La distruzione della natura in Italia

Antonio Cederna, archeologo per formazione, nel 1949 decise di lasciare gli scavi per dedicarsi al giornalismo, collaborando con inchieste al Il Mondo di Mario Pannunzio. Si impegnò in particolare per contrastare la distruzione del patrimonio culturale causata da una ricostruzione post-bellica spesso affrettata e speculativa. Progressivamente i suoi interessi si ampliarono all’urbanistica e alle condizioni dell’abitare nelle città. Dedicò molte energie a difendere dai progetti di edificazione l’area archeologica dell’Appia Antica a Roma, oggi il Parco Regionale dell’Appia Antica conserva il suo archivio.

Scrive Maria Pia Guermandi nell’introduzione alla nuova edizione che Cederna «… conosceva e leggeva Rachel Carson, i fratelli Odum, Barry Commoner oltre che i rapporti del Club di Roma, sarà tra i primissimi a introdurre in Italia i concetti di riduzione della crescita, limitazione delle risorse, protezione della biodiversità.»

Nel 1975 Cederna pubblicò La distruzione della natura in Italia,cheCastelvecchi ha messo meritoriamente a disposizione dei lettori con una nuova edizione. «Il tema dell’opera» scrive l’autore «è il malgoverno del territorio, il disfacimento della città, l’abrogazione del paesaggio, la distruzione della natura, l’eliminazione dello spazio fisico necessario alla salute pubblica, lo smantellamento di un’immensa e insostituibile eredità di cultura, la privatizzazione sistematica del suolo nazionale in nome della rendita parassitaria.»

Il libro è aperto da un’ampia Premessa, intitolata Lo sfacelo del Bel Paese, che rappresenta una mirabile sintesi dei principali elementi di degrado dell’ambiente nell’Italia dell’epoca. Troviamo poi tre parti che raccolgono articoli pubblicati nei dieci anni precedenti da Cederna sul Corriere della Sera, intitolate rispettivamente: Lo scempio dei parchi nazionali, Quello che fu il giardino d’Europa, L’erba di Roma e Milano. Infine, un’Appendice raccoglie altri due testi originali: Olimpiadi e salute pubblica e Traffico e ambiente.

Due tra testi raccolti nel libro interessano in particolare il Lazio meridionale. Uno è contenuto nella sezione dedicata ai parchi nazionali e riguarda il Parco nazionale del Circeo. Cederna denuncia l’assalto alla duna litoranea e la gestione distruttiva della foresta da parte dell’Azienda di Stato per le foreste demaniali, impegnata ancora negli anni ’70 a prosciugare le aree umide invece di conservarle. L’altro, nella sezione successiva, si intitola Lo sfacelo delle coste laziali e riassume i guasti e le minacce che interessavano l’arco di costa tra Civitavecchia e Gaeta, dall’inquinamento delle acque all’abusivismo edilizio e ai piani regolatori sovradimensionati.

Il libro è frutto di osservazioni dirette di Cederna e dell’esame di copiosissime fonti, in buona parte richiamate nelle note a piè di pagina. Possiamo dire fortunatamente che rispetto ad alcune cause del degrado segnalate dall’autore, come la mancanza di fogne e depuratori nella maggior parte dei comuni italiani, si sono fatti importanti passi avanti. Non mancano però nel testo passi che potrebbero essere stati scritti ieri, come questo, «L’attuale collasso economico è dunque anche il risultato di un trentennio di pirateria urbanistica, di questo nostro capitalismo (come è stato ben detto) coleroso e straccione, per cui anche l’esproprio dell’area per un vespasiano che funzioni diventa un affare grave».

Come scrive Tommaso Montanari nell’introduzione, La distruzione della natura in Italia «sembra scritto oggi per oggi, come tutti i veri classici.»

Di Massimo Leone

La distruzione della natura in Italia, di Antonio Cederna, Castelvecchi, Roma, seconda edizione 2023 (prefazione di Tommaso Montanari, introduzione di Maria Pia Guermandi).

Nella foto la targa di via Antonio Cederna a Villette Barrea (L’Aquila)

Pubblicato su Annali del Lazio Meridionale – Storia e Storiografia, Nuova Serie, n.3, (n. 47-48), Ottobre 2024.

Chi ha paura dell’auto elettrica? Otto fake news alla prova dei fatti

Alessandro Macina, giornalista professionista, ha realizzato come inviato di Presa Diretta, dal 2009, numerosi reportage in tutto il mondo sulla crisi climatica e ambientale. Nel 2013 ha vinto il XIX premio Ilaria Alpi, nel 2019 il premio nazionale di divulgazione scientifica per un reportage sui cambiamenti climatici.

Con questo libro Macina ha voluto contribuire alla discussione, molto accesa in soprattutto a partire dallo scorso anno, sulle potenzialità e i rischi legati alla diffusione delle auto elettriche, per «chiarire i dubbi, comprendere le preoccupazioni, ma anche sgombrare il campo da false credenze e smontare, numeri alla mano, le vere e proprie fake news che … stanno inquinando il dibattito e stanno contribuendo a far accumulare al nostro paese un ritardo industriale pericoloso, forse irreversibile».

