La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane

Alex Giuzio è il caporedattore di Mondo Balneare, principale testata on line italiana dedicata al settore, e collabora con articoli di riflessione e approfondimento su demanio marittimo, turismo, economia e ambiente costiero con la rivista Gli Asini.

Le edizioni dell’asino hanno pubblicato recentemente la raccolta di saggi brevi La linea fragile – Uno sguardo ecologista alle coste italiane.

Scrive Giuizio nell’introduzione che la costa:

«è una “linea fragile” di transizione e di confine, dove gli esseri umani trovano la liberatoria apertura dell’orizzonte e del mare e dove tuttavia hanno agito per chiuderla, occuparla, deturparla … Lungo le coste ecologia ed economia si intrecciano in modo inscindibile: perché è questo specifico ambiente a permettere lo sviluppo di certi settori (…) e perché sono questi stessi settori a distruggere l’ambiente in cui sono stanziati, inquinandolo e cementificandolo nonostante dipendano dalla sua esistenza …»

«Il problema principale delle coste italiane … è che questo ambiente è sempre stato gestito in modo frammentario e settoriale … Manca, in sostanza, una visione olistica della fascia costiera che sia in grado di gestire e far gestire questo delicato ambiente con un approccio ecologista: l’installazione di quella piattaforma offshore provocherà la scomparsa della spiaggia antistante? La costruzione di un nuovo porto manderà in erosione il litorale adiacente?… Finché invece si continuerà a permettere di perturbare la costa senza calcolare gli effetti che ogni singola azione su questo delicato ambiente ha nel raggio di 20-30 chilometri, i litorali italiani saranno sempre vittime della perversione umana che è arrivata a distruggerli …».

I capitoli successivi sono dedicati a una breve storia del turismo di massa (Un mare di gente a fisarmonica), all’erosione costiera (Erosione costiera: cause effetti e paradossi), allo sviluppo della rete ferroviaria lungo le coste (Treni vista mare), all’Insostenibile permanenza degli abusi edilizi, ai porti turistici (I porti turistici, un’anomalia italiana), a Storia e intrighi delle concessioni balneari, alle estrazioni di idrocarburi (Distruggere le coste per guadagnarci: le estrazioni offshore) e alla Conclusione. Tutto sarà sommerso.

Il capitolo sulle concessioni balneari è particolarmente ricco di riferimenti allo sviluppo delle norme che hanno regolato questa materia dal 1942 a oggi, inclusi gli interventi delle magistrature. Giuzio esprime anche il suo parere su come dovrebbe essere risolta la questione delle concessioni, incagliata ormai da molti anni :

«un possibile punto di equilibrio sta … nel riassegnare le concessioni balneari tramite delle procedure di evidenza pubblica (non aste al rialzo economico, bensì comparazioni in base alla qualità del progetto proposto), calcolare una premialità per chi finora ha gestito bene le spiagge (mantenendole pulite, pagando i canoni e rispettando la legge), in modo da permettere di continuare a lavorare ai concessionari che se lo sono meritati, garantire un indennizzo economico in caso di perdita dell’azienda (da stabilire caso per caso in base a perizie commerciali), e imporre il limite di una sola concessione e il divieto di subaffitto, al fine di evitare che anche le spiagge vengano prese d’assalto dai grandi gruppi economici ..».

A proposito di premialità per qualità dei progetti e della gestione, in diverse occasioni è stato proposto di fare riferimento anche alla certificazione secondo la norma UNI ISO 13009 “Turismo e servizi connessi. Requisiti e raccomandazioni per il funzionamento della spiaggia” (https://viaitri.blog/2022/09/21/la-norma-uni-iso-13009-per-la-qualita-e-la-sostenibilita-degli-stabilimenti-balneari/).

Alex Giuzio, La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane, edizioni dell’asino, 2022.

Un articolo di Alex Giuzio è stato pubblicato all’interno del dossier Contro il turismo della rivista gli asini (https://viaitri.blog/2022/12/14/contro-il-turismo/).

Nella foto: Sperlonga, litorale di ponente.

Contro il turismo

Il collettivo politico Immagina #Ideeinmovimento ha svolto un’indagine sul lavoro stagionale nel settore del turismo a Fondi. Dalle 52 risposte di lavoratrici e lavoratori stagionali che hanno compilato il questionario risulta che:

  • hanno prestato servizio nelle seguenti località: Fondi (44,2%), Sperlonga (28,8%), Gaeta (9,6%), Terracina (6,7%), Itri (3,8%), altro (6,1%)
  • l’86,5% ha lavorato nel settore della ristorazione e presso attività balneari
  • il 59,6 % lavora oltre 8 ore al giorno, il 34,6% tra le 10 e le 12 ore
  • all’80,8% dei loro non è stato proposto un contratto regolare e il 69,2 % di questi ha lavorato senza contratto regolare
  • Il 57,7% dei lavoratori non ha goduto del giorno di riposo settimanale
  • Il 30,8% dei lavoratori ha guadagnato una media di 25 euro al giorno, il 26,9% una media di 35 euro al giorno
  • il 50% dei lavoratori non ha ricevuto compensi per gli straordinari, il 19,2% ne ha ricevuti solo in parte; solo al 30,8% gli straordinari sono stati regolarmente pagati
  • il 55,8% ritiene di aver lavorato in ”pessime” condizioni, il 36,5% in condizioni ”buone”, il 7,7% in condizione ”più che buone”
  • il 73,1% non ha avuto una formazione per le mansioni svolte, il 27% dei lavoratori non è in grado di interpretare il proprio contratto
  • il 23,1% ha sostenuto di aver subito violenze fisiche e psicologiche sul posto di lavoro, ma il 47,7% di loro non saprebbe a chi rivolgersi nel caso non venissero rispettati i propri diritti di lavoratore.

