La scoperta del possibile

Albert Hirschman ricorda di essere rimasto affascinato dal cognato Eugenio Colorni e dai suoi amici impegnati, a Trieste nel 1937, in un’attività politica pericolosa (l’opposizione al regime fascista) fondata su un atteggiamento mentale esplicitamente svincolato da impegni ideologici. … Era come se si fossero ripromessi di provare che Amleto aveva torto: come se volessero mostrare che il dubbio può motivare l’azione invece di indebolirla e snervarla. (A. O. Hirschman. Io, detective dell’economia fascista, In: Autosovversione, Il Mulino, 1997).

Ernesto Rossi scrive che Colorni, negli anni del confino a Ventotene, Era continuamente in crisi spirituale. Ogni giorno voleva riprendere ex-novo tutti i problemi, per il timore di cristallizzare il suo pensiero in categorie ben definite, di riposare in qualsiasi comodo sistema. (E. Rossi, Eugenio Colorni, In: Ernesto Rossi, Un democratico ribelle, Kaos Edizioni, 2001).

Come è possibile orientarsi e agire, anche in situazioni dove si devono prendere decisioni estremamenti difficili (per esempio durante la Resistenza nella Roma occupata dai nazifascisti – https://viaitri.blog/2020/12/20/la-lezione-di-angelo/), quando si coltiva instancabilmente il dubbio? Eugenio Colorni ce lo spiega in una discussione con Altiero Spinelli.

Eugenio rimprovera ad Altiero di lasciarsi trascinare nel peccato che chiama <<Ideologia>> L’ideologia politica, scrive Eugenio, assomiglia come due gocce d’acqua al sistema filosofico. Lì si tratta di conciliare in dialettica armonia, essere e divenire, libertà e necessità, finito e infinito; qui libertà e autorità, socialismo e democrazia ecc. E come la filosofia non fa passi avanti risolvendo quegli eterni problemi, ma meditando con rigore su fatti e problemi e metodi particolari, e lasciando sullo sfondo, volutamente impreciso e solo accennato, l’atteggiamento sistematico generale, così la politica, a mio parere, non procederà a forza di ritoccare il proprio edificio ideologico, mettendo alla page la formulazione e la soluzione di problemi eterni; ma tenendo l’occhio fisso ai fatti che si vanno svolgendo e cercando di influire su di essi con i metodi più efficaci e spregiudicati; sempre, s’intende alla luce di alcune tendenze fondamentali che basta avere chiare nel proprio cuore e direi nel proprio istinto, senza bisogno di dare ad esse una nitida ed esatta e logica formulazione.

L’azione deve essere guidata dall’occhio fisso sui fatti e da tendenze fondamentali che bisogna avere chiare nel cuore e nell’istinto. L’atteggiamento sistematico generale è bene che rimanga impreciso e accennato sullo sfondo. Quando si hanno chiare le tendenze fondamentali si possono applicare metodi audaci e spregiudicati.

Per una persona come me, dalle idee costantemente e ostinatamente confuse, le parole scritte da Colorni a Spinelli sono di grande conforto, come lo fu per il ventiduenne Albert Hirschman scoprire a Trieste il gruppo di amici impegnati nell’attività antifascista senza avere una Weltanschauung.

Luca Meldolesi ci dice in una nota a piè di pagina: Eugenio insegna al Albert che bisogna continuamente mettere in dubbio le proprie certezze, passarle al vaglio dell’esperienza: inclusi i segnali, diretti e indiretti, che riceviamo continuamente dalla realtà. Che bisogna essere ricettivi, saper disporre i propri sensi in modo tale da accogliere ed elaborare adeguatamente i messaggi concreti provenienti dalla vita e dallo studio, soprattutto quelli inattesi, che, magari, mettono in discussione ciò che pensiamo. Che bisogna combattere le nostre resistenze psicologiche, ingaggiare una vera e propria battaglia con noi stessi per ottenere uno spicchio della verità (con la v minuscola, perché quella maiuscola strombazzata dai filosofi non esiste): una verità vera, un di più rispetto a quello che di buono già conoscevamo. Che bisogna accettare di essere presi alla sprovvista, sorpresi da fatti e idee che ci danno torto …; e che addirittura bisogna vergognarsi (ma sans vergogne) di quanto avevamo in mente precedentemente (perché, spiega Eugenio, la conoscenza più profonda è quella che ci attraversa, quella che mette in modo, che, in seguito, non dimenticheremo tanto facilmente).

Eugenio Colorni, La scoperta del possibile. Scritti politici, a cura di Luca Meldolesi. Rubettino Editore, 2017.

(R)esistere a Scampia

Il Presidente della Repubblica ha conferito il 29 dicembre a Ciro Corona il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana Per il suo quotidiano e instancabile impegno nella promozione della legalità e nel contrasto al degrado sociale e culturale.

Penso valga ancora quello che Ciro scriveva nel 2018: Quello che è arrivato fino ad oggi, anche in termini di visibilità, credo sia il risultato di un duro lavoro e del coraggio di portare a Scampia una nuova visione del sociale. … Eravamo dell’idea – e lo siamo ancora – che, per creare un terzo settore innovativo, avremmo dovuto farcela da soli, senza contare su finanziamenti pubblici e trasformarci in impresa sociale. ….

La nostra esperienza di (R)esistenza l’ha sempre raccontata molto bene Simmaco Perrillo … <<La mia prima visione di te>> ricorda, <<è quella mentre esci dal portabagagli di un’auto stracolma di gente>>. …. <<è stato amore a prima vista … partivamo dalla stessa base: il lavoro con i bambini e i ragazzi>>. … << (R)esistenza in tutte le sue forme sembrava la brava pazza storia di quattro squinternati che avevano deciso di resistere in una maniera totalmente diversa da come si faceva di solito, soprattutto nei sobborghi di una città come Napoli. In questi contesti, la resistenza ha sempre seguito schemi prestabiliti, più politicizzati, legati alle esperienze dei centri sociali. L’associazione che hai fondato ha rotto questo tipo di meccanismo, ha ascotato il cuore dell’operatore sociale e il richiamo del vociare dei bambini di Scampia. …

Lo sguardo di un ragazzino che ha creduto in te perchè gli hai fatto vedere una via e una realtà che altrimenti non avrebbe mai visto ti spinge a ripensare il tuo modo di fare e di essere. … E i ragazzi ai quali hai fatto vedere un’altra strada hanno bisogno di lavoro. Il lavoro è valore di relazione.>>.

Ciro ci racconta che, qualche anno dopo il primo incontro, ebbe l’opportunità di lavorare con Simmaco, come tirocinante nell’ambito di un master sulla gestione dei beni confiscati. L’invio di un tirocinante sorprese Simmaco, che commentò: <<Non credevo che mi avrebbero mani mandato un tirocinante … Certi mondi dell’antimafia sono più di studio che operativi. Se lavori con le persone svantaggiate la teoria può essere una base, ma è soprattutto la pratica che non ti deve mancare>>.

Così descrive il primo giorno di tirocinio:

<<Simmaco, che faccio?>> gli chiesi.

Lui prese la zappa e mi disse: <<Vai a zappare>>.

Trascorsi quel giorno e tanti altri a zappare accanto a Erasmo, un utente sordo muto con disagio mentale, che sta con Simmaco da anni.

Fu uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto nella mia vita. <<Non possiamo insegnare a qualcuno a lavorare, se noi, per primi, non ci rieduchiamo al lavoro>>.