Le questioni affrontare nel volume, con dovizia di dati e con l’ausilio di efficaci illustrazioni, sono la temuta necessità di essere costretti ad acquistare auto molto costose, l’impatto reale delle auto elettriche nel loro intero ciclo di vita e in particolare quello delle batterie, la preoccupazione che la diffusione dei veicoli elettrici favorisca inevitabilmente i produttori cinesi, i pericoli legati all’uso delle auto elettriche, l’opportunità di sostituire i derivati del petrolio con carburanti alternativi, le difficoltà che si possono incontrano per ricaricare le batterie, le presunta impossibilità di produrre e distribuire un quantitativo di energia elettrica sufficiente a far circolare l’intero parco nazionale di automobili e altri mezzi di trasporto.

Le potenzialità offerte dalla transizione tecnologica non fanno comunque venire meno, ricorda l’autore, la necessità far circolare meno vetture nelle città e quella di potenziare il trasporto pubblico. A questo proposito porta ad esempio l’esperienza di Oslo, dove l’elettrificazione è stata portata avanti insieme alla sostituzione di strade e parcheggi con marciapiedi e aree verdi. Scrive Nicola Armaroli nella prefazione che «La gloriosa auto a motore endotermico ha letteralmente cambiato il mondo, rendendolo più connesso, più piccolo, più ricco, più divertente. E anche più inquinato. Dopo 150 anni, ha fatto il suo tempo ed è giunto il momento di cedere il passo. È una cosa assolutamente normale: quale altra tecnologia di un secolo e mezzo fa utilizziamo con le stesse modalità di allora?»  Questo libro, conclude Armaroli, è «Una preziosa lettura per chi crede ancora in un futuro di progresso e innovazione per l’Italia»

di Massimo Leone

Alessandro Macina, Chi ha paura dell’auto elettrica? Otto fake news alla prova dei fatti, Edizioni Dedalo, Bari, 2023, pagine 176, prefazione di Nicola Armaroli

Nella foto (da destra verso sinistra) Lucio De Filippis, Guido Salemme, Paola Marcoccia, Alessandro Macina e Antonio Baiano presentano Chi ha paura dell’auto elettrica? a Fondi, il 30 novembre 2024, per iniziativa della comunità energetica rinnovabile Associazione Lazio Nuovo ETS, del circolo intercomunale di Legambiente Luigi Di Biasio e dell’Associazione Italiana Cultura Qualità Centro Insulare, con il patrocinio del Parco Naturale Regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi.

Pubblicato su Qualità, n. 6/2024.

Vola Italia – ridare le ali a un paese insostenibile

Grammenos Mastrojeni, diplomatico di carriera, è Segretario generale aggiunto dell’organizzazione intergovernativa Unione per il Mediterraneo e ha ricoperto il ruolo di Coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo sviluppo.

Mastrojeni sostiene che l’Italia potrà decollare solo adottando la rotta della sostenibilità, per tre motivi: deve fare la sua parte per scongiurare «in collasso sociale, economico e ambientale che incombe a livello mondiale»; la via della sostenibilità non rappresenta un sacrificio, ma al contrario una prospettiva di espansione economica e miglioramento della qualità della vita; nessun altro Paese al mondo può trarre più vantaggi da una conversione sostenibile.

Nella prima parte del libro, Teoria del volo, l’autore delinea il quadro concettuale alla base delle sue proposte

Il principale riferimento è l’Agenda 2030, approvata nel 2015 dall’Assemblea Generale dell’ONU. La novità dell’Agenda 2030, sostiene Mastrojeni, è che i 17 obiettivi stabiliti in tema di economia, diritti, ambiente, pace, vengono considerati sinergici e non in competizione tra loro. Lo sviluppo economico, in questa prospettiva, è favorito invece che ostacolato da un ambiente più tutelato e da una società più giusta.

L’autore propone di applicare una matrice a quattro fattori: sviluppo; ambiente; diritti umani; pace e stabilità. «Tra i quattro poli … si possono mettere in moto cicli cumulativi …. che possono accelerare verso l’insicurezza e la precarietà globale … ma anche cicli di progresso che ci forniscono uno strumento di azione straordinario, perché il riequilibrio riportato in un sottosistema può contagiare gli altri.»

Nella seconda parte, Volare, Mastrojeni propone di applicare l’approccio dell’Agenda 2030 per far ripartire l’Italia, premettendo che «Per risorse storiche, paesaggistiche, di diversità biologica e produttiva, siamo il territorio più vocato al mondo a trarre i massimi vantaggi da una trasformazione sostenibile.»  Gli iper-moltiplicatori da attivare secondo l’autore sono tre: famiglia-scuola-università, equità e inclusione. Grazie a questi iper-moltiplicatori potremmo valorizzare la bellezza del territorio, attivare una maggiore partecipazione, affrontare con successo le sfide della produzione di cibo, dei trasporti, della salute e della gestione dei rifiuti. Potremmo perfino avere successo nella sempre agognata semplificazione normativa, giudiziaria, amministrativa e fiscale, gestire con efficacia i flussi migratori, definire una politica estera sostenibile e liberarci della zavorra del debito pubblico.

