazione che aveva scritto nel 2001 per la prima edizione del libro. Nei primi giorni di settembre Angelo Casillo, di ritorno da un viaggio a Palermo, gli raccontò di un incontro con il direttore del quotidiano L’Ora. Angelo confidò a Tonino che De Mauro (rapito il 16 settembre e mai più ritrovato) aveva rivelato cose terribili di cui non poteva riferire. Anche Gianni Aricò, suo cugino, gli disse che <<erano venuti a conoscenza d fatti che avrebbero fatto tremare l’Italia>>.

Ricostruendo i fatti Tonino Perna è giunto alla conclusione che Mauro De Mauro avesse parlato ad Angelo Casillo delle sue indagini sul progetto di colpo di stato che Junio Valerio Borghese stava tramando e scrive <<… era un peso, un segreto, troppo grande per dei giovani idealisti amanti della libertà che lo stato delle stragi, che ha guidato per più di vent’anni questo paese, non poteva lasciare che fosse svelato.>>

Il libro di Fabio Cuzzola merita di essere letto non solo per la rilevanza della storia che ricostruisce, ma anche per la bella narrazione di un episodio importate della vita culturale, civile e politica del Mezzoggiorno, rappresentata dal movimento anarchico a Reggio Calabria negli anni Sessanta dello scorso secolo. Il volume comprende anche una documentazione fotografica e la raccolta delle canzoni e ballate dedicate alla storia dei Cinque anarchici.

Cinque anarchici. Una storia negata, Fabio Cuzzola, Castelvecchi, Roma, 2020.

Recensione pubblicata su Annali del Lazio Meridionale, Anno XXI, n. 41, gugno 2021.

Un sociologo in Terra di lavoro

Nella ricorrenza del venticinquesimo anniversario dell’omicidio di don Peppe Diana, Alessandro Colletti e Goffredo Fofi hanno raccolto esperienze e testimonianze in un libro pubblicato dalle Edizioni dell’Asino. La testimonianza di Enrico Pugliese è intitolata Un sociologo.

Pugliese racconta che iniziò a indagare sulla Campania quando, mentre usufruiva di una borsa di studio in California, gli arrivò la notizia dei “fatti di Battipaglia”. Il 9 aprile del 1969 la polizia attaccò duramente i cittadini di Battipaglia che avevano occupato la ferrovia per protestare contro la chiusura di uno zuccherificio e di un tabacchificio, gli scontri proseguirono per molte ore e sotto il fuoco delle forze dell’ordine caddero la casalinga Teresa Riccardi e lo studente Carmine Citro.

La chiusura delle fabbriche in Campania proseguì per tutti gli anni ’70. La vittoria del sindaco comunista Valenzi a Napoli, scrive Pugliese, è il portato di una realtà ormai pregressa. Il terremoto del 1980 non è la causa dei cambiamenti nel Mezzogiorno, perchè quando arriva il terremoto le cose più importanti sono già successe.

La Terra di lavoro rappresentava il prodotto di secoli di arretramento in quella che era stata la Campania felix, ridotta a terra di pascolo brado e agricoltura povera. Con la bonifica si trasforma in una terra molto ricca e poco abitata, dove dilaga negli anni Settanta la criminalità organizzata. Scrive Pugliese a questo proposito che “Per quel poco che ne so, la mia idea è che la tematica della produzione agricola quotidiana, della vita dell’azienda capitalistica del del bracciantato immigrato c’entrino poco con la criminalità organizzata. Il caporale di Villa Literno non è necessariamente collegato con la camorra, perchè la camorra ha due ambiti principali che io riconosco: il taglieggiamento dell’impresa e la droga. Quale interesse può avere a controllare il caporale che porta i braccianti da Giugliano a Caianello?” … “Gli immigrati arrivano così densamente perchè è una zona di svipuppo non popolosa …” … “Il caporale non è solo quello che descrive Leogrande, in tutte le zone è una figura necessaria e normale.” …. “Come risultato della ricerca, ho scoperto che in tutte queste zone, quale che sia il caporale, la struttura produttiva, il tipo di raccolto, i braccianti, al netto del taglieggiamento del caporale, si portano a casa tra i venti e i venticinque euro, come se ci fosse il contratto nazionale unico del sottosalario