Questi dati non sorprendono troppo. Scrive infatti Francesco Iannuzzi nel suo articolo Il lavoro sfruttato e l’impossibile sviluppo, pubblicato sul numero 89 (luglio 2021) della rivista gli asini, che secondo il rapporto annuale 2020 dell’Ispettorato del lavoro:

si può notare come le attività di alloggio e ristorazione presentino la più elevata percentuale di irregolarità (73%) , calcolata sul numero delle ispezioni effettuate

La struttura delle imprese in questo settore, commenta Iannuzzi, favorisce la proliferazione del lavoro irregolare

il 93% sono microimprese (da uno a quattro addetti) … la persistente refrattarietà agli investimenti di natura tecnologica e organizzativa e la scarsa incidenza degli investimenti per addetto, fanno del turismo uno dei settori a più bassa produttività e a più basso valore aggiunto nel panorama produttivo italiano …

di conseguenza

Le numerosissime imprese che sorreggono il gigante turismo, pur richiedendo e consumando enormi quantità di risorse (anche in termini ambientali e di impatto ecologico …), registrano performance economiche tutt’altro che entusiasmanti.

L’ispettorato sottolinea inoltre che

Le condizioni di lavoro nelle località stagionali sono significativamente peggiori rispetto alle aree dove il turismo ha un’estensione temporale più lunga nel corso dell’anno …

I dati raccolti da Immagina confermano sostanzialmente che, come sostiene Iannuzzi:

la scelta dell’Italia verso un percorso di sviluppo basato sul turismo sia più propriamente una ritirata improvvisata che una scelta strategica. Il turismo nel suo complesso non sembra garantire né una dinamica di crescita equa e sostenibile né tantomeno, per usare la terminologia dell’Ilo [Organizzazione internazionale del lavoro, n.d.r.], condizioni di lavoro e di vita decenti ai suoi occupati.

Tuttavia qualche intervento per migliorare le condizioni dei lavoratori, secondo Iannuzzi, è possibile.

Ripristinare e irrobustire gli ammortizzatori sociali, rafforzare il potere salariale, promuovere una cultura sindacale (che è rara nel turismo), limitare la segmentazione contrattuale e ricostruire più ampie tutele lavoristiche avrebbe certamente un impatto positivo sull’occupazione turistica. Così come positivo sarebbe l’impatto se se si offrisse alle persone opportunità di impiego di qualità evitando che le stesse si rifugino nell’imprenditorialità di disperazione (che proprio nel turismo trova un canale privilegiato), anziché promuoverla come valore di per sé positivo.

Non bisogna dimenticare, conclude Iannuzzi, che

Il turismo è anche un fenomeno sociale e culturale e gli effetti di questo fenomeno produce dal punto di vista della crescita culturale, della qualità del tempo libero e della riproduzione sociale nel suo complesso non possono essere compresi entro valutazioni di natura esclusivamente economica.

Ma questo

non costituisce una ragione sufficiente per soprassedere sulle condizioni di sfruttamento del lavoro su cui spesso il turismo si basa.

Il dossier Contro il turismo della rivista gli asini contiene oltre a quello di Iannuzzi articoli di Sarah Gainsforth, Oltre la retorica, Alex Giuzio, Un mare di gente. L’impatto nelle località costiere, Nicola De Cilia, Una montagna di gente. L’impatto sulle località montane, Giacomo Maria Salerno, La monocoltura del turismo a Venezia, Marcello Anselmo, La monocoltura del turismo a Napoli.

gli asini, Mensile, anno XI, n. 89, luglio 2021

Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria.

Piero Di Siena ha militato nel Pci dal 1963 al 1991, salvo un periodo di impegno nel PCd’I (m-l) intorno al 1970. Nel Pci del Mezzogiorno Di Siena è stato segretario della federazione di Potenza e segretario regionale della Basilicata, in seguito ha lavorato come giornalista per le principali testate del partito, Rinascita e l’Unità, di cui ha diretto le pagine di economia dal 1999 al 2000. Negli anni ’90 ha coordinato con Vittorio Rieser un’inchiesta sulla condizione degli operai dello stabilimento Fiat di Melfi.

Raccolta di scritti pubblicati in varie occasioni dal 1993 al 2010, Nel Pci del Mezzogiorno è, secondo l’autore, un libro di memorie che consente di ricostruire il suo rapporto con il partito attraverso il racconto «dei dirigenti e dei compagni di lotta» che ha conosciuto, «dei rapporti politici e umani che si sono succeduti nel tempo», di esperienze tra le più significative nella sua vita politica.

Nell’introduzione Di Siena sostiene che «La ricostruzione della memoria costituisce un contributo all’organizzazione delle fonti da cui, al pari di quelle di archivio, la ricerca storica sulla seconda metà del secolo scorso non potrà prescindere, più di quanto non sia accaduto nel passato». In particolare il ricorso alla memoria può contribuire nella ricerca storica a mettere a fuoco «il rapporto tra politica e vita» che «è anche un modo di proiettarsi in avanti, di fronte alla crisi della politica contemporanea, nella direzione di una possibile ricostruzione delle basi di una moderna politica democratica». Si deve considerare infatti che:

«La rimessa al centro dell’individuo rispetto al protagonismo delle masse che ha caratterizzato il Novecento è, probabilmente, un dato irreversibile che non è solo conseguenza delle politiche neoliberiste ma di un mutamento di fondo delle relazioni sociali e della loro evoluzione» …

«Non si tratta di rassegnarsi al trionfo dell’individualismo, ma di praticare, a partire dai cambiamenti imposti dalla rivoluzione neoconservatrice sin nel cuore dell’organizzazione del lavoro … una sorta di ritorno dal concetto novecentesco di “massa” a quello di “classe”, inteso come trama di relazioni interpersonali che si instaurano nel processo lavorativo e nei rapporti asimmetrici che si costruiscono rispetto ad esso, per ritrovare una connessione virtuosa tra ruolo dell’individuo e organizzazione delle sue relazioni in quanto essere sociale.»