Di Massimo Leone

Grammenos Mastrojeni, Vola Italia – ridare le ali a un paese insostenibile; Città nuova, Roma, 2023; Pagine 311; Prezzo di copertina: 17,90 euro

Pubblicato su Qualità, n.5/2024

Come si fa una comunità energetica (per davvero!)

Questo libro è frutto di due esperienze di cittadinanza attiva nel campo dell’energia, le cooperative Retenergie ed ènostra. Retenergie nasce a Cuneo nel 2008 per iniziativa di persone provenienti dall’economia solidale, mentre ènostra viene costituita nel 2014 a Milano grazie all’incontro tra Retenergie e altri soggetti, come i «consumatori urbani green e cosmopoliti» e le «aziende attente alla corporate sociale responsibility», attivi soprattutto nella metropoli lombarda.

I primi capitoli del libro raccontano come Retenergie è diventata in pochi anni un punto di riferimento nazionale per l’economia solidale nel settore dell’energia. Il capitolo otto illustra come ènostra persegue lo scopo di «fornire ai soci elettricità sostenibile al giusto prezzo, ossia al miglior prezzo possibile considerando i principi etici e di sostenibilità». Nei capitoli successivi viene delineato il profilo attuale della cooperativa, che gestisce undici impianti fotovoltaici, per una potenza complessiva di 2,8 MWp, e tre impianti eolici con turbine di 60, 900 e 999 kWp.

I capitoli conclusivi sono dedicati alle attività di ènostra a supporto delle Comunità Energetiche Rinnovabili, nel quadro normativo definito principalmente dalla Direttiva 2018/2001 (nota come Red II), dal Decreto legislativo 199/2021, dal Testo Integrato Autoconsumo Diffuso (ARERA, 2022) e dal Decreto attuativo 21 gennaio 2024 del MISE.

Gli autori delineano efficacemente le diverse configurazioni messe a disposizione dei cittadini e degli altri utenti dalla Direttiva Red II: «l’autoconsumatore di energia rinnovabile, gli autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente …, le comunità di energia rinnovabile». Le Comunità energetiche rinnovabili (CER), in particolare, sono soggetti giuridici senza fine di lucro, costituiti da produttori e consumatori (persone fisiche, PMI, enti locali, enti religiosi, organizzazioni del terzo settore, enti di ricerca e formazione), organizzati in configurazioni che, secondo le norme vigenti, devono essere comprese nell’area servita dalla stessa cabina di trasformazione primaria. La CER riceve un incentivo, per il quantitativo di energia che viene nello stesso momento prodotto e consumato dai membri di una configurazione, e lo distribuisce tra produttori, consumatori e attività di interesse collettivo, secondo le modalità stabilite nel proprio regolamento.

In fondo al volume troviamo un QR code che da accesso a un archivio normativo continuamente aggiornato, sull’autoconsumo diffuso e le CER.

Posso dire che personalmente ho trovato in questo libro indicazioni molto utili per arrivare a costituire una CER.

di Massimo Leone

Giovanni Bert, Marco Mariano, Giancarlo Meinardi, Gianluca Ruggieri, Ilaria Sesana, Marianna Usuelli; Altra Economia, Milano 2024

Pubblicato su Qualità, n. 4, 2024

Parchi naturali Storia delle aree protette in Italia

Luigi Piccioni, docente di Storia economica presso l’Università della Calabria, è impegnato da molti anni in ricerche sulla storia delle aree naturali protette e dei movimenti per la conservazione della natura in Italia. Nel 2018 ha pubblicato con Ediesse Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996, https://viaitri.blog/2020/11/13/sindacato-ambiente-sviluppo-la-cgil-abruzzo-i-parchi-e-le-origini-della-riserva-monte-genziana-alto-gizio-1979-1996/

Parchi naturali è venuto alla luce nel centenario della nascita ufficiale del Parco Nazionale d’Abruzzo, il secondo parco nazionale italiano, preceduto nel 1922 da quello del Gran Paradiso. I due parchi nazionali facevano assumere all’Italia una posizione di avanguardia in Europa, perché all’epoca esistevano grandi aree protette sono nella poco popolata Svezia, la Svizzera possedeva una piccola riserva naturale, due piccoli parchi montani erano stati istituiti in Spagna.

Emerse subito la peculiarità dei parchi italiani «data dal loro essere fittamente insediati, densamente popolati e molto prossimi a grandi città con un rapporto assolutamente inedito tra l’area sottoposta a tutela, gli insediamenti umani e i tessuti metropolitani più prossimi».