Pugliese racconta che sua esperienza di ricerca nella Terra di lavoro “E’ stata un periodo interessante, perchè la prima ondata migratoria era altamente scolarizzata e c’è stata una forte identificazione reciproca” .. “I miei ricercatori … riuscivano a interagire con i più giovani per il fatto di essere giovani: l’identificazione studente-bracciante avveniva per la comune scolarizzazione …” …. “L’unica cosa che scoprii e capii fu l’analogia con la California, il modello della produzione ortofrutticola moderna, basato sullo sfruttamento del bracciante agricolo che comunque era un riscatto per chi lo viveva, ma si trattava anche di accettare salari e condizioni la lavoro che quindici anni prima erano state superate.”

Al termine della sua testimonianza, in cui ci parla anche di come Saviano ed altri autori rappresentino in modo molto distorto la realtà della Campania, il sociologo si chiede se l’agricoltura è ancora importante nella Terra di lavoro. La risposta è affermativa: “L’agricoltura conta certamente: ci sono centinaia di migliaia di persone che lavorano in un’agricoltura che è ricca perchè la manodopera è povera e lo deve essere, deve essere disperata, come in California negli anni Trenta. Su quattro, cinque milioni di immigrati presenti in Italia, di cui la metà lavorano, la metà sono donne che lavorano come badanti; ci sono gli operai, ci sono gli edili. Restano un paio di centinaia di migliaia impiegati nell’agricoltura, ma sono i veri ultimi, i paria, a prescindere dalla camorra e dal caporalato.

Per quanto possa essere rassicurante attribuire la responsabilità dello sfruttamento dei bracciati ai camorristi e ai caporali, non dobbiamo dimenticare che le cause vere vanno ricercate altrove. Ci sono da una parte il meccanismo di formazione dei prezzi dei prodotti agroalimentari, che penalizza i margini delle aziende agricole, dall’altra la scarsa propensione a investire e a innovare di molti agricoltori. Non dobbiamo dimenticare infine la scarsa efficacia delle politiche pubbliche per lo sviluppo rurale, che dovrrebbero promuovere gli investimenti e l’innovazione, di cui non si discute mai.

Putroppo nel dibattito pubblico in Italia non è molto frequente ascoltare studiosi appassionati, competenti e intellettualmente onesti come Enrico Pugliese.

Enrico Pugliese, Un sociologo. In Terra di lavoro. Esperienze e riflessioni dai paesi di don Peppe Diana, a cura di Alessandro Colletti e Goffredo Fofi. Edizioni dell’Asino, Roma, 2020.

Pratiche possibiliste

“Il possibilismo nella pratica o, se si preferisce, la pratica possibilista, risiede nell’avvio di iniziative, nella gestione delle difficoltà emergenti, nella capacità di reagire per trovare soluzioni non previste a problemi individuali e collettivi ricorrendo a questa capacità di utilizzare risorse nascoste e, in particolare, nella capacità di definire politiche adatte ai luoghi e alle istituzioni. Essa riguarda i processi di cambiamento che vengono fuori da interazioni tra individui e aprono la strada a nuovi comportamenti individuali e sociali”, ci spiega l’economista Sebastiano Patti nel contributo intitolato Possibilismo nella pratica e leadership inclusiva. “Molto spesso” aggiunge Patti “nelle realtà locali, il processo di cambiamento e sviluppo è ostacolato dalla mancanza di un’organizzazione sistematica, piuttosto che dalla carenza di risorse finanziarie

Vincenzo Marino e Nicoletta Stame hanno voluto presentare, in Pratiche possibiliste “Storie di persone che hanno passione per il cambiamento: per lo sviluppo economico e sociale, per un’orgazizzazione efficiente e responsabile, per una convivenza democratica”, attive in tre ambiti di intervento, la pubblica amministrazione, le imprese e i territori (N. Stame, Il cambiamento possibile. How).