E tormare alla terra è il percorso più formativo che possa esistere>>

Direi che Simmaco ha usato la zappa come strumento per l’educazione alla leadership.

Ho avuto il piacere di incontrare Ciro Corona in occasione della prima presentazione del suo libro, che si svolse a Roma presso la libreria L’Altracittà grazie all’amicizia tra Silvia Dionisi e Mimma Scigliano, che ha collaborato con Ciro nel lavoro di scrittura. Qualche mese prima avevo conosciuto e apprezzato Selva Lacandona, la Falanghina dei Campi Flegrei prodotta dalla cooperativa sociale (R)esistenza presso il bene confiscato Amato Lamberti.

Nel 2019 con l’associazione IfoRD invitammo Ciro a presentare il suo libro a Fondi insieme a Cristiano Tatarelli, all’epoca Vicequestore vicario a Latina, in precedenza Commissario a Scampia (https://www.iford.eu/2019/10/23/resistere-a-scampia-da-terra-di-camorra-a-terra-di-speranza-sabato-26-ottobre-la-presentazione-a-fondi-latina/). L’incontro è stato l’occasione per la nascita di un rapporto importante tra la comunità di Fondi e quella di Scampia, favorito dall’affinità tra due cape pazze, quella di Ciro e quella di Lavinia Savona.

Ciro Corona, (R)esistere a Scampia. Da terra di camora e terra di speranza. Edizioni San Paolo, 2018.

La lezione di Angelo

Eugenio Colorni, filosofo, politico socialista, partigiano, fondatore del federalismo europeo, fu ferito a morte dalla banda Koch – polizia irregolare fascista – il 28 maggio 1944, pochi giorni prima della liberazione di Roma, vicino a piazza Bologna.

Leo Solari, che era stato un giovane socialista impegnato a fianco di Colorni durante la Resistenza a Roma, fu invitato rievocarlo in un incontro presso il Centro Interdipartimentale Eurosapienza, nel maggio del 2004. Mi fa piacere ricordare, soprattutto per i due amici coinvolti, che l’incontro scaturì da una proposta di Gabriele Panizzi (presidente della Sezione romana del Movimento Federalista Europeo) e mia, sostenuta da Orlando Corsetti, presidente del Municipio Roma III. Nell’occasione incontrai per la prima volta Luca Meldolesi e Nicoletta Stame, me li presentò Adriano Scaletta. Il titolo della relazione di Solari era La lezione di Angelo, nome che Colorni aveva scelto nella clandestinità.

Solari ci ricorda nell’intervento che la concezione federalista di Colorni rappresentava un’autentica rivoluzione del pensiero politico. …  Anzitutto per il particolare risalto che in essa presentava il concetto che l’unificazione europea doveva considerarsi solo una tappa nella costituzione di una federazione mondiale. … Il disegno federalista … doveva altresì coincidere, per quanto riguarda l’Europa, con un progetto di radicale trasformazione sociale. Con questo ultimo aspetto si raccordava la convinzione che l’unità europea non potesse nascere … dalla “benevola disposizione delle potenze vincitrici” … ma dovesse essere conquistata “dal basso”, attraverso, egli diceva, “movimenti di massa”.

Dopo aver definito il ruolo fondamentale di Colorni nella costituzione a Roma di una componente autonoma socialista nella Resistenza, dove i giovani erano rappresentati da Matteo Matteotti, Leo Solari e Bruno Conforto, Solari passa a delineare la personalità di Angelo.

Innanzitutto mette in evidenza la grande coerenza di Colorni, Un filo conduttore ha legato senza soluzione di continuità ogni aspetto della sua vita: negli studi, nel suo lavoro, nella sua attività di docente, nella politica e nella sfera dei rapporti privati. …..

Eugenio aveva principi molto rigorosi. In tutto. Era ben lungi, peraltro, dall’essere un moralista….

Eugenio era l’antitesi del moralista tipico. Era aperto, comprensivo, sensibilissimo alle regioni degli altri.

Solari si chiede come mai un’intellettuale come Colorni, appassionato ai sui studi (mentre era al confino, perseguitato dal regime fascista come socialista e come ebreo, progettava la prima rivista italiana di filosofia della scienza), aveva deciso di dedicarsi alla politica.  La risposta è questa: Ebbene, per Eugenio l’impegno sul terreno della politica fu veramente ed esclusivamente obbedienza, come in altri aspetti della sua vita, a un obbligo che egli sentiva di testimoniare, a sé stesso prima che agli altri, le proprie convinzioni, le proprie idee. … A questo obbligo sentiva di dover conformarsi proprio quando l’impegno politico poteva comportare, oltre a rinunce e sacrifici, rischi gravi come, per l’appunto, nella cospirazione durante il regime fascista e nella resistenza.

In modo simile si era espresso Albert O. Hirschman, cognato e amico di Eugenio: Colorni … coltivava e gustava uno stile intellettuale nel quale niente era scontato tranne i propri dubbi. Nello stesso tempo, egli e i suoi amici erano attaccati a una certezza: erano impegnati a fondo nell’opposizione al regime fascista.

Ciò che mi affascinava era il fatto che un atteggiamento mentale esplicitamente svincolato da impegni ideologici fosse intimamente connesso con un deciso impegno in un’attività politica palesemente pericolosa. Ma era proprio quello spirito pieno di curiosità sperimentale, con il quale Colorni e i suoi amici affrontavano le questioni filosofiche, psicologiche e sociali, che li spingeva all’azione in situazioni in cui la libertà di pensiero era impedita o in cui, secondo loro, l’ingiustizia era evidente e la stupidità intollerabile.

Solari ci parla poi del modo in cui Colorni concepiva il rapporto con gli altri: Forse le parole più toccanti di Eugenio sono state quelle da lui dedicate a questo aspetto. “Il vero modo – scriveva – di presa affettiva riguardo ad un altro è di lasciarlo esistere, non di trasformarlo a mio modo, ma di godere del suo modo di essere diverso da me. È quello che io chiamo amore e comprensione di un altro uomo”

Più avanti Solari ricorda un altro brano di Colorni, in cui il filosofo partigiano delinea il la sua idea dell’amore: Dopo avere osservato che “l’amore rappresenta forse per l’uomo moderno l’esperienza più diretta e bruciante dell’esistenza di un’altra persona” e che questa persona molto spesso è “profondamente diversa”, Eugenio sottolineava che elemento essenziale dell’amore deve essere “il permettere a questa persona di esistere accanto a te, il desiderare, anzi, la sua esistenza più che la propria, senza cercare di assorbirla in sé, proprio in ragione della sua particolarità, il penetrare all’interno di quell’anima con il rispetto dovuto alla cosa delicata e sconosciuta, di cui un gesto torbido e brusco potrebbe infrangere l’equilibrio e l’armonia …

Giova a comprendere la straordinarietà e peculiarità della sua figura umana anche il modo come egli svolgeva la sua opera nella Resistenza. Diede una dimensione della sua grandezza morale anche nello svolgere oscuramente, cioè senza nessun intento di dare un esempio e, tantomeno, per ostentazione di umiltà, anche i compiti più modesti, che erano sovente anche i più rischiosi; nello studiare e curare gli aspetti organizzativi con la stessa diligenza e lo stesso scrupolo “perfezionista” con cui si dedicava alle ricerche filosofiche e scientifiche; nell’essere il “fratello” maggiore dei giovani allievi della scuola clandestina di partito da lui voluta durante la Resistenza; nel bruciare infine la sua preziosa vita rifiutandosi di arrendersi agli sgherri che cercavano di arrestarlo.