Le memorie e le testimonianze raccolte in questo libro possono contribuire in particolare, afferma Di Siena nell’introduzione, a ricostruire la vicenda nel Mezzogiorno del “partito nuovo” voluto da Togliatti.

Il Pci nell’Italia meridionale è caratterizzato da un «ruolo egemonico delle masse contadine nella costruzione di un blocco storico alternativo alle relazioni interclassiste che si organizzavano intorno alla Democrazia cristiana». Il “miracolo economico”, con l’industrializzazione e soprattutto con l’emigrazione, destruttura l’economia agricola, per cui fin dagli anni Sessanta diventa chiaro che «i contadini, per l’evidente trasformazione della società meridionale, …, non possono più assolvere al ruolo di fattore egemonico di un blocco sociale alternativo.»

«Negli anni Settanta sembra possibile che il partito nuovo nel Mezzogiorno possa rinnovarsi e riprodursi attraverso lo spostamento a sinistra si settori importanti dei ceti medi» e che dal ruolo egemonico delle classi medie «il partito nuovo potesse trarre nuova linfa e riaprire per sé e per la democrazia nel Mezzogiorno un nuova fase». Le classi medie invece non si rivelarono in grado di essere al centro della formazione di un nuovo blocco storico e di rinnovare il partito, che in quegli anni aveva raggiunto i migliori risultati a livello elettorale ed era diventato forza di governo. Accadde quindi che

«l’acquisizione di una cultura di governo per la generazione che in quegli anni assunse la direzione del Pci e le redini della sua trasformazione, in assenza di un quadro di riferimento di valore egemonico, divenne in generale il tramite della sua cooptazione subalterna alle classi dominanti preesistenti».

Agli inizi degli anni Novanta, l’autore ritenne che

«il riferimento sociale per una possibile alternativa egemonica al riassetto dei poteri e degli interessi economici che stava avvenendo anche nel Mezzogiorno potesse essere la nuova classe operaia meridionale figlia della riorganizzazione produttiva della Fiat su tutto il territorio nazionale, dei processi di privatizzazione dell’industria di Stato come a Taranto e del decentramento produttivo».

Proprio negli anni Novanta però precipita la crisi della grande industria nel Mezzogiorno. L’acciaieria di Taranto, già molto ridimensionata, si salva solo perché chiude quella di Bagnoli a Napoli, ma non si realizza nessun progetto di rilancio e «la “città operaia” diventa “città plebea”». Nello stesso periodo si assiste all’epilogo della vicenda industriale di un’altra città che si affaccia sullo Jonio, Crotone.

A quasi dieci anni dalla pubblicazione di Nel Pci del Mezzogiorno, il problema di quale possa essere la base sociale della sinistra nel Sud mi sembra irrisolto. La fortuna elettorale in questa parte dell’Italia di quello che sembra oggi dai sondaggi il principale partito progressista si fonda sul sostegno al reddito di cittadinanza.

I testi raccolti nel libro sono dedicati a Michele Mancino (https://viaitri.blog/2022/06/02/michele-mancino-nel-pci-del-mezzogiorno/), Michele Prezioso, Francesco Laudaddio, Nino Calice, Raffaele Giura Longo, a Taranto città operaia, al “soccorso rosso” nei giorni del terremoto dell’80, a Paolo Laguardia. In appendice troviamo la relazione che Piero Di Siena svolse, come segretario regionale, al Terzo Congresso del Pci in Basilicata (1986), che con la sua sistematicità ci offre un quadro molto ampio delle questioni istituzionali, politiche, sociali ed economiche aperte in quel periodo.

Piero Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria., Calice Editori, Rionero al Vulture, 2013.

L’immagine è presa da:

Christian Palmieri, Gaetano Leonardi, Quando eravamo operai. Trasformazioni di una periferia meridionale d’Italia attraverso documenti d’archivio e immagini (Crotone 1924-1993), Edizioni Libertà, Roma, 2015.

La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo.

Il regime fascista istituì i primi quattro parchi nazionali in Italia, ma distrusse preziosissimi ecosistemi come le paludi Pontine. Che voto merita in ambientalismo? Non intendono rispondere a questa domanda, con il loro libro La natura del duce, Marco Armiero, dirigente di ricerca presso l’Istituto per gli Studi sul Mediterraneo del CNR, Roberta Biasillo, storica dell’ambiente e docente di teoria politica presso l’Università di Utrecht, e Wiko Graf von Hardenberg, ricercatore in storia della politica e della scienza presso la Humboldt Universität di Berlino. Gli autori ritengono infatti che non esista un ambientalismo astratto, sempre uguale nel tempo, da usare come pietra di paragone.

Questo libro vuole invece rappresentare le «ecologie politiche del fascismo», cioè «le pratiche e le narrative attraverso cui il regime ha costruito un’ecologia fascista tanto dei discorsi quanto dei territori», producendo «formazioni socioecologiche, ovvero ecosistemi fatti di narrative e piante, di memorie e orsi, di leoni addomesticati e popolazioni selvagge da assoggettare». Sono proprio le narrative a caratterizzare maggiormente l’ecologia politica fascista, perché nelle pratiche concrete troviamo molti elementi di continuità tra i governi liberali che lo hanno preceduto, il ventennio fascista e i governi del secondo dopoguerra.