Una delle esperienze che mi ha colpito di più è quella di Nicola Lamberti, forse anche a causa di un coincidenza che racconterò più avanti, esposta nel contributo Valori imprenditoriali e bene comune curato da Nicoletta Stame sulla base di due interviste. Lamberti è un fisico impegnato nella ricerca presso il CNR, che si trova a fare anche l’imprenditore per collaborare al progetto di un amico, ed è sindaco di Borgarello, paese di circa 2700 abitanti in provincia di Pavia.

Lamberti racconta che quando ha iniziato l’attività di impresa nella società 7pixel ha capito l’importanza di non pianificare “Spesso nella nostra vita tendiamo a pianificare così tanto nel dettaglio, che rimaniamo progionieri di quei pensieri. …. Decidere prima, definire il percorso prima, è un grossissimo limite. In più se investiamo troppo tempo nella pianificazione corriamo il rischio di sentirci estremamente legati, o forse fin troppo affezionati, all’investimento di tempo che abbiamo fatto in questa pianificazione”. Rimanere aperti a cogliere le aternative che ci si presentano è importante anche nella vita privata. Nel campo delle attività d’impresa, in particolare, “è vitale essere innovativi e aperti. Lontani dal vincolo di una pianificazione a lungo termine che porterebbe l’impresa fuori dal mercato e dalla sua naturale propensione al cambiamento. E’ necessario basare quasiasi decisione su una maggiore conoscenza dei dati a disposizione coniugata all’esperienza accumulata nei passi fatti fino a quel punto”

Lamberti propone quindi una “metodologia agile“, basata sull’apprendere dagli altri e sul non pianificare. Di fronte a un problema grande, la metodologia agile insegna a concentrarsi sul primo passo da compiere (step). In questo modo si riesce a ridimensionare il problema e ad utilizzare tutte le informazioni che a mano a mano si acquisiscono. “La mia esperienza mi ha insegnato quanto sia importante avere chiara la meta ma quanto sia necessario non delineare a priori il percorso per raggiungerla” sostiene Lamberti.

La metodologia agile insegna anche a guardare in una diversa prospettiva il fallimento. “Noi siamo un popolo pieno di inventiva che però fatica a fare impresa, perchè siamo terrorizzati dalla paura di sbagliare. Sarebbe utile acquisire l’importanza del fallimento come esperienza, come feedback. Se al prossmo passo il terreno si mostra poco adatto al nostro percorso vorrà dire solo che dobbiamo cambiare percorso. Nessun fallimento. Solo esperienza”.

L’insegnamento più importante appreso nell’esperienza di imprenditore e amministratore locale, ci racconta Lamberti, è che “quanto più ci concentriamo nel momento presente (e non nel futuro … che non governiamo e non controlliamo) su tutto il mondo che ci circonda, sul sistema che ci ospita e, qundi, non solo su di noi, tanto più avremo fatto il migliore investimento sul nostro futuro stesso.”

Nel pomeriggio ho letto la testimonianza di Lamberti, di mattina mentre ero in auto avevo scoltato alla radio l’omelia di papa Francesco per la Pentecoste, che conteneva questo passaggio: “Il primo consiglio dello Spirito Santo è: abita il presente. Il presente, non il passato o il futuro. Il Paraclito afferma il primato dell’oggi, contro la tentazione di farci paralizzare dalle amarezze e dalle nostalgie del passato, oppure di concentrarci sulle incertezze del domani e lasciarci ossessionare dai timori per l’avvenire. Lo Spirito ci ricorda la grazia del presente. Non c’è tempo migliore per noi: adesso, lì dove siamo, è il momento unico e irripetibile per fare del bene, per fare della vita un dono. Abitiamo il presente!”. Mi sembra di cogliere una consonzanza tra le esortazioni di Nicola Lamberti e quelle di papa Francesco.

