Michele Mancino (Nel Pci del Mezzogiorno)

Un compagno agricoltore di Santa Severina, nel Marchesato di Crotone, mi raccontò anni fa che era stato ospite più volte di un vecchio dirigente comunista, in un’azienda agricola dalle parti di Latina. Persona di grandissima cultura, il vecchio dirigente lo aveva coinvolto in lunghe e interessanti conversazioni notturne. Grazie a Piero Di Siena ho scoperto che si trattava di Michele Mancino, al quale è dedicato uno dei ricordi raccolti nel suo libro Nel Pci del Mezzogiorno (https://viaitri.blog/2022/11/22/nel-pci-del-mezzogiorno/).

Nato a Genzano di Lucania nel 1896 in una famiglia contadina, Mancino lavorò da bracciante agricolo e divenne, tornato dalla Grande Guerra, organizzatore bracciantile e costitutore del Pci clandestino «Negli anni Venti, mentre il fascismo cominciava a rafforzare le sue radici anche nelle zone più remote del Mezzogiorno, girava a piedi tra i comuni della zona nord della Basilicata (la sua Genzano, Acerenza, Lavello, Melfi) … costituendo i primi nuclei clandestini del partito comunista e distribuendo le tessere che egli stesso andava a ritirare a Napoli in via Trinità degli Spagnoli, dove nel 1924 Bordiga lo nomina sul campo segretario della federazione di Basilicata.» Condannato dal Tribunale speciale, rimase in carcere del 1928 al 1932.

Dopo la caduta del fascismo, racconta Di Siena, Mancino si dedica in particolare ai contadini poveri dell’Appennino, da Potenza ai confini della Calabria, e «si parte da Potenza per settimane intere, percorre quasi sempre a piedi le distanze che separano i vari comuni spesso inerpicati sulle cime delle montagne. … Quel contadino come loro che gira di paese in paese non solo insegna il modo di organizzarsi per far valere i loro diritti, ma allarga la mente, parlando di un mondo che andava oltre i confini della loro esperienza: Togliatti che è tornato dall’Unione sovietica, per costruire un partito di massa che sia strumento di emancipazione anche per i contadini del sud, la ricostruzione della democrazia in Italia e il ruolo che in essa sarebbe spettato alle masse popolari.»

Nel corso della campagna elettorale per la Costituente, a Senise, per la chiusura la Dc, racconta Mancino, “aveva fatto venire un professore universitario da Napoli che si era prodotto in una lunga e dotta confutazione del marxismo. La sera successiva parlai quattro ore, smontando a uno a uno gli argomenti del professore, a partire dalla polemica tra Labriola e Croce. Il giorno dopo un agrario del luogo chiese di parlarmi per complimentarsi del mio comizio ma anche per dirmi che non credeva che fossi un bracciante, ma che questo era solo un inganno del mio partito, perchè le cose di cui avevo parlato si potevano imparare solo all’università”. L’università di Mancino era stata in realtà il carcere di Viterbo, che fu, nei sui ricordi raccolti da Piero Di Siena, «un’esperienza di primordine, a contatto quotidiano con uomini del calibro di Sereni e Spano. Erano giorni di letture intense – da Bacone a Croce, da Kant a Hegel – di discussioni appassionate su temi teorici, come la teoria del plusvalore, e questioni politiche, come l’espulsione di Trockij …». Tra i compagni di carcere Mancino ricorda anche il “padre dell’idea moderna di Europa, Altiero Spinelli”.

Dopo aver ricoperto importanti incarichi nel Pci ed essere stato senatore dal 1953 al 1963, Mancino acquistò un podere a Borgo Sabotino e divenne agricoltore, affiancando a questa attività quella di memorialista.

Oggi conduce l’azienda suo figlio, Tonino Mancino, impegnato nei movimenti per la tutela dei beni comuni e dei diritti dei contadini, oltre che militante politico, attualmente in Sinistra Italiana (qui l’ho incontrato, nel forum regionale sull’agricoltura del Lazio).

Piero Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria, caliceEditori, Rionero al Vulture, 2013.

La foto rappresenta il vivaio delle piante orticole di Tonino Mancino, a Borgo Sabotino (condivisa senza autorizzazione del legittimo titolare dei diritti).