L’ecologia politica è un carattere importante del fascismo, perché «modificando la terra il regime intendeva rigenerare gli italiani e non solo i luoghi in cui vivevano». La bonifica dei territori era infatti parte organica di un programma politico, che comprendeva anche la bonifica della razza e quella della cultura, secondo la visione definita da Francesco Cassata eugenetica ambientalista, diffusa intorno al 1940 soprattutto dalla rivista Razza e civiltà (F. Cassata, Molti, sani e forti. L’eugenetica in Italia, Torino, 2006).

In coerenza con la propria cultura bellicista, il regime fascista si lanciò in due battaglie, quella del grano e quella contro le paludi. Si trattò di «pretese politiche modernizzatrici» frutto della combinazione «del desiderio autarchico del regime e dei nuovi modelli tecnocratici impostisi nell’amministrazione dello Stato sotto Giovanni Giolitti e Francesco Saverio Nitti», da cui ebbero origine a politiche agrarie che tentavano di combinare ruralismo e modernità. Nonostante la retorica ruralista del regime, beneficiarono di queste politiche «i grandi industriali, i latifondisti e le popolazioni urbane.»

Nel 1933 fu emanata la cosiddetta Legge Serpieri sulla bonifica integrale, che estendeva la responsabilità dello Stato oltre il solo prosciugamento dei terreni, per comprendere attività come i rimboschimenti, il consolidamento delle dune costiere, la realizzazione di strade, acquedotti e altre infrastrutture, il riordino fondiario. La diffusione della bonifica integrale, che necessitava di ingenti investimenti da parte dello stato, non fu possibile anche a causa dell’impegno finanziario profuso nella guerra coloniale in Etiopia, così l’unico progetto di bonifica integrale realizzato fu quello dell’Agro Pontino. Secondo gli autori «Le vere conseguenze ecologiche ed economiche delle politiche modernizzatrici impallidiscono se paragonati ai loro effetti simbolici e politici» perché «L’accelerazione dei processi di industrializzazione negli anni a ridosso della Seconda guerra mondiale stimolò proprio quel declino del mondo rurale e quello spopolamento che il regime fascista diceva di voler frenare e invertire.»

L’istituzione del Parco Nazionale del Circeo, nel 1934, fu parte integrante della propaganda connessa alla bonifica pontina. Il parco doveva essere un monumento con due scopi, mettere in evidenza la differenza tra il territorio bonificato e le antiche paludi e perpetuare l’immagine dei come esso doveva presentarsi ai tempi dell’Impero Romano. Vi furono anche voci, come quella del medico e senatore Raffaele Bastianelli, che chiesero al duce di riservare una parte del territorio alla conservazione della flora e dalla fauna. 7500 ettari di foreste e paludi furono così esclusi dalla conversione all’agricoltura, ma anche questi non rimasero indenni da trasformazioni. Alberi alloctoni, come gli eucalipti, furono impianti su più di 700 ettari, nei boschi superstiti furono realizzati fossi cementificati e il sottobosco fu regolarmente rimosso (sottraendo una fonte di sostentamento alla popolazione originaria).

Le Paludi Pontine erano sempre state un territorio tutt’altro che improduttivo, ma l’economia tradizionale era fondata su scambi e movimenti di popolazione tra colline e pianura, tra acqua e terra, che secondo l’antropologo Paolo Gruppuso erano visti dal regime come «un elemento di disordine, non solo idrogeologico, ma anche sociale, sanitario e morale».

Riguarda il territorio del Lazio meridionale anche l’istituzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, che fu decisa dal governo fascista nel 1923. Nonostante il parco fosse stato in pratica già istituito come ente privato nel 1922 per iniziativa dell’associazione Pro montibus et sylvis, «la velocità con cui il regime mise in pratica le aspirazioni di tutela emerse nel dibattito politico del periodo liberale impressionò positivamente molti fautori della tutela della natura». Nei primi anni il regime consentì un’ampia autonomia nella gestione dei parchi nazionali, ma nel 1926 il Corpo reale delle foreste fu militarizzato e trasformato nella Milizia nazionale forestale e questo segnò secondo gli autori il passaggio da una visione tecnocratica di tutela della natura a una di carattere più repressivo verso le popolazioni locali. Una vicenda particolarmente importante nella storia del Parco Nazionale d’Abruzzo fu la “battaglia dei laghi”. La società Terni aveva ottenuto dal Ministero dei lavori pubblici l’autorizzazione a realizzare due bacini idroelettrici, nelle piane di Opi e di Barrea. Il progetto fu osteggiato da Erminio Sipari, direttore del parco e deputato, che ottenne nel 1928 l’annullamento delle autorizzazioni da parte di Mussolini, convinto che l’aumento della produzione idroelettrica non fosse adeguato a compensare gli impatti negativi del progetto. Questa battaglia costò molto cara a Sipari, che qualche anno dopo fu rimosso da direttore mentre il parco perse l’autonomia. Il progetto dell’invaso di Opi fu abbandonato definitivamente, la diga di Barrea invece fu edificata tra il 1948 e il 1952

Analizzare l’ecologia politica del fascismo è importante anche perché essa ha lasciato un’eredità molto impegnativa. Gli autori evidenziano come il successo comunicativo della bonifica pontina «ha avuto ripercussioni sulla memoria e sulla formazione di quella che viene chiamata identità veneto-pontina, ovvero quella di molti coloni veneti e friulani dell’Agro Pontino. … Nel caso dell’Agro Pontino il simbolismo fascista era del resto parte integrante dell’identità di una popolazione immigrata esclusivamente in ragione dell’ecologia politica del regime. E l’identità percepita, anche se basata su tradizioni inventate, è ardua da dimenticare o superare.»