Chiude il volume un saggio di Vincenzo Marino, intitolato Osservazioni sul possibile, dedicato agli aspetti teorici che accomunano le diverse pratiche possibiliste esposte nei capitoli precedenti. Questi aspetti trasversali fanno riferimento, secondo Marino, agli “insegnamenti di Albert Hirschman ed Eugenio Colorni nella specifica declinazione di Luca Meldolesi e Nicoletta Stame e del gruppo di lavoro confluito nell’A Colorni-Hirschman Institute“. Partendo da questo filone di esperienze e ricerche Marino si è cimentato in alcuni sconfinamenti, seguendo la pratica hirschmaniana del trespassing, che gli hanno consentito “per assonanze e contrasti” di definire un suo inquadramento dell’approccio possibilista. Attingendo agli studi sull’innovazione di Steven Jhonson e a quelli di David Eagleman sul funzionamento della mente, confrontati con le riflessioni si Albert Hirschman ed Eugenio Colorni, Marino evidenzia “la natura spiraliforme del processo di sviluppo” per la quale “quando un sistema sociale o organizzativo intercetta questa modalità diviene più capace di cogliere l’innovazione, di svilupparsi autoriproducendosi. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia: quando un sistema perde o non possiede questa capacità (per ragioni che possono essere molteplici) si può innestare un processo altrettanto spiraliforme: l’inviluppo del sottosviluppo. Ovvero la tendenza di società, paesi, territori ad “avvitarsi su se stessi” ridimensionando progressivamente la capacità di intercettare l’innovazione e di migliorare virtuosamente.”

Soprattutto in queste situazioni regressive il possibilismo è chiamato ad intervenire. Esso infatti è “Uno strumento di azione, più che un supporto all’analisi statica dei fenomeni, perchè sposta l’attenzione dalla mera identificazione dei cambiamenti necessari per ottenere lo sviluppo, focalizzando l’attenzione sui meccanismi che li generano e li rafforzano. Ecco! La gran parte dell’ossessione possibilista nel campo dello sviluppo economico sta forse proprio nel tentativo di sovvertire le resistenze al cambiamento, di agire in terra hostilis per risalire la corrente”.

Per orientare il possibilismo come strumento di azione è necessario chiedersi quale ne sia lo scopo fondamentale. A questo proposito Marino sostiene che “l’intero impianto del lavoro straordinario di Eugenio Colorni e Albert Hirshman nasce nella consapevolezza di porre al centro del ragionamento “le persone” con i loro bisogni, i loro diritti, le loro legittime aspettative di emancipazione”. Dalla centralità della persone dicende che “le libertà civili, politiche, economiche, sociali costituiscono il fine ultimo dell’azione possibilista“.

Marino riflette infine su quali siano i limiti dell’azione possibilista e li identifica così: “Consapevolezza del limite (se si vuole anche della “fallacia” dell’umano) e amore per la realtà e per la persona che implicano un processo continuo, per tentativi ed errori, di apprendimento. E’ un processo al quale ci si può allenare, migliorando progressivamente ed emulando “gioiosamente” la fatica di Sisifo”. … “Il possibilismo non è dunque avventurismo. E neppure, per usare un brutto neologismo, “cambiamentismo”. Seppur nasce con un autoironico “pregiudizio per il miglioramento” è una pratica consapevole e rigorosa. Ostinata. Ardita e prudente allo stesso tempo.”