I decreti istitutivi dei due parchi nazionali, tenendo conto di questa complessità, prevedevano commissioni in cui erano rappresentati «funzionari ministeriali, studiosi, esponenti delle associazioni ambientaliste e turistiche, esponenti delle deputazioni provinciali e rappresentanti dei Comuni. La commissione eleggeva a sua volta il presidente del parco, mentre la direzione tecnica era affidata all’ispettore forestale locale nel caso del Gran Paradiso e a un tecnico nominato dalla commissione nel caso del parco abruzzese.» Nel 1933 però il regime fascista sciolse le commissioni e affidò la gestione dei due parchi alla Milizia nazionale forestale, recidendo i legami delle aree protette con gli ambienti scientifici, l’associazionismo e le comunità locali.

Negli anni ’30 furono istituiti altri due parchi nazionali, quello del Circeo per conservare gli ambienti naturali sopravvissuti alla bonifica dell’Agro pontino, e quello dello Stelvio, che iniziò ad operare con un minimo di efficacia solo con il regolamento del 1951.

Negli anni ’50, con il paese alle prese con la ricostruzione post bellica, l’interesse per la conservazione della natura coinvolse solo ambienti piuttosto ristretti. L’associazione Italia Nostra, fondata nel 1955 per opera di un gruppo di intellettuali, si occupò all’inizio soprattutto di tutelare i beni culturali e il paesaggio, minacciati dai modi sbrigativi che caratterizzavano spesso gli interventi di demolizione e ricostruzione.

Nel 1960 Italia Nostra dedicò il settimo congresso nazionale alla difesa del verde, sotto la spinta di due fattori. Gli urbanisti che avevano aderito all’associazione sollecitavano l’attenzione al territorio e in particolare al verde urbano, le sezioni locali segnalavano ai vertici dell’associazione numerosi casi di devastazione dell’ambiente, soprattutto lungo i litorali. In questo congresso il sodalizio decise di costituire il Comitato per il verde, che ebbe un ruolo di primo piano nel richiamare l’attenzione sul tema dei parchi naturali in Italia. Tale attenzione fu sollecitata anche dai progetti che minacciavano di infliggere gravissime ferite al Parco Nazionale d’Abruzzo. La campagna di informazioni volta a contrastarla, che ebbe come protagonista Antonio Cederna, sensibilizzò verso la conservazione della natura un’ampia parte dell’opinione pubblica italiana.

L’esito più avanzato del dibattito sulle aree protette che si svolse negli anni ’60 è rappresentato dal Progetto ’80, coordinato da Giorgio Ruffolo e pubblicato nel 1969 dal Ministero del bilancio e della programmazione economica. Scrive Piccioni che Ruffolo interpretava l’Italia come «un paese in cui l’economia e la società agricola ormai da tempo non erano più centrali, in cui erano in atto processi di urbanizzazione molto più rapidi e vasti che in passato, in cui l’arrivo dei consumi dei consumi di massa stava modificando profondamente mentalità, aspirazioni, bisogni e stili di vita e inediti cicli di lotte popolari stavano imponendo con forza una nuova domanda di partecipazione democratica e di diritti collettivi.» L’intervento dello stato sul territorio era inteso «come difesa e arricchimento dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico e come progettazione dell’assetto urbanistico delle aree metropolitane.» Il documento Proiezioni territoriali del Progetto 80 riprendeva le proposte avanzate dallo zoologo Alberto Simonetta e da Antonio Cederna e «ampliava questa seconda proposta portandola a circa 90 aree protette e la inseriva in un ragionamento più ampio e ambizioso sulla funzione delle riserve naturali all’interno del sistema insediativo, produttivo e infrastrutturale nazionale.»

Con la nascita, nel 1970, delle 15 regioni a statuto ordinario, divenne centrale nel dibattito sulle aree protette la contrapposizione tra i sostenitori di una gestione in cui avessero un peso rilevante i nuovi enti territoriali e quanti propugnavano invece un approccio più centralistico. Nella seconda metà degli anni ’70 furono istituiti i primi parchi regionali, ma rimase aperto il conflitto tra centralisti, rappresentati soprattutto da Italia Nostra e WWF, e regionalisti, che annoveravano anche i principali partiti della sinistra. Figure di spicco nei rispettivi campi furono da una parte Antonio Cederna, dall’altra Valerio Giacomini, botanico ed ecologo, che pubblicò nel 1989, con l’urbanista Valerio Romani, il libro Uomini e parchi. Giacomini sosteneva la «necessità di adottare un approccio partecipativo alla creazione e alla gestione delle aree protette con una forte attenzione programmatica a mantenere un equilibrio tra conservazione delle risorse a attività economiche.»