Ludwig Wittgenstein e la Grande guerra

Ludwig Wittgenstein si arruolò volontario nel 1914 e partecipò alla Grande guerra nell’esercito austro-ungarico, inizialmente come soldato semplice poi come ufficiale di artiglieria. Fatto prigioniero dall’esercito italiano nei pressi di Trento, venne condotto nel campo di prigionia allestito a Cassino, in località Caira. Nonostante l’impegno dei suoi famigliari e l’intervento in suo favore di autorità religiose, il filosofo non volle beneficiare di un rilascio anticipato rispetto agli altri internati e rimase perciò a Caira fino al 21 agosto del 1919.

All’esperienza di Wittgenstein in guerra e in particolare nel campo di prigionia è dedicato il volume Ludwig Wittgenstein e la Grande guerra, che raccoglie gli atti del un convegno tenuto a Cassino il 29 ottobre 2019.

I campi di prigionia, come ci dice Marco De Niccolò nel saggio I campi di internamento durante la Grande guerra, il caso di Caira e l’esperienza di Ludwig Wittgenstein, apparvero la prima volta durante la guerra di secessione americana.   A livello internazionale furono normati con la Convenzione dell’Aia del 1907, concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre. Durante la Prima guerra mondiale ebbero un’enorme diffusione, si stima che i prigionieri di guerra furono tra 3.100.000 e 3.700.00 all’interno delle truppe degli Imperi centrali, tra 3.800.000 e 5.100.000 in quelle dell’Intesa, con gli alleati. Il numero degli internati nei campi italiani crebbe progressivamente, fino a 130.000 stimati ad aprile del 1918. Il 3 novembre dello stesso anno, praticamente in sul solo giorno, furono catturati dagli italiani 300.00 soldati dell’esercito austro-ungarico, tra i quali il filosofo viennese.  Dal libro Wittgenstein prigioniero a Cassino, pubblicato dal suo compagno di prigionia Franz Parak, e dai risultati delle ricerche successive risulta che nel campo di Caira le condizioni di igiene e le razioni alimentari fossero sufficienti, anche se l’epidemia di tifo petecchiale che si diffuse nel 1919 un migliaio di morti tra i reclusi. Nel campo i prigionieri erano divisi secondo l’appartenenza nazionale e si dedicavano a diverse attività, oltre a lavorare. Tra gli austriaci erano frequenti le letture comuni e le discussioni di classici letterari e filosofici, come le opere di Kant e Dostoevskij, alle quali Wittgenstein non si sottraeva. Il filosofo si interessò anche di religione e in particolare di cristianesimo di Tolstoj, fino a prendere in considerazione la possibilità di dedicarsi al sacerdozio una volta finita la guerra.

Durante la prigionia a Caira, Wittgenstein lavorò al Tractatus logico-philosophicus, discutendo sulle sue elaborazioni con altri prigionieri e in particolare con Parak.Da Cassino, scrive Micaela Latini nel saggio Oltre la linea del fuoco. Ludwig Wittgenstein e la Prima guerra mondiale, il 13 marzo 1919 due copie dattiloscritte del Trattato furono spedite con l’aiuto della Croce Rossa rispettivamente a Glottlob Frege e a Bertrand Russell (prigioniero anche lui, nel Regno Unito, a causa di un articolo pacifista che aveva pubblicato). A proposito dei motivi che spinsero il filosofo ad arruolarsi, Latini scrive che «Sulle ragioni dell’ideale slancio bellico di Wittgenstein si è a lungo discusso. Certamente alla sua base non era solo il desiderio di difendere la patria, ma anche … di mettersi alla prova in un settore diverso da quello della mera vita intellettuale. Forse Wittgenstein era convinto che proprio investendo in un settore diverso lontano dalla intellettualità avrebbe potuto chiarire il problema etico e personale sul proprio carattere, e di qui contribuire all’approfondimento teoretico».