In questo tempo che porta molti a riflettere sui cambiamenti necessari e sui mezzi a disposizione per promuoverli (anche se molti parlano maldestramente di resilienza, lasciando pensare che sia auspicabile far tornare le cose esattemente come prima), le pratiche possibiliste raccolte da Vincenzo Marino e Nicoletta Stame sono senza dubbio (qualche rara volta si può non dubitare) ottimo cibo per le menti. Come lo sono le riflessioni dei curatori e la breve nota di Luca Meldolesi che aprono e chiudono il volume.

Vincenzo Marino e Nicoletta Stame (a cura di), Pratiche possibiliste, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2020.

Terra a rendere. Parchi e difesa della natura.

Un mese fa, il 31 marzo, Laura Conti avrebbe compiuto 100 anni https://viaitri.blog/2021/04/05/laura-non-ce-dialoghi-possibili-con-laura-conti/. Questo anniverario ha rappresentato l’occasione per rileggere il libro che lei aveva pubblicato nel 1986 con l’architetto Fabio Lopez Nunes, all’epoca direttore del parco lombardo delle Groane.

A quel tempo si discuteva della legge quadro nazionale sulle aree naturali protette, la cui approvazione sembrava imminente, anche se vide la luce cinque anni dopo, nel 1991.

Gli autori descrivevano con una sintesi efficacissima i processi che investivano il paesaggio: <<Si è rinunciato ai terrazzamenti, alle piccole opere di contenimento, alla lavorazione con mezzi leggeri a giro collo, perchè il trattore pesante che marcia lungo il pendìo permette di lavorare una data superficie in minor tempo. Si sono legate le viti ai pali di cemento anzichè agli alberi in quanto le radici degli alberi davano noia al trattore. Si è rinunciato a impiegare le deiezioni animali come fertilizzante, in quanto le aziende collinari non hanno più bestiame, e non ne hanno più perchè la zootecnia di pianura, concentrata lungo i fiumi, adopera gli idranti per pulire le stalle, risparmiando sulla mano d’opera ….

La concentrazione di migliaia e migliaia di capi in territori ristretti permette di realizzare le cosiddette economia di scala: in realtà permette di scaricare le diseconomie sulla pesca, sul turismo e sull’agricoltura …. Avere concesso all’industria zootecnica di usare l’acqua per sostituire la mano d’opera ha costretto le aziende agricole collinari, che si sforzano di essere competitive, a rinunciare al bestiame e ridurre anch’esse la mano d’opera, facendo ricorso al trattore e a fertilizzanti artificiali. Risultato: l’erosione e le frane>> (pagine 37-38).

Era quindi necessario difendere il sistema vivente dal <<meccanismo delle concorrenza, della gara a ridurre i costi delle produzione riducendo la manodopera>>. In che modo?

<< – sulle colline, la protezione della natura si deve realizzare attraverso la promozione e l’incentivazione dell’agricoltura su terrazzi, con tecniche di lavorazione che proteggano il suolo dalla frane e dall’erosione;

  • a quote più alte, vanno preservati i boschi esistenti e vanno rimboschite o coperte di manto erboso le aree brulle, con la creazione di un’economia silvopastorale; ciò allo scopo non soltanto di proteggere il suolo, ma anche di aumentare la liberazione di ossigeno e rinormalizzare i cicli dell’acqua;
  • a tutte le quote, sia in montagna, che in collina e in pianura, vanno delineate e protette le aree de lasciare agli equilibri naturali tra le specie, cioà alla vita selvatica, col fine di preservare le diversità genetica, e di offrire alla scienza la possibilità di studiare i sistemi naturali, la loro complessità che finora l’uomo ha distrutto senza studiarla e senza comprenderla.

A tutte le quote, poi, occorre instaurare misure di tutela sulle rive dei corsi e degli specchi d’acqua e lungo i percorsi degli uccelli migratori, …>> (pagina 100).