Gli anni ’80 videro la nascita anche in Italia di un partito politico che metteva al centro della propria azione la tutela dell’ambiente, la cui azione ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere all’ordine del giorno delle istituzioni la questione della conservazione della natura e nel portare all’approvazione della legge n. 394/1991, Legge quadro sulle aree protette. L’approvazione della legge quadro ebbe come seguito una grande espansione delle aree protette, la cui superficie complessiva arrivò nel 1997 a 3.326.000 ettari, pari al 10,7 % del territorio nazionale, superando quindi il valore del 10% che le principali associazioni ambientaliste avevano posto come obiettivo in un convegno tenuto a Camerino nel 1980. La legge quadro però fu significativamente indebolita da provvedimenti successivi, come l’abolizione della consulta nazionale sulle aree protette, la quale avrebbe dovuto garantire che le iniziative per la tutela della natura fossero inquadrate in una coerente strategia nazionale.

A cento anni dall’istituzione dei primi parchi nazionali, la situazione delle aree protette si presenta secondo Piccioni «densa di ombre quanto di luci». L’Italia non dispone di organismi nazionali che sostengano e promuovano le aree protette, non esiste una politica nazionale organica, le regioni hanno ridotto il loro impegno e in particolare i finanziamenti, si assiste a un «progressivo spostamento di attenzione e di risorse dai compiti di conservazione, ricerca, educazione a un marketing territoriale nella gran parte dei casi indistinguibile da quello svolto da altri soggetti e in altri settori». Tuttavia la legge quadro rimane ancora efficace come garante della tenuta delle aree protette e nel mondo dei parchi «lavorano migliaia di persone incaricate di vigilare sul rispetto delle normative, oltre che di molte altre funzioni: la ricerca, la formazione, l’educazione ambientale, la promozione e il sostegno di forme di attività economiche a basso impatto». Quando gli enti gestori delle aree protette tendono a tradire la loro missione istituzionale «rischiano di suscitare reazioni da parte delle autorità di controllo ma soprattutto da parte dell’opinione pubblica».

L’attuazione del regolamento europeo sul ripristino della natura, noto come Nature Restoration Law, approvato dal Consiglio dell’Unione europea lo scorso 17 giugno, potrebbe essere l’occasione per riconsiderare la necessità di una politica nazionale che valorizzi adeguatamente il ruolo delle aree protette nel perseguire obiettivi generali, considerandole come una rete e non solo come singole entità.

di Massimo Leone

Luigi Piccioni, Parchi naturali Storia delle aree protette in Italia, Il Mulino, Bologna 2023, 202 pagine.

Immagine in evidenza: Locandina della presentazione di Parchi naturali, in occasione di Libridamare a Sperlonga 2024.

Sulla vicenda del Parco Nazionale del Circeo, segnalo anche Dove c’era la palude, di Sergio Zerunian https://viaitri.blog/2023/04/01/dove-cera-la-palude/

Sull’istituzione dei primi parchi nazionali in Italia e sulle loro vicende nel ventennio fascista, è molto interessante il libro di Marco Armiero, Roberta Biasillo, Wiko Graf von Hardenberg, La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo

Violenza invisibile – Anatomia dei disastri ambientali

Adriano Zamperini insegna Psicologia della violenza, Psicologia del disagio sociale e Relazioni interpersonali presso l’Università di Padova, dove dirige il master in Sicurezza urbana e contrasto alla violenza. Nel 2021 ha pubblicato con Marialuisa Menegatto, presso Padova University Press, Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, frutto di tre anni ad ascoltare le persone che vivono nella zona rossa, formata dai comuni più gravemente inquinati dagli Pfas in Veneto.

Proprio l’inquinamento delle acque causato dall’uso industriale delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) rappresenta per l’Autore un esempio di violenza invisibile. Zamperini riprende il concetto di slow violence, coniato negli Stati Uniti da Rob Nixon, «per indicare una violenza che si manifesta gradualmente, capace di produrre un disastro ritardato che si disperde nel tempo e nello spazio. E sovente nemmeno percepita come tale». Rientrano in questa tipologia di violenza le contaminazioni ambientali invisibili, come «una sostanza o una forma di energia interdetta alla percezione». È questo il caso delle radiazioni ionizzanti e di molte sostanze chimiche.

Zamperini descrive le strategie messe in atto dai perpetratori delle violenze invisibili, per renderle socialmente accettabili più a lungo possibile. Rientra in tali strategie la «costruzione sociale dell’ignoranza», ovvero la «selezione, manipolazione e distribuzione di particolari dati al fine di diffondere non solo l’ignoranza quale assenza di sapere, ma pure disinformazione, confusione e incertezza». Un caso esemplare descritto nel libro è quello dell’amianto, con il ruolo svolto in particolare negli USA dalla Asbestos Information Association. Questa organizzazione, legata alle industrie del settore, per decenni diffuse pubblicazioni che minimizzavano i pericoli connessi all’uso dell’amianto e ostacolò l’approvazione di norme restrittive. In Italia fu protagonista di attività analoghe la multinazionale Eternit.