I contributi di Luigi Perissinotto e di Sara Fortuna mettono in evidenza una significativa evoluzione del pensiero di Wittgenstein, che mi sembra particolarmente importante richiamare in questi giorni. Il filosofo scriveva, sui suoi Diari segreti, nell’ottobre del 1914 che «gli inglesi – la migliore razza del mondo – non possono perdere» mentre i tedeschi erano destinati a perdere. Poiché lui si sentiva «completamente tedesco», annotava che «il pensiero che la nostra razza venga sconfitta» gli causava una profonda depressione. Con le espressioni razza tedesca e razza inglese, secondo Perissinotto, Wittgenstein voleva indicare da una parte la cultura tedesca (Kultur), dall’altra la civiltà angloamericana (Zivilization), che secondo un atteggiamento diffuso all’epoca rappresentavano rispettivamente lo spirito e la materia. Nel 1939 invece ruppe i rapporti con l’allievo e amico Norman Malcon, perché questi aveva utilizzato l’espressione carattere nazionale, mostrando a giudizio di Wittgenstein una inaccettabile superficialità nell’uso di «frasi pericolose» (come scriverà in una lettera del 1944).

La convenzione dell’Aia prevedeva che i prigionieri potessero lavorare per le opere pubbliche, nell’agricoltura e nell’industria. L’opportunità di utilizzare sul posto il lavoro dei prigionieri spinse l’onorevole Achille Visocchi, originario di Atina e all’epoca sottosegretario ai lavori pubblici, a promuovere la realizzazione di un campo di prigionia a Cassino. Il campo di Caira, scrive Gaetano de Angelis Curtis nel saggio Il campo di concentramento di Cassino-Caira e Ludwig Wittgenstein, era destinato a ospitare 2.000-2.500 prigionieri, ma il loro numero aumentò fino a 6.000 dopo l’armistizio di Vittorio Veneto (35.000 secondo il saggio di De Niccolò).  I prigionieri di Caira lavorarono in particolare a rimboschimenti presso l’Abbazia di Montecassino e sulle Mainarde. Dopo la fine della Grande guerra il campo fu destinato a scuola per gli allievi ufficiali dei Carabinieri, fino al 1927. Successivamente l’area fu in uso all’Artiglieria dell’Esercito italiano che la destinò a deposito. Durante la Seconda guerra mondiale entrò a far parte del sistema difensivo realizzato dai tedeschi e venne completamente distrutto dalle operazioni belliche. Parzialmente ricostruite, le strutture di Caira furono utilizzate dall’Artiglieria come deposito fino al 2007, mentre ora l’area di 24.000 m2, con quattro capannoni, è in completo abbandono.

Il sindaco pro tempore di Cassino, Enzo Salera, ha espresso nel suo intervento al convegno l’auspicio che le strutture superstiti del campo di Caira divengano un centro di formazione e ricerca per giovani studiosi, gestito dall’Università di Cassino. Per ora non si colgono segnali che proposte indirizzate a sottrarre all’abbandono questo luogo, tanto significativo per la storia e per la cultura del ‘900, abbiano fatto reali passi in avanti.

Il soggiorno di Ludwig Wittgenstein nel campo di Caira e una pagina del diario di sua madre, Giuseppina Serrini, hanno ispirato il racconto Ina e Ludwig di Tommaso Di Francesco. L’autore immagina che il filosofo austriaco abbia condotto un gruppo di internati a lavorare come braccianti in un’azienda agricola dell’Agro romano, per supplire alla forza lavoro della famiglia del mezzadro Luigi, falcidiata dall’epidemia di influenza spagnola. Constatata la propria incapacità nel contribuire validamente ai lavori agricoli, Ludwig si dedica all’insegnamento per i bambini che vivono presso l’azienda. Sarà particolarmente intenso l’incontro con Ina, una bambina impegnata a superare le sue difficoltà nella deambulazione e nella capacità di usare le parole. Questa esperienza indurrà Ludwig a dedicarsi all’insegnamento nelle scuole elementari terminata la prigionia, invece che al sacerdozio.

Arricchito dalle reinterpretazioni di due lettere tratte dal carteggio tra Wittgenstein, Russel e Keynes, impreziosito dalla scrittura poetica dell’autore, Ina e Ludwig ci offre anche una testimonianza delle dure condizioni di vita degli agricoltori nell’Agro romano all’inizio del ‘900, tratta dall’esperienza reale di Giuseppina Serrini.