Seguire questa linea di condotta assegna al potere legislativo dello stato non solo il compito di porre divieti, ma soprattutto quello di <<elaborare provvedimenti positivi di incentivazione e garanzia. Limitarsi a vietare l’impiego del trattore lungo i declivi nel senso della china sarebbe insensato: spingerebbe a una rapida fuga degli agricoltori di collina verso la città, in cerca di lavoro come fattorini o come uscieri; occorre, invece, incentivare l’impiego dei mezzi leggeri che possano lavorare a giro colle, e garantire che il tenore di vita di chi li guida per otto ore al giorno sia equivalente al tenore di vita di chi per otto ore al giorno guida in trattore pesante, scavando solchi profondi e rettilinei nella pianura irrigua.>> (pagine 128-129).

<<… l’immagine di uno stato che si serve qui di incentivi economici, là di concessioni privilegiate …. per aumentare la produzione di ossigeno, per normalizzare il ciclo del’acqua e il clima, per stabilizzare e arricchire la terra, per incrementare la nidificazione degli anatidi e la riproduzione delle trote, per aumentare la produzione di saporiti prosciutti di cinghiale e di lana a pelo lungo, colloca in luce accettabile anche i divieti intesi a proteggere la tana delle lontre e la grotta dei pipistrelli.>>

<<Soprattutto, questa immagine dello stato crea dei valori nuovi, alternativi ai valori urbani, industriali, spesso consumistici. Crea dei valori sociali, etici, e di costume fondati su una nuova alleanza dell’uomo con la natura. La creazione di questi valori può mobilitare la gioventù, che oggi appare sorda alle mobilitazioni tradizionali, ma niente affatto sorda a mobilitazioni di nuovo genere.>> (pagine 129-130).

A cinquanta anni dall’approvazione delle <<Nuove norma sullo sviluppo della montagna>> (Legge 102 del 1971) e a trenta dalla <<Legge quadro sulle aree protette>> (Legge 394 del 1991), continua lo spopolamento delle aree collinari e montane, la salvaguardia delle rive di fiumi e laghi (come di quelle del mare) non è ancora una pratica consolidata e le forze politiche progressiste perdono sempre terreno nelle aree rurali.

Opportunamente reinterpretate, le indicazioni di Laura Conti e Fabio Lopez Nunes mi sembra che costituiscano ancora un importante punto di riferimento.

Laura Conti e Fabio Lopez Nunes, Terra a rendere. Parchi e difesa della natura, Ediesse, 1986.

La foto, tratta dal libro, rappresenta il litorale di Terracina, dove la crescita della città ha cancellato i vigneti fonte del celebre moscato.

Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti.

<<Sono stata accusata di essere immorale e incoerente con l’etica dell’ambientalismo e dell’ecologismo ma ancora oggi sono persuasa che nelle mie scelte di comportamento non mi hanno mai mosso convinzioni etiche o morali, sono sempre stata guidata dall’amore o dal furore, quello si, dalla passione. Ovviamente è il mio modo di pensare: negli stessi anni della caccia di discuteva di nucleare e molti erano antinuclearisti per motivi etici, per non lasciare scorie a chi arrivava dopo di loro. Per me era invece una questione d’amore e non solo verso le generazioni future quanto verso la vita nel suo insieme: amo il sistema vivente e ho sempe fatto politica per condividere con gli altri la necessità di salvarlo>>.

Dice così Laura Conti, che il 31 marzo avrebbe compiuto 100 anni, discutendo sulla caccia nel quarto capitolo del libro di Laura Bonomi Romagnoli e Marina Turi le hanno dedicato.

Pensatrice e attivista libera e intransigente, guidata dall’amore e da uno studio scrupolisissimo dei fatti, senza sentire mai il dovere di mostrare ossequio a una morale, Laura Conti ci ha lasciato tanti insegnamenti, con gli scritti e con l’impegno sociale e politico. Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi ce li ricordano con un bel libro, che non si presenta né come saggio né come antologia, ma è strutturato in una serie di conversazioni immaginarie, ambientate nella sua casa di Milano all’epoca della pandemia, tra Laura ormai centenaria e altre donne.