Dopo la relazione di Solari intervenne Claudio Pavone, aiutante di Colorni nel settore militare Appio-Esquilino-Prenestino insieme a Giuseppe Lopresti, martire delle Fosse Ardeatine, entrambi giovanissimi partigiani socialisti. Nella sua testimonianza racconta che: Ci colpì la grande disponibilità da lui subito dimostrata a parlare con due giovani schietti e decisi, ma anche un po’ sperduti, tanto delle esigenze della organizzazione clandestina quanto dei massimi problemi dell’umanità.

Anche Giuliano Vassalli raccontò come ricordava Eugenio Colorni: Il ricordo che ho di Angelo è quello di un fortissimo combattente, di un pensatore, di un un uomo che aveva dato l’apporto della sua scelta profonda, dei suoi studi estremamente approfonditi e analitici, della sua passione per la matematica, la fisica, la filosofia, per le idee politiche che erano già fermentate nel movimento federalista a Ventotene e poi alla nascita della Resistenza socialista a Roma.

Su come la visione del mondo di Angelo e il suo agire politico intervenne anche Luca Meldolesi: Colorni diceva che le situazioni concrete sono costituite da relazioni, relazioni tra uomini, relazioni tra uomini e cose: fanno perte di una società relazionale. Eugenio ed Albert insegnano come questa realtà nasconda, spesso e volentieri, delle peculiarità molto più vive, molto più importanti di quello che uno crede all’inizio. Si tratta di saperle intercettare, spesso di uscire dal proprio guscio e andar loro incontro. E’ una teoria della conoscenza che ha iniziato Eugenio e che Albert ha sviluppato: il “possibilismo”. E’ una teoria della scelta umana che amplia potentemente la capacità di inserirsi e di modificare la vita collettiva. Al possibilismo di ispira Franco Cioffi con la sua Scuola d’impresa diffusa (https://wordpress.com/post/viaitri.blog/135)

La tensione verso un’aspirazione grandiosa come la federazione mondiale, la forte coerenza, la curiosità sperimentale, l’attenzione e la disponibilità verso gli altri, il dedicarsi anche ai compiti più modesti, mi sembrano elementi caratterizzanti dello stile di leadeship che molti giovani trovarono particolatmente attraente nella Resistenza.

Il rispetto perla cosa delicata e sconosciuta, di cui un gesto torbido e brusco potrebbe infrangere l’equilibrio e l’armonia … ricorda il metodo dell’affetto con il quale Luca Meldolesi lavorava per far emergere le potenzialità dei suoi studenti a Napoli, mentre anche lui era rivolto verso una meta importate, lo sviluppo del Mezzoggiorno (https://viaitri.blog/2020/12/06/eppur-si-puo-saggi-e-istruzioni-autobiografiche-e-filo-possibiliste/).

EUGENIO COLORNI 1944-2004 Dalla guerra alla Costituzione europea , a cura di Maria Pia Bumbaca, Atti dell’incontro dibattito – Roma 18 maggio 2004.

La testimonianza di Albert O. Hirschman è tratta da Io,  detective dell’economia fascista, pubblicato in Autosovversione, Il Mulino, 1997.

Eppur si può! Saggi e istruzioni autobiografiche e “filo-possibiliste”

Luca Meldolesi ha da poco pubblicato Eppur si può! Saggi e istruzioni autobiografiche e “filo possibiliste”, nella collana dell’A Colorni-Hirshman International Institute per la quale ha curato raccolte di scritti di Eugenio Colorni, presso l’editore calabrese Rubbettino.

Il volume è composto da due parti. I saggi raccolti nella prima, In lotta con me stesso, illustrano il percorso intellettuale dell’autore che negli anni Settanta mette in discussione le sue certezze teoriche di economista e inizia un lungo viaggio in cui sono fondamentali gli incontri con Fernand Braudel e Albert Hirschman.

La seconda parte, Con (ed oltre) Albert Hirschman, raccoglie prevalentemente riflessioni degli anni Novanta quando Meldolesi, docente di economia presso l’Università Federico II di Napoli, si impegna a promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno mettendo in campo la principale leva a sua disposizione, gli allievi.

Per realizzare uno “sbloccamento” e far emergere le risorse nascoste degli allievi, scrive Luca Meldolesi in una nota del maggio 1995, usa il “metodo dell’affetto”, che possiamo considerare un peculiare stile di leadership.

..l’interlocutore deve sentire che sto cercando di mettermi nei suoi panni, di vedere le cose dal suo angolo visuale; che faccio il possibile per sostenerlo, per aiutarlo, per aprigli prospettive ecc. Questa spinta affettiva … non può lasciarlo indifferente.

Alle volte si tratta del primo passo di uno “sbloccamento”. Più o meno coscientemente, la persona con cui parliamo è alla ricerca dei bandoli della propria matassa. Ella ha orientamenti consapevoli che non corrispondono in realtà alle sue esigenze più profonde di emancipazione personale. Entrare in rapporto affettivo approfondito e nello stesso tempo sostenere la necessità del cambiamento consente alla persona, per quanto confusamente, di vedere qualcosa di nuovo, di capire e di capirsi.  Da qui la percezione delle possibilità che gli si aprono dinanzi. Ella si sentirà rassicurata, incoraggiata, stimata, fino al punto di trovare la forza di agire. … Il soggetto comincerà a riconoscersi nel metodo dell’affetto, nel volersi bene.

            Il “metodo dell’affetto” si basa sul principio del “dare per ricevere”. La sua forza d’urto risieda nella generosità – non si è abituati che gli altri si preoccupino dei fatti nostri. … se poi esso (l’interessamento n.d.r.) conduce a un risultato positivo, non possiamo fare a meno di provare gratitudine per chi lo ha posto in essere.

            …. Il bisogno che ho di sentire il vostro affetto è legato a un’altra esigenza: quella di vedere nei vostri progressi i miei progressi. …. È un successo a cui tengo moltissimo. Il mio instancabile bisogno di salire e di farvi salire, di migliorare la qualità del lavoro – magari per strade diverse – sfocia dunque nel desiderio di una straordinaria fioritura. Si è veramente utili (a sé, agli altri, al Mezzogiorno) solo se si diventa veramente “bravi”.

            … Il metodo dell’affetto insegna a dare per ricevere. Chi non lo ha praticato deve apprenderlo: bisogna fargli capire in ogni modo possibile, …, che non può pretendere di ricevere senza imparare a dare, a dare più di quanto si riceve. Solo così, miracolosamente, egli riceverà abbastanza.

Un anno dopo, nel mese di luglio 1996, alla luce dell’esperienza vissuta, il professore aggiunge questi caveat:

  1. Il dare per ricevere non può fare a meno del suo reciproco: se non c’è feedback non si è più in grado di dare.
  2. Il dare per ricevere deve essere sia verticale, sia orizzontale; deve riguardare persone diverse nei due sensi e deve svilupparsi come conseguenza naturale dell’autorealizzazione individuale: chi ha ottenuto un buon risultato deve sentirsi incoraggiato a dare di più.
  3. Bisogna che tutti applichino il metodo dell’affetto e che si sforzino di dare effettivamente un po’ di quanto ricevono. Solo così il nostro cronico deficit di direzione può trasformarsi in un comodo surplus.