Ludwig Wittgenstein e la Grande guerra, a cura di Marco De Nicolò, Micaela Latini, Fausto Pellecchia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2021.

Ina e Ludwig, di Tommaso Di Francesco, Asterios, Trieste, 2021.

La fotografia dell’ex campo di prigioni è tratta da linkiestaquotidiano:

https://www.linchiestaquotidiano.it/news/2019/11/05/cassino-progetto-dell-associazione-labriolab-ecco-il-parco/28397

Civiltà nazionalistica o civiltà cosmopolitica

Nell’estate del 1943 Eugenio Colorni risponde a una lettera ad Altiero Spinelli. L’espressione “il vostro saggio” si riferisce probabilmente a “Politica marxista e politica federalista”, scritto da Spinelli insieme a Ernesto Rossi. La lettera è stata pubblicata per la prima volta da Spinelli nel 1993, recentemente è stata riproposta in una raccolta di scritti di Colorni curata da Luca Meldolesi.

<<Ciò che vi fa deprecare una soluzione comunista, nonostante il vostro riconoscimento di un’iniziale dittatura, è che ritenete che per i comunisti la dittatura, e il collettivismo economico, siano fini a se stessi; siano metodi permanenti di governo e non semplci espedienti provvisori. Ora io ritengo che il comunismo (e in specie un comunismo europeo) sia molto più capace di evolversi di quanto voi non crediate. Lo ritengo spregiudicatissimo in materia economica, e legato finora in Russia ad un’economia collettivistica ed autarchica solo per la necessità di prepararsi con una frenetica attività alla guerra. Penso che si verificherebbe, anche nel campo culturale, una Europa capta ferum victorem coepit; o per lo meno che sarebbe nostro compito, e compito attuabile, far sì che ciò si verificasse. Propendo a credere che il contenuto di civiltà personalistica di qualsiasi regime, non dipenda tanto dalla sua struttura istituzionale e dalla volontà degli uomini e dalle ideologie che lo dominano, quanto dalla somma delle difficoltà e dei pericoli interni ed esterni che esso si trova a dover fronteggiare. Un regime in stato di guerra in preda a una grave crisi economica, o in fase di instabile assestamento, può permettersi una scarsissima dose di personalismo; e d’altra parte il personalismo sorge come frutto spontaneo anche sulle forme più tipicamente autoritarie e collettiviste, non appena si rilasci la tensione di difesa, l’atmosfera di pericolo e di lotta da cui tali forme sono sorte. Insegni l’Italia dal 1930 al 1935. Penso che sarebbe un effettivo progresso concettuale e storico disabituarsi dal considerare concetti come civiltà personalistica o di massa come categorie, criteri valutativi di un’epoca o di un regime. E’ questa un lezione che ho tratta dal fascismo, il quale, ora che sta per cadere, non deve essere considerato come un semplce tumore, tagliato il quale tutto torni come prima. Oggi il criterio da usarsi è civiltà nazionalistica o civiltà cosmopolitica; ed è chiaro che, benchè entrambe totalitarie, un’Europa hitleriana (con la divisione in caste di Spartani e Iloti da te così efficacemente caratterizzata) sarebbe una civiltà nazionalistica, mentre un’Europa comunista rappresenterebbe una civiltà cosmopolitica. Porre al centro il problema dell’unità europea significa aver capito questo spostamento di termini. Porre al centro il criterio civiltà personalistica o civiltà di massa significa essere rimasti prigionieri della mentalità prefascista, e aver praticamente rinunciato all’unità europea>>.

Se mi è permesso un commento personale alle riflessioni di Eugenio Colorni, il leader politico più vicino a un’idea di civiltà cosmopolitica è stato forse proprio un russo, formatosi nella politica comunista, Michail Sergeevic Gorbaciov.

Eugenio Colorni ad Altiero Spinelli, in La scoperta del possibile. Scritti poltici, a cura di Luca Meldolesi, Rubbetino Editore, 2017.

L’immagine della bandiera dell’Unione Europea è tratta dal sito http://www.felicitapubblica.it

Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana.