I temi affrontati nelle conversazioni comprendono la caccia, la pandemia e il lavoro, i disastri ambientali, l’ecologia politica, il modo di fare informazione, l’aborto, la vita e la salute delle donne.

Rileggere le riflessioni di Laura Conti è particolarmente importante oggi, quando bisogna pensare a come potrà essere il mondo dopo la pandemia.

Barbara Bonomi Romagnoli, Marina Turi, Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti. Fandango Libri, Roma, 2021.

Una Storia eritrea. Beyam, Adam, Amr.

Emilio Drudi è stato il direttore della cronaca di Latina del Messaggero negli anni gloriosi in cui il giornale pubblicava tra l’altro le scoperte e le denunce del giornalista di parte Gaetano Carnevale, suo corrispondente da Fondi e amico.

Da diversi anni Drudi segue con molta attenzione le vicende dell’Eritrea e della diaspora dei rifugiati provenenti dallo sfortunato paese africano, temi ai quali ha dedicato alcuni saggi, tra i quali quello pubblicato nel libro Migranti e diritti. Tra mutamenti sociali e buone pratiche, curato da Marco Omizzolo (https://viaitri.blog/2020/05/16/migranti-e-diritti-tra-mutamento-sociale-e-buone-pratiche/).

Nel suo libro più recente, Una Storia eritrea. Beyam, Adam, Amr, Drudi racconta la storia di tre generazioni di una famiglie eritrea. Beyam combatte come ascaro sotto la bandiera italiana, suo figlio Adam (titolare di un’azienda artigiana ad Asmara), costretto a fuggire quando l’Eritrea è sotto il dominio dell’Etiopia, Amr, figlio di Adam, dopo avere combattuto nell’esercito dell’Eritrea indipendente, attraversa il Sudan, la Libia il Mediterraneo e trova rifugio in Italia.

Il libro, dice Emilio Drudi nell’introduzione, nasce da una fotografia di Beyam in divisa da ascaro, che lui vede a case di Amr: <<Mi ha colpito l’atteggiamento fiero di Beyan: il senso di orgoglio con cui indossava l’uniforme militare>>. Da quella foto è nato un dialogo attraverso il quale Amr ha raccontato a Emilio la storia della sua famiglia. In questa storia <<… si coglie “dal basso” quello che è accaduto in Eritrea dagli ultimi anni del colonialismo dell’Italia liberale a quello dell’Impero fascista in Africa Orientale, dal convulso periodo del dopoguerra alla lotta per l’indipendenza e al sogno infranto di una Eritrea libera, democratica, aperta a tutti, spazzato via proprio da quegli stessi uomini che sembravano volerlo realizzare>>.

Si tratta di un’opera originale, ci dice nella prefazione Gabriele Proglio, perchè <<L’operazione di Drudi , dal punto di vista metodologico, è differente da quelli finora proposte. Nasce dal dialogo, dall’incontro, potremmo dire dall’amicizia, intesa qui in senso etimologico come forza che unisce due persone nell’affrontare le vicissitudini del tempo presente e il portato dei singoli vissuti. Questa scrittura è basata sul processo di scambio, di confronto dialogico che concerne l’interazione tra i due>>.

Forse è proprio il senso dell’amicizia che trapela dalle sue pagine a rendere particolarmente avvincente il libro. Le note molto curate lo rendono anche un testo sicuramente utile per conoscere la storia contemporenea dell’Africa orientale e dei suoi rapporti con l’Italia.

Emilio Drudi, Una storia eritrea. Beyan, Adam, Amr, Calamaro Edizioni, Bologna, 2020.

Fonte dell’immagne: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/e2/Alfa_Romeo_Building_in_Asmara.jpg/1024px-Alfa_Romeo_Building_in_Asmara.jpg