La natura del duce analizza anche i tentativi di introdurre innovazioni industriali per applicare la politica dell’autarchia, le “ecologie dell’impero”, la narrazione dell’atteggiamento di Mussolini verso la natura da parte di due donne molto diverse tra loro come Margherita Sarfatti e Rachele, moglie del duce, la complessa gestione dell’eredità fascista nei paesaggi urbani durante il dopoguerra. L’approccio adottato dagli autori, di descrivere e analizzare piuttosto che emettere giudizi e attribuire punteggi, ha dato origine a un libro molto utile per conoscere aspetti importanti delle politiche del regime fascista.

Marco Armiero, Roberta Biasillo, Wiko Graf von Hardenberg, La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2022.

Nella foto in evidenza vediamo da destra verso sinistra Giovanni Cannata (presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), Giuseppe Marzano (presidente del Parco Nazionale del Circeo) e Giampiero Sammuri (presidente di Federparchi – Europarc Italia), a Sabaudia per la celebrazione del centenario dei primi parchi nazionali italiani il 28 settebre 2022.

Racconta le vicende successive del Parco Nazionale d’Abruzzo questo libro di Luigi Piccioni https://viaitri.blog/2020/11/13/sindacato-ambiente-sviluppo-la-cgil-abruzzo-i-parchi-e-le-origini-della-riserva-monte-genziana-alto-gizio-1979-1996/

Primavera silenziosa

Primavera silenziosa, il libro più noto di Rachel Carson, pubblicato 60 anni fa nel settembre del 1962, denunciava gli effetti disastrosi, come la scomparsa degli uccelli canori, delle nuove sostanze chimiche immesse in modo massiccio nell’ambiente. Si trattava soprattutto di insetticidi e erbicidi, il cui uso era enormemente aumentato nel secondo dopoguerra. Rachel Carson fece comprendere che queste sostanze rappresentavano una minaccia grave per la vita sulla terra. In risposta, scrive Jean-Paul Deleage (Storia dell’ecologia, 1994), «alcuni chimici si disonorarono trattando Rachel Carson da vecchia pazza al soldo del KGB».

Scriveva Rachel Carson: «Siamo in un’era di specialisti, ciascuno dei quali vede solo il suo particolare problema ed è ignaro del più vasto quadro in cui esso va collocato; in un’era dominata dall’industria nella quale il diritto di guadagnare un dollaro a qualsiasi costo viene raramente contestato. Quando di fronte a qualche clamorosa evidenza di danni provocati dall’azione degli insetticidi la gente protesta, le viene ammannita qualche mezza verità a mo’ di tranquillante.»

Oggi le maggiori organizzazioni che si occupano di salute in tutto il mondo hanno fatto proprie le idee di Rachel Carson, adottando l’approccio one healt fondato «sul riconoscimento che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema siano legate indissolubilmente.» (https://www.iss.it/one-health).

Ancora oggi, però, nelle campagne le popolazioni di molte specie di uccelli continuano a rarefarsi, come illustra un rapporto pubblicato dalla LIPU in occasione del sessantennio di Primavera silenziosa (http://www.lipu.it/news-natura/notizie/34-campagne-petizioni/1722-chi-e-rachel-carson-la-madre-del-nuovo-ambientalismo-e-perche-la-sua-primavera-silenziosa-e-ancora-cosi-importante). Studi recenti mostrano anche che gli effetti sull’ambiente, e sulla salute umana, del complesso di sostanze chimiche messe in commercio non sono ancora adeguatamente considerati (https://ilsalvagente.it/2022/03/13/pesticidi-plastificanti-e-ritardanti-di-fiamma-siamo-circondati-da-sostanze-chimiche/).

A sessanta anni dalla pubblicazione Primavera silenzosa merita ancora, senza dubbio, un’attenta lettura. Si tratta forse del più importante libro sull’ambiente scritto nel XX secolo (Serenella Iovino, Filosofie dell’ambiente, 2004).

Rachel Carson, Primavera silenziosa, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1963.

Traduzione di Carlo Alberto Gastecchi, revisione scientifica di Antonio Servadei.

La norma UNI ISO 13009 per la qualità e la sostenibilità degli stabilimenti balneari

In Italia si è affermato un modello peculiare di gestione dei litorali. Come scrive Alex Guizio: “la concessione demaniale marittima è stata concepita come un patto fra lo Stato e il privato imprenditore: a fronte di un canone calmierato, il concessionario è obbligato a farsi carico della cura di una porzione di bene pubblico per conto dello Stato (pulizia, sicurezza, manutenzione, eccetera), traendone in cambio un guadagno attraverso l’attività di accoglienza e ristorazione[1]”.

La sostanziale rinuncia da parte della pubblica amministrazione alla gestione delle spiagge ha favorito la diffusione di un grandissimo numero di piccole imprese lungo i litorali, con un significativo peso politico.

La legge n. 88 del 2001 prevedeva il rinnovo automatico allo stesso concessionario ogni sei anni, ma questo sistema è stato messo in crisi dalla direttiva n. 123 del 2006, nota come Bolkenstein.  La direttiva stabilisce che “Qualora il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche utilizzabili, gli Stati membri applicano una procedura di selezione tra i candidati potenziali, che presenti garanzie di imparzialità e di trasparenza”.