Lo strumento di autodifesa utilizzato da alcune comunità colpite dalla violenza invisibile è l’epidemiologia popolare, espressione coniata da Phil Brown negli anni ’80 «per descrivere le iniziative delle donne della classe operaia che andavano di casa in casa esaminando l’incidenza di malattie familiari nei quartieri di residenza».

Il libro si chiude con l’esortazione a costituire «un’alleanza tra cittadini e ricercatori che consente di andare oltre la mentalità incentrata sull’interesse privato … Per raggiungere una responsabilizzazione pubblica, e rafforzando così il diritto umano a un’esistenza sicura e giusta

di Massimo Leone

Adriano Zamperini, Violenza invisibile – Anatomia dei disastri ambientali, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2023

Pubblicato su Qualità, n. 3, 2024

Io, morto per dovere

Dieci anni fa, nel 2014, moriva a causa di un linfoma il sostituto commissario di polizia Roberto Mancini. Nel 2015 gli veniva conferita la Medaglia d’oro al Valor civilePer essersi prodigato, nell’ambito della lotta alle ecomafie (…), nell’attività investigativa per l’individuazione, nel territorio campano, di siti inquinati da rifiuti tossici illecitamente smaltiti. L’abnegazione e l’incessante impegno profuso, per molti anni, nello svolgimento delle indagini gli causavano una grave patologia che ne determinava prematuramente la morte”.

Nato a Roma nel 1961, Mancini frequenta negli anni’70 il liceo classico Augusto, dove partecipa attivamente al “Collettivo Politico Augusto” e in seguito aderisce a Democrazia Proletaria. Ricorda Enrico Fontana che «A volte era spietato, stronzo, rigido e capoccione. Erano i suoi unici difetti. Per il resto era una personalità gioiosa, esilarante e intelligente».

Terminate le scuole superiori, Roberto sorprende la madre e gli amici annunciando che ha deciso di arruolarsi nella Polizia. Poco dopo il giuramento viene destinato al Ucigos – Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali – presso il Ministero dell’interno, dove viene presto identificato come il poliziotto con il manifesto sotto il braccio. Dopo essere stato destinato a varie sedi in Toscana e Umbria, alla metà degli anni ’80 torna a Roma, presso la Criminalpol.

Ottimo investigatore, Roberto Mancini ha un ruolo importante nella cattura di diversi latitanti appartenenti alla criminalità organizzata, tra cui Angelo Moccia, leader della Nuova famiglia, gli antagonisti della Nuova Camorra Organizzata guidata da Raffaele Cutolo. Moccia viene arrestato sul suo yacht a Gaeta, a seguito di indagini condotte nel Lazio meridionale alle quali Mancini dà un contributo determinante, agendo anche da infiltrato.

Roberto Mancini conduce l’indagine che porterà nel 1994 alla chiusura, quarantotto ore prima dell’apertura degli sportelli, della Banca Industriale del Lazio di Cassino. Dei 25 miliardi di cui è composto il capitale sociale della banca, seicento milioni sono stati sottoscritti dall’avvocato Cipriano Chianese, altrettanti da sua sorella e sua moglie. Dalle indagini risulta che le tre società finanziarie che hanno ampie quote della nascente banca si sono sviluppate negli anni in cui «le formazioni camorristiche del napoletano e del casertano facevano il loro ingresso nel business del traffico dei rifiuti».

Al centro di quel traffico c’è proprio l’avvocato Chianese, che mantiene rapporti con esponenti di primissimo piano della camorra, come Francesco Bidognetti, importanti imprese come quella che inviano alle discariche campane i rifiuti industriali provenienti dall’Acna di Cengio, dall’Italsider di Taranto e dalla centrale Enel di Brindisi, generali dei Carabinieri come Domenico Cagnazzo e del Corpo Forestale dello Stato come Cesare Patrone, finanzieri come Ennio Doris.

Nonostante l’informativa prodotta da Roberto Mancini e inviata alla Procura di Napoli con la firma del suo dirigente Nicola Cavaliere nel 1996, Chianese può continuare le sue attività illecite fino al 2006, quando viene arrestato. Nel 1996 si candida anche alla Camera dei Deputati nella lista di Forza Italia ma non viene eletto. Nel 2011 la magistratura riapre l’informativa del ’96 e chiede a Mancini di svolgere nuove indagini (che lui porta a termine nonostante fosse sia già gravemente malato) i cui risultati sono condensati nella nuova informativa consegnata nel 2013.

Dopo aver collaborato presso la Camera dei Deputati con la Commissione bicamerale d’indagine sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Massimo Scalia, dal 1997 al 2001, Mancini negli ultimi anni della sua vita presta servizio presso il commissariato del quartiere di San Lorenzo, a Roma, mentre lotta con la malattia che lo ha colpito. A San Lorenzo il sostituto commissario, grazie alla sua sensibilità per i problemi sociali, svolge spesso un ruolo di mediazione nella gestione di sgomberi abitazioni occupate. A seguito di un improvviso riacutizzarsi della malattia, Roberto Mancini si spegne a Perugia il 30 aprile del 2014.