Ancora in un’altra nota, sempre del luglio 1996, Meldolesi aggiunge considerazioni metodologiche, sulla giusta predisposizione al metodo dell’affetto:

      … Bisogna entrare con gli altri in un rapporto di empatia se si vuole ricevere un impulso vero che va poi elaborato al fine di prendere una qualsiasi decisione (di sostegno, di estensione o di critica).  Si tratta, insegna Colorni, di disporre i nostri sensi in posizione ricettiva, tenendo a freno la nostra soggettività, ma anche sviluppando un acuto interesse per gli altri, per le loro vicende, per la ricchezza umana che essi portano con sé.

      L’esercizio continuo di queste relazioni ha come effetto secondario di accrescere la nostra conoscenza del metodo dell’affetto e dei suoi risultati su almeno tre piani: quello della tipologia delle diverse situazioni, quello delle vie molteplici tramite cui si dipanano e si liberano le energie personali, e quello delle politiche adatte a far funzionare bene questo metodo e dunque a produrre surplus di direzione e iniziativa.

      Dopo aver esaminato come varie circostanze e predisposizioni influiscono sulla capacità di applicare il metodo dell’affetto conclude che il soggetto in grado di impostare bene il metodo dell’affetto è quello che:

  • si trova in buona salute e progredisce con metodo ….;
  • sa trovare strade di avanzamento per sé e per gli altri;
  • sa fare interventi di emergenza (…), ma ha anche una percezione attenta delle manchevolezze altrui;
  • sa stare perennemente sul chi vive: sa prevenire le tensioni negative; e interviene in modo consapevole e determinato per disperderle.

Per ricorrere a una metafora: è un personaggio che, strombettando, guida a buona andatura una piccola carovana per un’improbabile strada di montagna.

Nell’introduzione, a pagina 41, Meldolesi ci dice che il metodo dell’affetto si può chiamare anche dell’amore, come imparerà in seguito da Eugenio Colorni (della forza e vitalità dell’amore secondo Colorni scriverò in una prossima nota).

Ha funzionato il metodo dell’affetto? Le iniziative dei suoi allievi in Campania e in altre aree del Mezzogiorno, a molti anni di distanza da quando il professore ha lasciato l’insegnamento a Napoli , ci dicono – mi pare – che ha funzionato. Una di queste iniziative ce la racconta l’allievo Franco Cioffi nel suo recente libro Scuola d’impresa diffusa (https://viaitri.blog/2020/11/17/scuola-dimpresa-diffusa)

Eppur si può! Saggi e istruzioni autobiografiche e “filo-possibiliste”, di Luca Meldolesi, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2020.

Scuola d’impresa diffusa

Ho conosciuto Franco Cioffi quattro anni fa, quando su consiglio di Luca Meldolesi gli chiesi di farmi conoscere le attività che stava portando avanti in Campania.

Mi diede appuntamento a Sessa Aurunca, presso l’azienda gestita dalla cooperativa sociale Al di là dei sogni, e partii da Roma con Federica Alatri (impegnata in un master sulla gestione dei beni confiscati), che poi scrisse sul suo blog un bel resoconto della visita alle aziende del consorzio NCO (http://federica-alatri.it/?page_id=6403). A Casal di Principe, presso il ristorante Nuova Cucina Organizzata, ci raggiunse Tommaso Di Nardo.

Tommaso venne a Fondi circa un anno dopo (con Francesco Vasca e Antonietta Riccardo) per presentare il libro Reti di periferia (https://www.iford.eu/2017/11/07/reti-di-periferia-sistemi-sociali-virtuosi-fra-terra-di-lavoro-e-terra-dei-fuochi-sabato-11-novembre-la-presentazione-a-fondi-latina). Fu un grande successo, una bella discussione e 30 copie del libro vendute, a testimonianza del rapporto ancora forte tra i territori della Terra di Lavoro.

Con Franco Cioffi da allora ci siamo sentiti spesso, con Federica e Antonella Bonaduce, l’anno scorso ho anche visitato la sua scuola di impresa a Bagnoli (http://federica-alatri.it/?p=7647), una delle esperienze che racconta nel libro Scuola di impresa diffusa, fresco di stampa.

Sostiene Franco nella prefazione al libro che In Italia si dà spesso per scontato che l’imprenditoria (profit e no profit) è “un’erba spontanea” che cresce e si espande in maniera naturale, e che, all’inverso, la PA è destinata a non funzionare, quasi fosse condannata in tal senso da una “divina maledizione”. Per contro lui ritiene che lo sviluppo delle imprese e il miglioramento della pubblica amministrazione sono processi che vanno stimolati, progettati, accompagnati e orientati verso le migliori pratiche con un approccio strategico ma, anche, manageriale dal basso in quanto qualsiasi organizzazione risente la mano di chi la pensa e la governa

La prima parte del libro ci espone la visione dell’autore sulla corretta gestione delle aziende, con brevi capitoli dedicati a temi come lo stile di direzione, la crescita del capitale umano, l’amministrazione, la successione generazionale, le nuove frontiere del marketing in riferimento allo sviluppo delle neuroscienze e dei social media.

Nella seconda parte Franco Cioffi racconta il suo percorso professionale e di vita, dalla tesi di laurea sul ruolo di una grande impresa nella crescita delle competenze e dell’economia locale in Campania, al successivo lavoro presso la Presidenza del Consiglio nel Comitato per l’emersione del lavoro irregolare, fino alla decisione di tornare sul campo nel ruolo di temporary manager e di formatore per provare a praticare poltiche di incivilimento economico e sociale dal basso, mediante la riorganizzazione e lo sviluppo di piccole e medie imprese locali. Il lavoro sul campo rappresentava per il giovane economista anche un’opportunità per sperimentare i concetti teorici del pensiero possibilista, elaborati soprattutto da Eugenio Colorni, Albert O. Hirshman e Luca Meldolesi (relatore della sua tesi e presidente del Comitato)

Venti anni di esperienza sul campo hanno portato l’autore alla conclusione che è necessaria una figura professionale a cavallo tra: aziendalista, economista e agente di sviluppo locale, creata mediante scuole di formazione di qualitàIl coinvolgimento attivo di soggetti istituzionalmente deputati anche a tale ruolo (Stato, Regioni, Comuni ma, anche, Fondazioni, Sindacati ecc.) potrebbe contribuire a tale scopo mediante una legislazione tendente più ad “accompagnare” (tutoraggio e formazione diretta) che ad “aiutare” (agevolazioni fiscali e finanziarie) le imprese nei loro percorsi di sviluppo e consolidamento. La seconda parte di Scuola di impresa diffusa termina con l’esperienza dell’accompagnamento di due ex dipendenti del conservificio La Doria, per l’avvio di una nuova impresa, dopo che l’azienda aveva deciso di abbandonare lo stabilimento di Acerra.

La terza e ultima parte è dedicate alle esperienze con il terzo settore e con gli enti locali. Ci dice Franco Cioffi che le organizzazioni del terzo settore, oltre a fornire servizi di cura e promozione sociale alle comunità locali, una volta rafforzate le competenze imprenditoriali e gestionali possono a loro volta diffondere nel territorio la cultura di impresa e fungere da leva per lo sviluppo locale. Il racconto della collaborazione con tre importanti comuni in Campania è molto più sofferto, ma anche in questi contesti, sostiene l’autore, si possono mettere in atto strategie efficaci per superare le resistenze al cambiamento.