Come ricorda Guizio nel testo citatoNel 2010 l’ultimo governo Berlusconi ha frettolosamente abrogato la legge sul rinnovo automatico per adeguare la normativa italiana alla direttiva Bolkestein, senza sostituirla con un altro sistema di gestione delle concessioni che si assumesse il difficile compito di conciliare l’esistenza di migliaia di imprese private con l’obbligo di mettere a bando il suolo pubblico su cui sono sorte. E nemmeno i successivi governi lo hanno fatto, limitandosi ad approvare varie proroghe ex lege per allungare la durata delle concessioni esistenti (prima fino al 2015, poi al 2020 e infine al 2033) e prendersi tempo per lavorare a una riforma organica che però non è mai arrivata.”

A novembre 2021 il Consiglio di Stato ha annullato la validità dell’estensione al 2033 e ha proibito qualsiasi ulteriore proroga, ritenuta in contrasto col diritto europeo. Il Consiglio ha anche stabilito che le concessioni esistenti possono rimanere il vigore fino al 31 dicembre 2023, ma entro tale data devono essere messe a bando.

Il governo Draghi ha deciso di inserire la riforma del settore nel disegno di legge sulla concorrenza, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 15 febbraio. Secondo la direttiva Bolkenstein: “gli Stati membri possono tener conto, nello stabilire le regole della procedura di selezione, di considerazioni di salute pubblica, di obiettivi di politica sociale, della salute e della sicurezza dei lavoratori dipendenti ed autonomi, della protezione dell’ambiente, della salvaguardia del patrimonio culturale e di altri motivi imperativi d’interesse generale conformi al diritto comunitario”. Analogamente il Governo ha scritto, nel disegno di legge con cui chiede la delega per il riordino delle concessioni, che in sede di scelta del concessionario si dovrà tenere conto anche della professionalità acquisita dagli operatori e “della valorizzazione di obiettivi di politica sociale, della salute e della sicurezza dei lavoratori, della protezione dell’ambiente e della salvaguardia del patrimonio culturale”.

Negli ultimi mesi si è quindi risvegliato l’interesse per la certificazione secondo norma tecnica UNI ISO 13009: 2018, Turismo e servizi correlati – Requisiti e raccomandazioni per le attività in spiaggia, perché da diverse parti è stata avanzato la proposta inserire la certificazione secondo tra i criteri per la scelta tra i richiedenti le concessioni. Questa norma, approvata dall’ISO nel 2015 e recepita in Italia dall’UNI nel 2018, è rivolta a tutti gli operatori che gestiscono attività sulle spiagge, quindi sia ai concessionari privati sia agli enti locali per tratti di litorale non affidati in concessione. Il suo scopo è fornire indicazioni per una gestione e pianificazione sostenibili delle spiagge, sulle infrastrutture sostenibili e sulle scelte relative alla fornitura di servizi, compresi quelli per la sicurezza in spiaggia, l’informazione e la comunicazione, la pulizia e la rimozione dei rifiuti.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Normazione (ISO), il valore della norma UNI ISO 13009 per le destinazioni turistiche non consiste solo nell’aiutare i gestori delle spiagge a migliorare le esperienze vissute dagli utenti, ma anche nel promuovere il miglioramento del tessuto economico e sociale delle località balneari. L’applicazione della UNI ISO 13009 inoltre può aiutare ad affrontare diversi rischi, come quelli di perdere competitività, non soddisfare le esigenze dei visitatori, perdere reputazione, non pianificare bene la gestione. È ragionevole supporre che per cogliere a pieno i vantaggi della certificazione, questa dovrebbe riguardare non il singolo stabilimento balneare, ma tratti di litorale molto più estesi, come nel caso di un’esperienza in corso nella Comunità Valenciana, dove sono coinvolti 4 km di spiaggia[2].

La norma UNI ISO 13009 richiede prima di tutto una attenta pianificazione che porti a identificare i rischi per la salute, programmare la risposta alle emergenze e tutte le attività che si svolgono sulla spiaggia, inclusa la manutenzione. È necessario poi fornire informazioni corrette sui servizi offerti, sulla qualità delle acque e sull’ambiente, rispondere ai reclami.

Per valutare le prestazioni della gestione, la norma chiede di definire indicatori relativi all’impatto ambientale, alla qualità dei servizi e alla soddisfazione dei clienti, mettendo in atto azioni correttive soprattutto se diminuisce la sicurezza.

Seguono nel testo indicazioni in merito alle infrastrutture permanenti (servizi igienici, spogliatoi ecc.) e a quelle temporanee come gli ombrelloni, che devono essere bene integrate nell’ambiente e nel paesaggio.

La norma si sofferma poi sulle vie di accesso, che devono essere sicure e se possibile percorribili anche da persone con handicap, e sui servizi per la sicurezza di cui deve essere costantemente verificata l’adeguatezza. La pulizia della spiaggia deve essere pianificata e documentata, ma la rimozione dei residui di piante marine (come quelli Posidonia oceanica) non deve influenzare negativamente la dinamica degli ecosistemi costieri.

La UNI ISO 13009 infine richiama alla raccolta differenziata dei rifiuti, all’alto livello di igiene da assicurare nella somministrazione di alimenti e bevande e alla necessità di identificare e separare le aree destinate alle diverse attività sulla spiaggia, in modo da prevenire le interferenze.

La diffusione della certificazione UNI ISO 13009, soprattutto se ottenuta da gruppi di imprese e amministrazioni impegnate nella gestione di tratti contigui di litorale, potrebbe stimolare una significativa riqualificazione nel settore.

Articolo pubblicato su Nuova Verde Ambiente, n. 4/2022.