Nel 2016 gli viene dedicata la sala teatro dell’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino, in via Giovanni da Procida a Roma. La sua vita ha ispirato la miniserie televisiva Io non mi arrendo, con Giuseppe Fiorello, trasmessa dalla RAI nel 2016.

Cipriano Chianese è stato condannato in via definitiva nel 2021 a diciotto anni di reclusione per associazione camorristica e inquinamento di acque, in relazione alle attività della discarica Resit di Giugliano in Campania. Nel 2013 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la confisca dei suoi beni, tra cui un complesso alberghiero a Formia e una villa a Sperlonga. Dopo più di dieci anni dalla confisca questi beni, di grande valore anche simbolico, rimangono ancora inutilizzati.

di Massimo Leone

Luca Ferrari, Nello Trocchia, Io, morto per dovere, con prefazione di Giuseppe Fiorello e un contributo di Monika Dobrowolska Mancini, Chiarelettere editore, 2016.

Immagine in evidenza: La villa confiscata a Cipriano Chianese, a Sperlonga; fonte https://www.latina24ore.it/latina/20943/camorra-sequestrate-ville-di-lusso-a-sperlonga/

La Corte di Cassazione ha confermato nel 2024 la confisca della villa di Cipriano Chianese a Sperlonga https://www.temporeale.info/157118/argomenti/cronaca/sperlonga-confermato-provvedimento-di-confisca-della-villa-di-cipriano-chianese.html

Gaeta grottesca

Elvio Fachinelli,  psichiatra, psicoanalista, pedagogista e attivista italiano, come lo definisce Wikipedia, dal 1963 al 1989 raccolse aneddoti, osservazioni e aforismi in un diario che portava il titolo di Grottesche.

Nel mese di giugno del 1974 annotò questo schizzo di Gaeta:

A Gaeta: la città vecchia diroccata, sovrastata dalla rocca borbonica, ora prigione militare, parti di essa abbandonate, dopo i bombardamenti; davanti un ristorante «d’epoca» intitolato al «Re Borbone». Strade disselciate, polvere. Sulla soglia di antri si affacciano vecchi, donne grasse e bambini.

Sul lungomare davanti alla città nuova, alla stessa ora, la passeggiata prima di cena. Giovani molto curati, con un’eleganza da manichini. Portano jeans, ma senza noncuranza. Anzi con una cura minuziosa dell’aspetto, della figura. La novità del vestito è importata da fuori e innestata su un modello vecchio di «bella figura» piccolo-borghese. Doppia dipendenza: dal modello esterno e da quello locale vecchio.

Ogni tanto, come ombre, accanto a loro, diversi anche nel passo, vecchi operai o contadini, in tutto «fuori moda».

E le famiglie: gli uomini con lo sguardo assente, si direbbe, le donne invece mobilitate a guardare intorno come per una «boccata d’aria».

I rivoluzionari, forse si indovinano da una minore cura del vestito, da una reale trasandatezza. Ma, nel ricordo, li vedo vittime di un’altra dipendenza verso l’esterno, quella per cui si farebbero cultura e politica altrove, nel Nord. Sanno tutto del nord e niente di se stessi.

Massimo Leone

Elvio Fachinelli, Grottesche – Notizie, racconti, apparizioni, a cura di Dario Borso, Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile, Italo Svevo, Trieste-Roma, 2019.

L’impegno di vivere – Pagine in ricordo di Tommaso Padoa Schioppa

Franco Continolo cita questo passo di Tommaso Padoa Schioppa (dal libro La veduta corta) nel discorso preparato per il settantesimo compleanno dell’amico, che non gli fu possibile pronunciare:

tenere in ordine la casa nazionale è [secondo la teoria della “casa in ordine” n.d.r.] la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia un ordine internazionale. Nelle sedi internazionali non si deve dunque decidere alcunché in comune; ci si deve soltanto informare, ed eventualmente, esortare, reciprocamente. […] La dottrina della casa in ordine è congeniale a un paese [la Germania] che ha deciso di non dare più lezioni al mondo e vuole solo essere un allievo modello nell’economia e nella politica. Nello stesso tempo, però, in questa idea s’insinua il pericolo di un nuovo nazionalismo, che per analogia con il nazionalsocialismo, chiamerei nazional-liberalismo. La Prima guerra mondiale fa cadere l’illusione che, se le frontiere degli stati coincidessero con i confini delle nazioni, ci sarebbe la pace. L’Ordoliberalismo si culla in un’illusione dello stesso tipo; se ogni Stato facesse propri il mercato e la democrazia (non più la nazione), l’ordine regnerebbe nel mondo.

«Sono parole» commenta Continolo «che suonano come una presa di posizione contro chi, avverso a forme vere di sovranazionalità, alimenta l’illusione che basti riportare in equilibrio i conti pubblici e fare le riforme per garantire la stabilità dell’Eurozona.»