Tutte le attività descritte nei capitoli precedenti, recita l’ultimo capitolo, negli anni si sono naturalmente canalizzate in un progetto di sviluppo civico ed economico integrato, finalizzato a difondere la cultura dimpresa nei territori, per migliorarne la competitività e aumentare i livelli occupazionali: Scuola d’impresa diffusa.

Una rivoluzione che non ha confini geografici, di settore, di competenze, ma un unico obiettivo: provare a incivilire in Mezzoggiorno d’Italia con politiche dal basso.

Tutti gli attori a vario titolo protagonisti di questa azione civica formativa sono consapevoli che il ritorno dell’investimento individuale è dato dal miglioramento della vita pubblica di comunità.

Ma sono soprattutto coscienziosi che l’agente del cambiamento, per essere tale, deve fare un grosso lavoro di introspezione, rilevare ed analizzare i limiti personali, e tendere a migliorarsi costantemente con un approccio da “mano che nasconde”, cioè con un approccio umile e senza pregiudizi di sorta.

Le parole d’ordine sono: etica, auto sovversione, formazione continua e trasferimento delle competenze.

Sono convinto anche io che le imprese radicate nel territorio, sia quelle sociali sia quelle for profit, sono oggi le principali leve disponibile per promuovere lo sviluppo locale, o per l’incivilimento come dice Franco. Si tratta delle imprese e degli imprenditori descritti per esempio da Francesco Erbani nel libro L’Italia che non ci sta (https://wordpress.com/post/viaitri.blog/121) e da Antonio Di Gennaro in Ultime notizie dalla terra (https://wordpress.com/post/viaitri.blog/118).

La sfida che vorrei affrontare l’anno prossimo insieme a Franco, resa più difficile ma più necessaria dalla pandemia, è quella di portare la sua Scuola d’impresa diffusa anche nel Lazio meridionale.

Franco Cioffi, Scuola d’impresa diffusa, Rubettino, 2020.

Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana.

Vincenzo Rossetti nel libro Dalle paludi a Littoria, diario di un medico 1926-1936 dedicò un capitolo ai guitti, braccianti agricoli stagionali, provenienti in gran parte da Trevi nel Lazio, che lavoravano a giornata nella Palude Pontina sotto il giogo dei caporali. Fiducioso nel progresso portato dalla bonifica, Rossetti scriveva: Il caporalato è stata una delle tante piaghe che va scomparendo con immensi benefici morali e materiali di tanti umili e forti lavoratori.

Le vicende raccontate da Marco Omizzolo si svolgono più di ottanta anni dopo, dal 2008 al 2019, ma la piaga è ancora aperta. Il territorio dove Rossetti svolgeva la missione di medico nella palude infatti è lo stesso che Omizzolo percorre nel duplice ruolo di sociologo e attivista. La sua missione è studiare le condizioni di vita dei braccianti soggetti al caporalato, in gran parte originari del Punjab, e migliorare le loro condizioni di vita.

Il diario di Omizzolo, appassionante come quello di Rossetti, inizia dall’incontro con un immigrato caduto dalla bicicletta che indossava un turbante giallo, una tunica bianca e scarpe dalla punta arricciata (scoprirà solo in seguito che erano segni distintivi degli indiani appartenenti alla comunità Sikh) e termina con la preparazione della seconda manifestazione sindacale dei braccianti di origine indiana a Latina, quella del 21 ottobre 2019.

Nell’arco di undici anni Omizzolo inizia e porta a termine un dottorato di ricerca sulla comunità Sikh nell’Agro Pontino, si traveste per condividere le esperienze di lavoro dei braccianti indiani, si reca nel Punjab per studiare il traffico internazionale di esseri umani, apre e gestisce con la cooperativa In Migrazione un centro di servizi per i migranti, organizza con il sindacato FLAI CGIL la prima grande manifestazione dei braccianti di origine indiana a Latina nel 2016, pubblica articoli, saggi e libri, riceve tante minacce da chi non vuole che disturbi lo sfruttamento dei braccianti ma anche il titolo di Cavaliere dal presidente Mattarella, accoglie gli inviati di testate giornalistica nazionali ed estere.

Sotto padrone ci offre una rappresentazione tanti problemi vissuti dai braccianti nell’Agro Pontino e nella Piana di Fondi, come i carichi di lavoro pesantissimi, le paghe spesso molto al di sotto dei minimi contrattuali, la discriminazione e lo sfruttamento sessuale delle donne, l’induzione all’uso di droghe per sopportare la fatica e il dolore, le minacce e i maltrattamenti subiti, l’uso di agrofarmaci illegali e l’esposizione ai loro effetti sulla salute, perfino alcuni casi di vero e proprio schiavismo,.

La comunità Sikh in provincia di Latina è la seconda per dimensioni in Italia, dopo quella dell’Emilia-Romagna. I cittadini di nazionalità indiana regolarmente censiti nella provincia erano 11.660 al 1° gennaio 2019, ma secondo una stima di Cgil basata sulla quantità di persone che accedono a vari tipi di servizi (Caf, scuole di italiano, ecc.), riportata in un reportage pubblicato sul sito internet del progetto Open Migration, i Sikh che vivono effettivamente nell’area sarebbero più del doppio: circa 25.000, che lavorano prevalentemente nelle aziende agricole.

La storia raccontata da Omizzolo parla dello sfruttamento ma anche del riscatto di una comunità che ha acquisito consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo, che si organizza grazie anche al sostegno dei sindacati, che si inserisce nella vita civile. Lo scorso mese di aprile i residenti di origine indiana hanno donato 10.000 euro all’ospedale di Latina, per aiutarlo a fronteggiare l’epidemia CoViD-19.

Il percorso di emancipazione dei lavoratori impegnati in Provincia di Latina è forse favorito dalla diffusione delle colture protette, che richiedono manodopera tutto l’anno. Si è insediata infatti qui una comunità stanziale, legata al territorio, a differenza dei lavoratori immigrati che si spostano tra diverse regioni italiane seguendo i raccolti, descritti per esempio da Sara Manisera nel libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne. L’insediamento stabile favorisce la rivendicazione dei diritti.

La presa di coscienza della comunità Sikh è ben rappresentata dall’ultimo personaggio che Omizzolo ci presenta in Sotto padrone. Si tratta di una vivace ragazza di origine indiana, Greta Kaur, incontrata dall’autore durante una conversazione con gli studenti di una scuola media a Pontinia. Al termine dell’iniziativa, Greta lo avvicina e gli dice “Ti vorrei ringraziare perché ascoltandoti ho capito cosa voglio fare da grande. Voglio fare la giornalista. Ma non una giornalista qualsiasi, una giornalista per la giustizia.”

Marco Omizzolo, Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019.

L’Italia è bella dentro. Storie di resilienza, innovazione e ritorno nelle aree interne.

Luca Martinelli, giornalista e autore di libri di inchiesta sul territorio italiano come Le conseguenze del cemento, Salviamo il paesaggio, L’acqua non è una merce, tutti pubblicati da Altreconomia, si è occupato per due anni di comunicazione nel gruppo di lavoro della “Strategia nazionale per le aree interne”.

Da questa esperienza nasce il libro L’Italia è bella dentro, dedicato appunto alle aree interne italiane. Si tratta di un lavoro collettivo, al quale hanno partecipato, oltre all’autore principale, Alessio Maurizi e Massimo Acanfora, giornalisti, e Silvia Passerini, architetto e vicepresidente della “Rete del ritorno ai luoghi abbandonati”. Il volume, molto denso nelle sue 140 pagine, contiene anche due interviste, a Fabrizio Barca, coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità e promotore della Strategia Nazionale Aree Interne, e ad Andrea Cavallero, promotore della legge sulle associazioni fondiarie in Piemonte, e due conversazioni, la prima con Elena Jachia, Direttore Area Ambiente della Fondazione Cariplo, l’altra al poeta irpino Franco Arminio, fondatore della paesologia.