[1] https://gliasinirivista.org/spiagge-le-ragioni-di-una-riforma-necessaria-ma-ancora-rinviata/

[2] https://www.levante-emv.com/turismo/2022/06/12/cuatro-kilometros-playas-tranquilas-familiares-67179179.html

I limiti dello sviluppo

Cinquanta anni fa, nel 1972, il System Dynamics Group del Massachusetts Institute of Technology (MIT) pubblicò il rapporto The Limits to Growth (I limiti alla crescita), che uscì lo stesso anno in Italia con il titolo I limiti dello sviluppo. Il rapporto era stato commissionato dal Club di Roma, associazione di manager internazionali e scienziati presiduta da Aurelio Peccei.

Il rapporto metteva in guardia dalla possibilità di un rapido deterioramento dell’ambiente e di un esaurimento altrettanto rapido delle risorse naturali, a cui l’umanità sarebbe andata incontro se non fosse cambiato rapidamente il modello di sviluppo.

Molte previsioni quantititative contenute nel rapporto si sono rivelate esageratamente pessimiste, ma il giorno in cui sono state consumate complessivamente tutte le risorse che il pianeta rinnova in un anno (Overshoot Day) nel 1972 cadeva a dicembre , quest’anno è stato il 28 luglio.

Mi sembra particolarmente attuale quanto il rapporto scriveva sull’inquinamento causato della produzione di energia:

«Supponendo di sostituire nel futuro ai combustibili fossili tradizionali quelli nucleari, verrebbe alla fine arrestato l’aumento quantitativo di CO2 presente nell’aria prima che esso abbia raggiunto valori tali da infuenzare seriamente il clima o l’ambiente naturale; ma, indipendentemente dal tipo di combistibile adoperato, la produzione di energia comporta un altro effetto collaterale negativo. Dalla termodinamica si sa che sostanzialmente tutta l’energia impiegata dall’uomo in ultima analisi viene dissipata come calore: se la sorgente di energia non è costituita dalla radiazione solare, questo calore in definitiva provoca un innalzamento di temperatura dell’atmosfera, tanto direttamente quanto indirettamente, attraverso l’irraggiamento delle acque usate come acque di raffreddamento.

A livello locale, l’inquinamento termico dei corsi d’acqua sconvolge gli equilibri delle varie forma di vita presenti; nei dintorni delle città si determina la formazione delle cosiddette isole di calore urbano, all’interno delle quali si riscontrano numerose anomalie meteorologiche.»

Nell’editoriale del numero di settembre 2022 della rivista Le Scienze, dedicato appunto al ciquantennale de I limiti dello sviluppo, il direttore Marco Cattaneo commenta:

«… in una campagna elettorale degna di questo nome dovremmo sentir parlare principalmente di tre argomenti: mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, transizione energetica e investimenti in ricerca. Perché da questo dipenderà il benessere di domani. Ma forse, per la qualità della politica nostrana, è chiedere troppo.»

Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Joergen Randers, William W. Beheens III, I limiti dello sviluppo – Rapporto del System Dynamics Group Massachussets Institute of Technology per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità. Prefazione di Aurelio Peccei. Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1972.

Cristo fra i muratori

Grazie alle edizoni readerforblind di Ladispoli (https://www.readerforblind.com/) è disponibile la nuova traduzione in italiano di un libro straordinario, Cristo fra i muratori, di Pietro Di Donato, muratore e scrittore americano di origine abruzzese.

Il protagonista del libro, Paul, perde il padre a seguito del crollo di un’impalcatura in un cantiere, come era successo a Di Donato, quindi a 12 anni deve provvedere alla sua famiglia composta dalla madre e da altri 9 figli. Non trova sostegno né dalla chiesa né dalla legge, ma avrà la solidarietà attiva dei “compaesani”, donne amiche di sua madre e muratori che lo aiutano a trovare un lavoro, seppure sottopagato, nei cantieri.

«Questo libro, che piacque molto a Salvemini, è senza eredi, è solo come uno sparo nel buio della notte, non ha un prima e non ha un dopo, come il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa. Quando il Club del libro di New York lo proclama libro del mese preferendo Di Donato a Steinbeck, Pietro incassa un sacco di dollari di diritti d’autore ma li spende tutti. Così resta senza soldi e torna a lavorare come muratore.» scrive Sandro Bonvissuto nella prefazione.

A Pietro Di Donato è dedicato un premio giornalistico riservato alle inchieste e agli articoli sul tema della sicurezza sul lavoro https://www.anmil.it/eventi/il-premio-giornalistico-pietro-di-donato/.

Pietro Di Donato, Cristo fra i muratori, edizioni readerforblind (Ladispoli), 2022. Prefazione di Sandro Bonvissuto, traduzione di Nicola Manuppello.

La via delle cave (Tiburtina. Itinerari, storie e curiosità)

<<La via Tiburtina è una strada operosa che ci racconta l’arduo lavoro dell’uomo nei secoli. Tutto il territorio infatti è ricco di cave che sono state sfruttate fin dai tempi più remoti e che hanno fornito il materiale per l’edificazione della Città. …. Laghetti, gallerie, colonne, incredibili e armoniche geometrie sono i disegni lasciati dall’uomo estraendo tufo e pozzolana. Il paesaggio sembra incantato. Negli specchi d’acqua cresce rigogliosa la vegetazione idrofila e le cannucce da palude, l’ambiente ospita molte specie di uccelli e di piccoli animali.>>

Nei pressi di Tivoli troviamo le cave di travertino, materiale caratteristico delle costruzioni a Roma dai tempi dell’impero all’età moderna, il cui nome deriva proprio dal latino “lapis tiburtinus”, pietra tiburtina. Non sono state però meno importanti le cave di tufo:

<< … Il Foro di Augusto fu costruito utilizzando il lapis gabinus e il tufo lionato o litoide. … Con il tufo lionato fu edificato il muro retrostante il Foro di Augusto e la struttura portante del Tempio di Marte Ultore. L’utilizzo del lapis gabinus e del tufo lionato nello stesso periodo storico indica che le due pietre venivano prelevate in cave vicine tra loro. Infatti, le cave di lapis gabinus erano localizzate al margine del cratere di Castiglione, vicino alle cave di tufo lionato situate lungo la via Tiburtina.