Ricorda Jacques Delors come Tommaso Padoa Schioppa avesse ben chiaro che «L’unico modo di ritrovare una sovranità è di condividerla e ricomporla a un livello coerente con la dimensione dei problemi comuni da risolvere.» Da discepolo di Altiero Spinelli, Padoa Schioppa disse a proposito dell’idea federalista:

Se un giorno ci sarà o meno una federazione europea, non ci è dato di saperlo. Sappiamo solo che questo è auspicabile, che il futuro è aperto, che l’unione politica dell’Europa è possibile, che la sua realizzazione dipende anche da noi, e che senza di essa la nostra democrazia rimarrà incompiuta.

Carlo Azeglio Ciampi ricorda, nel suo discorso commemorativo tenuto nel 2011 presso l’Università Bocconi, che Padoa Schioppa era:

esemplare espressione di quella borghesia colta, illuminata, laboriosa, consapevole delle proprie responsabilità sociali e per questo capace di una visione non angusta del proprio ruolo. In breve, erede diretto di quella classe dirigente che aspirava e seppe operare per fare dell’Italia, fin dalla sua unificazione politica, un Paese economicamente sviluppato e socialmente progredito, a pieno titolo incluso nel novero delle nazioni più avanzate. Una classe dirigente che professava la sobrietà come religione civile, osservante di un’etica severa.

Questo carattere emerge anche nella vicenda rievocata da Romano Prodi, sempre in occasione della commemorazione presso l’Università Bocconi:

La tempesta mediatica … particolarmente violenta allorché TPS aveva, con voluta ingenuità, osato sottolineare “la bellezza del contribuire, ciascuno con le proprie capacità, alle spese necessarie per il bene comune”. Pochi giorni fa ho rivisto e voluto rivedere sugli schermi televisivi questa sua dichiarazione e mi sono ancora sorpreso che queste parole di altissimo valore civile possano essere state oggetto di ironia e disprezzo. Debbo purtroppo concludere che questo non può che essere la conseguenza di un degrado del costume etico e democratico della nostra Italia, che peraltro era la sua dominante preoccupazione anche nei lunghi incontri che abbiamo avuto nelle settimane precedenti la sua morte.

Non è un caso se proprio a Tommaso Padoa Schioppa si è voluta contrapporre la demagogia della Presidente del Consiglio nazionalista in carica, quando ha affermato «Non penso che le tasse siano una cosa bellissima. Sono una bella cosa le donazioni, non i prelievi imposti per legge.»

Dobbiamo ricordare che l’unione politica dell’Europa è auspicabile e possibile, anche se in questo momento non appare probabile, ora che siamo chiamati ad eleggere la nuova legislatura del Parlamento Europeo. Il primo fondamentale criterio di scelta deve essere non votare le forze politiche nazionaliste.

Di Massimo Leone

I brani citati sono tratti dal libro confezionato con molta cura da Silvia Dionisi, Lucilla Lucchese e Arianna Ballabene:

L’impegno di vivere – Pagine in ricordo di Tommaso Padoa Schioppa, a cura di Costanza, Caterina e Camillo Padoa Schioppa, L’Altracittà Media e Arti, Roma, 2020.

Nel segno di Cambellotti – Virgilio Retrosi artista e artigiano

Si può visitare fino al 2 giugno 2024, presso la Casina delle Civette di Villa Torlonia a Roma, la mostra Nel segno di Cambellotti – Virginio Retrosi artista e artigiano https://www.museivillatorlonia.it/it/mostra-evento/nel-segno-di-cambellotti-virgilio-retrosi-artista-e-artigiano

Virginio Retrosi (Roma 1892-1975), amico e allievo di Duilio Cambellotti, ha svolto la sua attività artistica prevalentemente come ceramista e illustratore. Da illustratore collaborò a lungo con l’Ente Nazionale Italiano per il Turismo.

Sono esposti nella mostra presso la Casina delle Civette i disegni preparatori del 1939, appartenenti oggi a una collezione privata, di ceramiche dedicate a paesi della provincia di Latina: Gaeta, Priverno, Minturno, Itri, Sezze, Sermoneta, Fondi, Norma e San Felice Circeo. Risale invece agli anni ’50 il bozzetto di un manifesto volto a promuovere Le spiagge dell’oblio e dell’amore fra Napoli e Roma: Minturno, Scauri, Formia, Gaeta, Serapo.

La mostra dell’artista poliedrico, attento osservatore, sperimentatore di tecniche, materiali e soggetti, è allestita nel museo dedicato alle arti decorative all’interno di Villa Torlonia, dove si possono ammirare tra l’altro vetrate disegnate da Cambellotti e Paschetto.

di Massimo Leone

Gloria Raimondi, Gaia Dammacco (a cura di), Nel segno di Cambellotti – Virgilio Retrosi artista e artigiano, Gangemi Editore, Roma, 2023.

L’immagine in evidenza è la scansione di una pagina del libro, catalogo della mostra.