Nell’introduzione Martinelli ricorda l’opera di Nuto Revelli, che definiva Il mondo dei vinti le valli cuneesi in cui vivevano i contadini e montanari che aveva intervistato. Oggi invece, sostiene l’autore, se da una parte le aree interne e più in generale quelle rurali manifestano un forte malessere che si estrinseca con il rifiuto delle diversità, la sfiducia verso il sapere scientifico, la propensione ad affidarsi a uomini forti che promettono di ristabilire l’ordine, esse rappresentano oggi spazi di critica e di sperimentazione sociale, dove avanzano altri modelli di sviluppo.

Per consentire alle aree interne di esprimere il proprio potenziale e invertire la tendenza allo spopolamento, nel 2013 è stata varata dal Ministro della coesione territoriale Fabrizio Barca la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), articolata in due linee di azione: promuovere lo sviluppo attraverso l’uso dei fondi strutturali e di investimento europei; assicurare i servizi essenziali come quelli per la salute, l’istruzione e la mobilità. Alla descrizione della Strategia Nazionale, che ha coinvolto 72 aree progetto per una superficie complessiva pari al 16,7% del territorio nazionale, è dedicato il primo capitolo del libro. Ancora poco nota al di fuori delle aree progetto e dall’ambiente degli addetti ai lavori, la SNAI merita di essere conosciuta. Il Ministro per la coesione territoriale in carica, Giuseppe Provenzano, in un intervento alla Camera dei deputati, ha affermato che il Governo prevede di trasformare quella che è stata una sperimentazione sulle aree interne in una vera e propria politica che si integri con il complesso delle aree marginalizzate nel nostro Paese.

Il secondo capitolo raccoglie undici Storie di restanza e di ritorno, collocate in diverse regioni, dall’alto Adige ai Monti Dauni. Una di queste si svolge nel Lazio meridionale, quella dell’associazione Rise Hub della Valle di Comino, coinvolta nella SNAI con altre tre aree del Lazio: i Monti Simbruini, i Monti Reatini e l’Alta Tuscia. In un territorio che comprende 18 comuni, con 29mila abitanti in 600 chilometri quadrati, l’associazione di promozione sociale Rise Hub coinvolge ritornanti, giovani rientrati nella Valle di Comino dopo periodi di studio e lavoro in città italiane o estere, insieme a migranti provenienti da Africa e Asia. Tra i progetti promossi da Rise Hub troviamo il campo di lavoro per la rigenerazione urbana Art in the Valley, finanziato dalla Commissione Europea con il programma Erasmus Plus, e la partecipazione al programma Youth Exchange che ha visto coinvolti giovani provenienti da Romania, Bulgaria, Italia, Spagna e Paesi Bassi in un soggiorno di formazione in Romania. Rise Hub propone anche un catering itinerante, con specialità del Mali, del Pakistan, della Costa d’Avorio e del Gambia, paesi d’origine dei cuochi. Rise Hub è stata fondata in seguito al progetto Terre&Comuni, sostenuto dal GAL Versante Laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, che aveva l’obiettivo di creare una connessione tra giovani disoccupati, migranti, rifugiati e richiedenti asilo del territorio della Valle di Comino, con le istituzioni locali, le imprese private che lavorano nei settori dell’agricoltura e del terzo settore per proporre nuovi modelli di inserimento dei giovani, migranti e non, nel mercato del lavoro e valorizzare le risorse locali. Terre&Comuni è stato valutato dalla Rete Rurale Europea (ENRD) come una delle migliori pratiche di inclusione dei migranti in territori rurali nel 2015 in Europa.

Il capitolo 3 è dedicato alle associazioni fondiarie, nate per iniziativa di Andrea Cavallero, ex docente della Facoltà di Agraria a Torino, per contrastare l’abbandono dei terreni agricoli. Un’associazione fondiaria, spiega lo stesso Cavallero, è una libera associazione fra i proprietari dei terreni abbandonati appartenenti a un Comune o a Comuni limitrofi che viene eventualmente, ma non necessariamente, patrocinata dallo stesso ente. Le finalità sono il recupero funzionale delle superfici agricole, la loro valorizzazione ambientale, paesaggistica, a favore del multiuso del territorio, favorendo l’utilizzazione collettiva delle superfici. Oggi le associazioni fondiarie costituite o costituende in Italia sono circa 60, in Piemonte e Lombardia sono state riconosciute con leggi regionali. Per accompagnare chi vuole tornare nelle aree interne, anche allo scopo di  gestire i terreni delle associazioni fondiarie, la Rete del Ritorno, la Fondazione Nuto Revelli e l’associazione Thara Rothas hanno fondato la Scuola del Ritorno.

Al programma AttivAree della Fondazione Cariplo è dedicato il quarto capitolo. Sostiene Elena Jachia, responsabile del programma, che I territori marginali sono ricchi di elementi di attrattività naturalistica, culturale e sociale, ma questi patrimoni devono essere messi a sistema e integrati con elementi di innovazione territoriale, quali l’attivazione di nuovi servizi o il potenziamento e l’attualizzazione di quelli esistenti. Bisogna fare in modo che le aree interne diventino territori in cui sia effettivamente possibile tornare ad abitare.

Chiude il volume la conversazione con Franco Arminio. Lo scrittore sostiene la necessità di una rivoluzione culturale, che coinvolga in primo luogo i sindaci delle aree interne, che lui vede in generale poco fiduciosi nel loro ruolo, …, abituati a un altro modo di fare politica, che si misura solo sulle strade asfaltate, sulle lampadine, sulla disponibilità di risorse da spendere, che sono importanti ma certo non l’unica cosa che serve sui territori.

Il libro curato da Luca Martinelli è senza dubbio molto utile per chi è interessato al futuro delle aree collinari e montane, ne mette in luce le potenzialità senza nasconderne o sottovalutarne i problemi. Con altre pubblicazioni recenti, come L’Italia che non ci sta di Francesco Erbani (https://viaitri.blog/2020/11/13/litalia-che-non-ci-sta-viaggio-in-un-paese-diverso/), e Ultime notizie dalla terra di Antonio di Gennaro (https://viaitri.blog/2020/11/13/ultime-notizie-dalla-terra-la-terra-dei-fuochi-questioni-per-il-paese-intero/), L’Italia è bella dentro sollecita l’attenzione sulle prospettive di una parte importante del nostro paese. Un’occasione importante per discutere di questo tema sarà, l’anno prossimo, il cinquantenario della legge Legge 3 dicembre 1971, n. 1102., Nuove norme per lo sviluppo della montagna.

Luca Martinelli, L’Italia è bella dentro. Storie di resilienza, innovazione e ritorno nelle aree interne. Altreconomia Edizioni, 2020.

Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996

Le vicende ricostruite da Luigi Piccioni in questo libro si svolgono tra il 1962, quando un articolo pubblicato da una rivista locale del Partito socialista italiano richiama l’attenzione sulle speculazioni immobiliari che minacciano il Parco Nazionale d’Abruzzo, e il 1996, quando viene istituita la Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio. Le aree geografiche interessate sono l’alta Val di Sangro (confinante con il Lazio Meridionale) e la Valle Peligna, con significativi riferimenti al contesto regionale e a quello nazionale. Luigi Piccioni racconta iniziative e i conflitti che hanno avuto lo scopo di “integrare le attività e le domande degli uomini, delle società locali e di quella nazionale, con una rigorosa e intelligente difesa dell’ambiente”, per “far conoscere a chi non sa quanto è stato costruito in Italia negli ultimi sessant’anni per combinare tutela e sviluppo e per rinfrescare la memoria e chi l’ha dimenticato”.

La prima parte del libro, intitolata “Dall’Alta Val di Sangro alla montagna abruzzese”, è dedicata alle vicende del Parco Nazionale d’Abruzzo dai primi anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70, quando una nuova generazione di amministratori locali nei comuni dell’Alta Val di Sangro (in gran parte “fuor sede” che studiano nelle città ma vogliono impegnarsi per i paesi d’origine) cerca nuove strade per lo sviluppo locale, in collaborazione con l’Ente Parco. La loro esperienza diventa un punto di riferimento per l’Abruzzo e per tutto l’Appennino.

L’esperienza cui è dedicata la seconda parte, con il titolo “Dalla montagna interna all’Abruzzo”, inizia nel 1978. Alla Camera del Lavoro di Sulmona, dove già opera Elio D’Orazio, originario di Villetta Barrea e coinvolto nel Movimento popolare Alto Sangro, arrivano Domenico D’Aurora e Gianni Melilla, giovane dirigente impegnato nelle Leghe dei disoccupati, che nelle intenzioni del Pci e della Cgil dovrebbero contrastare l’egemonia dell’Autonomia operaia sui giovani di sinistra. Proprio dalla Camera del Lavoro di Sulmona parte l’iniziativa di “Mettere al centro di una piattaforma rivendicativa per un’area interna le possibilità di sviluppo legate alla protezione della natura e all’esistenza di un’area protetta”, uscendo dallo schema del conflitto tra ambiente e lavoro (l’area protetta di riferimento è il Parco Nazionale d’Abruzzo). La Camera del Lavoro di Sulmona anticipa quindi di circa 10 anni la Cgil nazionale, che solo con il XII Congresso del 1991 rivendica l’attuazione della legge quadro nazionale sui parchi, affinché le aree protette ricoprano almeno il 10% nel territorio nazionale. È vicino a D’Aurora e Melilla un autorevole dirigente nazionale del sindacato, Silvano Levrero, attivo negli stessi anni a sostenere le iniziative per l’uso delle terre pubbliche, proposte dai giovani impegnati nella cooperativa Silvo-pastorale Vallumana a Fondi. Nel dicembre 1995 la Regione Abruzzo, il Servizio Conservazione della Natura del Ministero dell’Ambiente e Legambiente Nazionale promuovono il progetto Appennino Parco d’Europa – APE. Quattro mesi dopo il progetto APE sarà al centro del protocollo d’intesa firmato da Cgil-Cisl-Uil nazionali e Legambiente, per il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile.

“Dall’Abruzzo al Genzana” è intitolata la terza parte del libro, dedicata alle iniziative per la protezione dei monti e delle vallate nei dintorni di Sulmona, che uniscono il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Majella. Nel 1990 si costituisce il comitato promotore, per iniziativa di Cgil Abruzzo, Legambiente Abruzzo, WWF Abruzzo e Parco Nazionale d’Abruzzo e inizia una vicenda complessa e contrastata, che porterà all’approvazione della legge istitutiva della Riserva Regionale del Monte Genzana e dell’Alto Gizio nel 1996.

Il volume è completato da una raccolta di documenti originali, da una serie di interviste, da una ricca bibliografia e da una documentazione iconografica che comprende riproduzioni di manifesti, locandine e articoli di giornali.

Tra i documenti originali troviamo il dattiloscritto di D’Aurora sul convegno organizzato della Camera del lavoro di Sulmona il 23 marzo 1985. In questo convegno vengono presentate due proposte: la costituzione di un sistema regionale di aree protette che includa il parco della Majella-Morrone e l’uso produttivo delle terre pubbliche definito “Una leva imprescindibile per un recupero delle zone interne che poggia sull’inserimento di strutture e processi di produzione capaci di accumulazione autopropulsiva, e quindi di un riequilibrio reale.” Dopo trentacinque anni possiamo dire che sulla creazione di sistemi di aree protette, in Abruzzo come nel Lazio e in altre regioni, sono stati fatti importanti passi in avanti. Le aree naturali protette costituiscono una rete ormai consolidata, grazie a norme comunitarie, nazionali e regionali, ma negli ultimi anni assistiamo a un calo significativo dell’attenzione e delle risorse che vi vengono dedicate. Il problema dell’uso produttivo delle terre pubbliche invece non ha avuto risposte rielevanti e si è anzi aggravato a causa dello spopolamento delle aree interne. Questo libro rappresenta quindi uno stimolo importante alla discussione su tematiche molto attuali.

Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996, di Luigi Piccioni, Ediesse, Roma 2018.

Della storia del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise tratta anche La natura del duce: https://viaitri.blog/2022/09/29/la-natura-del-duce-una-storia-ambientale-del-fascismo/

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso

Francesco Erbani racconta in questo libro il suo  viaggio nei luoghi in cui è possibile osservare un’Italia in movimento, che applica precetti di sobrietà e  di ostinazione, che crede nella dignità del lavoro, che si batte contro il suo sfruttamento e ritiene che esso, oltre a fornire compensi economici, induca un cambio di passo nella propria vita, apra inedite prospettive e poi svolga un servizio di cui beneficia una collettività più vasta, di cui si avvantaggiano un luogo e un territorio. Che contenga un elevato tono di civismo.

Le vicende che incontriamo nel libro ci invitano utilmente a mettere in discussione schemi più o meno consolidati. Si chiede infatti l’autore La cura di un prezioso bene culturale affidata a una cooperativa sociale, la difesa di un paesaggio e il controllo delle sue trasformazioni affidato alla comprensione del suo statuto appartengono alla sfera pubblica o a quella privata? Sono terzo, quarto settore o cos’altro? Chi avvia un’attività imprenditoriale in un paese di montagna e rianima una qualche forma di residenza …. oppure gestisce un immobile sottratto a un clan di ’ndrangheta, chi fa nascere cooperative di piccoli produttori agricoli che si liberano dalle strozzature della grande distribuzione e combattono la schiavitù in quale categoria economica si iscrive? … Fa impresa sociale, fa impresa civile, solidale o fa impresa e basta, affiancando alla ricerca di remunerazione una responsabilità nei confronti del territorio?

Rivendicando per sé il mestiere del cronista, che si fonda sull’andare a vedere, l’ascolto, il contatto diretto, l’autore non rinuncia a ricordarci che Dalle diverse indagini condotte in questi anni da economisti come Leonardo Becchetti, Luigino Bruni e Stefano Zamagni …. emerge come la progressiva crescita di una tipologia imprenditoriale né solo pubblica né solo di mercato si sia incrementata a causa del ritirarsi dello Stato e dell’incapacità del mercato e delle ideologie neoliberiste di offrire soluzioni accettabili. Per conoscere questo tipo emergente di imprenditoria, meglio si può dire questi imprenditori, è molto utile leggere L’Italia che non ci sta.