La pietra lionata usata ai tempo dei Romani proveniva probabilmente dalle aree di Settecamini e Salone, dove era conosciuta come “tufo dell’Aniene”.>> 1

Il fiume Aniene veniva utilizzato per trasportare i blocchi di tufo verso la città.

I laghi di Salone, che si sono formati nelle antiche cave di tufo, per il loro interesse storico, archeologico, paesaggistico e naturalistico meriterebbero di essere inclusi nella vicina Riserva Naturale della Valle dell’Aniene.

  1. R. Funicello, G.Heiken, D. De Rita, M. Parotto, I sette colli – Guida geologica a una Roma mai vista, Raffaello Cortina Editore (Milano), 2006

P. Paglia, F. Palmara, G. Failla, Tiburtina. Itinerari Storie e Curiosità, Provincia di Roma, senza data.

Alle cave di Salone è dedicato un capitolo del libro C’era una volta la Collatina Antica, di Carmine Marinucci, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2023.

Nel secolo XIX questo luogo offriva la scena a una dei principali aventi mondani a Roma https://viaitri.blog/2025/12/21/la-festa-degli-artisti-a-tor-cervara/

Foto: laghetto un un’antica cava di tufo a Salone.

Michele Mancino (Nel Pci del Mezzogiorno)

Un compagno agricoltore di Santa Severina, nel Marchesato di Crotone, mi raccontò anni fa che era stato ospite più volte di un vecchio dirigente comunista, in un’azienda agricola dalle parti di Latina. Persona di grandissima cultura, il vecchio dirigente lo aveva coinvolto in lunghe e interessanti conversazioni notturne. Grazie a Piero Di Siena ho scoperto che si trattava di Michele Mancino, al quale è dedicato uno dei ricordi raccolti nel suo libro Nel Pci del Mezzogiorno (https://viaitri.blog/2022/11/22/nel-pci-del-mezzogiorno/).

Nato a Genzano di Lucania nel 1896 in una famiglia contadina, Mancino lavorò da bracciante agricolo e divenne, tornato dalla Grande Guerra, organizzatore bracciantile e costitutore del Pci clandestino «Negli anni Venti, mentre il fascismo cominciava a rafforzare le sue radici anche nelle zone più remote del Mezzogiorno, girava a piedi tra i comuni della zona nord della Basilicata (la sua Genzano, Acerenza, Lavello, Melfi) … costituendo i primi nuclei clandestini del partito comunista e distribuendo le tessere che egli stesso andava a ritirare a Napoli in via Trinità degli Spagnoli, dove nel 1924 Bordiga lo nomina sul campo segretario della federazione di Basilicata.» Condannato dal Tribunale speciale, rimase in carcere del 1928 al 1932.

Dopo la caduta del fascismo, racconta Di Siena, Mancino si dedica in particolare ai contadini poveri dell’Appennino, da Potenza ai confini della Calabria, e «si parte da Potenza per settimane intere, percorre quasi sempre a piedi le distanze che separano i vari comuni spesso inerpicati sulle cime delle montagne. … Quel contadino come loro che gira di paese in paese non solo insegna il modo di organizzarsi per far valere i loro diritti, ma allarga la mente, parlando di un mondo che andava oltre i confini della loro esperienza: Togliatti che è tornato dall’Unione sovietica, per costruire un partito di massa che sia strumento di emancipazione anche per i contadini del sud, la ricostruzione della democrazia in Italia e il ruolo che in essa sarebbe spettato alle masse popolari.»

Nel corso della campagna elettorale per la Costituente, a Senise, per la chiusura la Dc, racconta Mancino, “aveva fatto venire un professore universitario da Napoli che si era prodotto in una lunga e dotta confutazione del marxismo. La sera successiva parlai quattro ore, smontando a uno a uno gli argomenti del professore, a partire dalla polemica tra Labriola e Croce. Il giorno dopo un agrario del luogo chiese di parlarmi per complimentarsi del mio comizio ma anche per dirmi che non credeva che fossi un bracciante, ma che questo era solo un inganno del mio partito, perchè le cose di cui avevo parlato si potevano imparare solo all’università”. L’università di Mancino era stata in realtà il carcere di Viterbo, che fu, nei sui ricordi raccolti da Piero Di Siena, «un’esperienza di primordine, a contatto quotidiano con uomini del calibro di Sereni e Spano. Erano giorni di letture intense – da Bacone a Croce, da Kant a Hegel – di discussioni appassionate su temi teorici, come la teoria del plusvalore, e questioni politiche, come l’espulsione di Trockij …». Tra i compagni di carcere Mancino ricorda anche il “padre dell’idea moderna di Europa, Altiero Spinelli”.

Dopo aver ricoperto importanti incarichi nel Pci ed essere stato senatore dal 1953 al 1963, Mancino acquistò un podere a Borgo Sabotino e divenne agricoltore, affiancando a questa attività quella di memorialista.

Oggi conduce l’azienda suo figlio, Tonino Mancino, impegnato nei movimenti per la tutela dei beni comuni e dei diritti dei contadini, oltre che militante politico, attualmente in Sinistra Italiana (qui l’ho incontrato, nel forum regionale sull’agricoltura del Lazio).

Piero Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria, caliceEditori, Rionero al Vulture, 2013.

La foto rappresenta il vivaio delle piante orticole di Tonino Mancino, a Borgo Sabotino (condivisa senza autorizzazione del legittimo titolare dei diritti).