Dopo il capitolo introduttivo, in cui l’autore espone le idee che ho tentato di riassumere, troviamo il secondo capitolo dedicato alla Resistenza dei luoghi, che racconta vicende di aree rurali, come quelle degli agricoltori veneti che hanno rifiutato che le loro vigne fossero invase da villette a schiera, rinunciando a lauti guadagni, di aree metropolitane, come quella dell’ex stabilimento Vagon Lits a Roma, e in aree industriali come quella dei lavoratori della Rimaflow a Trezzano sul Naviglio che cercano in tutti i modi di proseguire l’attività produttiva.

Il terzo capitolo, intitolato Una terrazza in montagna, parte dai terrazzamenti della Costiera Amalfitana, dove agricoltori vecchi e nuovi si dedicano alle coltivazioni di limoni e pomodori piennoli, e ci conduce poi in Valstagna (provincia di Vicenza) dove è nata una scuola per insegnare come si recuperano i muri a secco.

Il quarto capitolo ci mostra La forza generativa di un bene culturale. Questa forza può far sentire i suoi effetti nel quartiere Sanità a Napoli, dove grazie all’impegno di un parroco le catacombe di San Gaudioso hanno offerto a molti giovani la possibilità di un lavoro regolare, come nelle zone interne del Cilento, dove la Fondazione MIdA ha valorizzato per lo sviluppo locale le grotte di Pertosa, o della Calabria, con la promozione del territorio Reventino attraverso il patrimonio etnomusicale.

Il quinto e ultimo capitolo, intitolato Tutto il paese è comunità, è dedicato a esperienze di cooperative di comunità, originale forma di impresa nata da un’intuizione di un dirigente di Confcooperative, nell’Appennino abruzzese e in quello emiliano.

L’Italia che non ci sta è una guida utilissima a un paese che sta cambiando.

L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso, di Francesco Erbani, Einaudi, Torino, 2019.

Ultime notizie dalla terra. La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero.

Antonio di Gennaro è un agronomo impegnato da molti anni nello studio e nella pianificazione delle aree rurali, prevalentemente in Campania. Ha dedicato una parte importante dell’attività professionale alle ricerche sulla contaminazione dei terreni nella cosiddetta Terra dei fuochi, l’area a cavallo delle province di Caserta e Napoli che è stata al centro di indagini sullo smaltimento illegale dei rifiuti. Da questa esperienza era nato il libro La terra ferita. Cronistorie delle Terra dei Fuochi, pubblicato nel 2016. Nel volume l’autore proponeva un’interpretazione su basi scientifiche dei problemi causati dall’inquinamento nella pianura Campana, contrastante con la rappresentazione sensazionalistica che ha gettato discredito sull’agricoltura di un’intera regione.

Negli anni successivi Di Gennaro ha proposto al quotidiano la Repubblica una serie di reportage sulle agricolture e sui paesaggi rurali delle Campania, che sono stati raccolti in Ultime notizie dalla terra insieme a due contributi inediti e a un articolo pubblicato in precedenza su Horatio post – Il blog di Antonio di Gennaro su paesaggio, società, istituzioni.

Come scrive l’autore nell’introduzione al libro, ognuna delle storie narrate si impernia su una triade: c’è un paesaggio, col suo irriproducibile carattere; un imprenditore agricolo, che di quel paesaggio deve cogliere opportunità e sfide, e la cui attività è un continuo risolvere problemi (tecnici, burocratici, economici, organizzativi), di adattamento, evoluzione, sopravvivenza; e c’è un prodotto, un alimento, che di tutte queste cose è la sintesi, che collega quel paesaggio, gli uomini che lo coltivano e noi. I protagonisti delle storie rappresentano … gente che per dare futuro alla tradizione, semplicemente la sta reinventando, inserendo nei processi produttivi tutte le innovazioni tecniche, organizzative, comunicative necessarie per stare al passo con i tempi, con gli standard di legge, i disciplinari di qualità, le opportunità del passaparola digitale. L’esatto contrario della rappresentazione che ci viene spesso proposta mondo rurale, quella di comunità chiuse all’innovazione e restie a rispettare le regole,

Proprio nell’area oggi nota come Terra dei fuochi, compresa nel territorio storico della Terra di Lavoro, si collocano le storie raccontate nel primo capitolo, Le pianure. A Parete è ambientata la vicenda gloriosa della cooperativa Sole, formata da 100 agricoltori, con una superficie aziendale complessiva di 450 ettari, che ha conquistato un ruolo importante nel mercato europeo delle fragole, grazie alla qualità e alla salubrità del prodotto. La storia di Raffaele Magliulo si dipana tra Frignano, Parete, Casal di Principe a Carditello.  Qui l’azienda vitivinicola di famiglia coltiva una decina di ettari superstiti di vigneto ad alberata, con le viti che si inerpicano fino all’altezza quindici metri, ancorate ai pioppi, e producono l’uva da cui si ricava l’Asprino di Aversa. A Casal di Principe la psicologa Antonella Schiavone, tornata dalla Toscana al termine degli studi, ha convinto i fratelli ad avviare un’azienda bufalina che puntasse sull’alta qualità, includendo l’intero ciclo dalla produzione del foraggio al caseificio. Oggi la mozzarella Stella Bianca, prodotta dalla famiglia Schiavone, si può acquistare esclusivamente presso il caseificio aziendale oppure nei punti vendita di Bacoli, di Monte di Procida e in quello di Vienna, proprio di fronte al Teatro dell’Opera.

Nei capitoli successivi Di Gennaro ci conduce nelle aree interne della Campania, che Manlio Rossi-Doria chiamava “l’osso” in contrapposizione alla “polpa” delle pianure costiere, sui terrazzamenti della penisola Sorrentina, poi nei boschi che si estendono per quindicimila ettari all’interno della conurbazione che va dal lago Patria a punta Campanella per terminere nelle terre percorse dal fuoco sulle pendici del Vesuvio.

Con il capitolo sesto torniamo nella Terra dei fuochi, in particolare a Giuliano, dove l’autore ci invita a visitare il bosco di latifoglie esteso sei ettari che cresce sul podere San Giuseppiello, usato in precedenza come discarica di rifiuti industriali. L’agronomo ci ricorda poi che anche nell’area metropolitana di Napoli il sessantacinque percento del territorio rimane rurale e ospita aziende agricole con produzioni pregiate, le quali rappresentano l’unica cosa che funziona nel grande disordine, benché siano del tutto ignorata dalle politiche pubbliche di pianificazione del territorio.

Dopo un movimentato percorso tra il Cilento e il Fortore, dove incontriamo imprenditori, amministratori locali e artisti che cercano di contrastare lo spopolamento dei piccoli comuni, percorso di Antonio di Gennaro torna presso i confini del Lazio meridionale, sul vulcano di Roccamonfina. Qui incontriamo un coltivatore di mele annurche che È come Zeb Mechan, piantato, faccia larga, capelli e baffi biondi ora imbiancati, la camicia di flanella a quadri, il giaccone di cuoio graffiato dall’uso. Zeb vive sulle pendici del vulcano spento con il suo meleto, la moglie ucraina e il figlio di lei, circondato dall’avanzare dei campi abbandonati e dei boschi.

Ritengo che sia impossibile leggere Ultime notizie dalla terra senza rimanere contagiati dalla passione di Antonio Di Gennaro per i paesaggi della Campania e senza essere presi dal desiderio di ripercorrere i sui itinerari.

Antonio di Gennaro, Ultime notizie dalla terra. La Terra dei fuochi: questioni per il paese intero. Ediesse, Roma, 2019.