Nel recente libro Dove ricomincia la città, in cui racconta esperienze di autorganizzazione nelle città italiane, l’autore Francesco Erbani dichiara di aver voluto esercitare il ruolo di cronista, senza proporre alcuna teoria (https://viaitri.blog/2021/11/22/dove-ricomincia-la-citta/).

Carlo Cellamare, docente di urbanistica nella facoltà di Ingegneria dell’università La Sapienza di Roma, studioso dei i rapporti tra urbanistica e vita quotidiana, ci offre invece sullo stesso tema un libro denso di riflessioni teoriche.

In Città fai-da-te Cellamare descrive e commenta i processi di riappropiazione dei luoghi a Roma, città che «per il suo essere ponte tra una cultura occidentale e una cultura mediterranea, ma anche perchè ha sempre registrato nelle sua storia grandi difficoltà di governo delle sviluppo urbano» offre moltissimi esempi di questi processi «minuti o ampiamente organizzati e strutturati, legali o illegali, totalmente autorganizzati o esito di contrattazione con l’amministrazione pubblica o con altri soggetti».

Il primo capitolo del libro è dedicato all’Autorganizzazione nella città contemporanea.

Cellamare individua tre diverse modalità in cui gli abitanti delle città danno vita a pratiche alternative: pratiche urbane e progettualità latenti, appropriazione della città e produzione di urbanità, protagonismo sociale e autorganizzazione.

Pratiche urbane e progettualità latenti. In questo caso si tratta di una ricerca di autonomia nell’uso quotidiano degli spazi urbani, cercando di superare i condizionamenti definiti da chi pianifica e realizza la città. Qui l’autore richiama l’invenzione del quotidiano di Michel de Certau, evidenziando che:

«Le pratiche disegnano la città, intessono di relazioni (prima di tutto sociali) la fisicità della città, creano valori simbolici, danno senso ai luoghi, costituiscono tattiche di risposta alle dinamiche delle politiche urbane, esprimendo spesso il tentativo di determinare uno scarto rispetto ai comportamenti e agli usi predefiniti»

Appropriazione della città e produzione di urbanità. «Quando le pratiche urbane diventano collettive e organizzate, si traducono in forma strutturate di appropriazione della città.» Si tratta di «pratiche e processi che spesso restituiscono al ciclo di vita della città alcuni scarti urbani, aree ed edifici abbandonati o dismessi»

«L’appropriazione rimanda a una dimensione … di sottrazione dei beni urbani a usi, o anche a proprietà, predefiniti o consolidati, per reimmeterli nelle possibilità di uso diretto, ed eventualmente alternativo o non previsto, degli abitanti; ma soprattutto rimanda a una dimensione immateriale di sottrazione dei beni urbani a logiche di dominio o di utilizzazione economica, o comunque eteordirette, per sostenere una dimensione dei valori d’uso piuttosto che del valore di scambio, reimmetendoli in processi di attribuzione di valori sociali e simbolici condivisi.» … «Lo spazio è veramente il luogo dove si giocano ogni giorno le relazioni di potere, e diventa campo di una quotidiana azione di autonomizzazione».

Protagonismo sociale e autorganizzazione. «I processi di riappropriazione e risignificazione della città possono essere supportati da forme di autorganizzazione, ovvero modalità strutturate e autoprodotte di organizzazione sociale finalizzate più o meno intenzionalmente alla costruzione e alla gestione dello spazio e delle attività che vi si svolgono».

Roma offre monti esempi di queste forme di protagonismo sociale, tanto da poter essere definita «città autoprodotta».

I processi di protagonismo e autorganizzazione, oltre a risolvere problemi concreti, «permettono di attribuire valori e significati sociali, culturali e simbolici più ricchi e complessi» e sollecitano «un ripensamento del senso e del ruolo delle istituzioni».

A volte, al di là delle intenzioni dei loro protagonisti, in un contesto di riduzione della presenza delle politica e delle istituzioni sui territori, le pratiche di autorganizzazione, , «assumono, spesso per necessità, un carattere sostitutivo di una carenza della pubblica amministrazione e diventano una forma surrettizia di fornitura di servizi e quindi di copertura delle falle sempre più ampie che si aprono nel welfare state.»

Le nuove forme di autorganizzazione, afferma Cellamare, rappresentano una risposta alla ristrutturazione del capitalismo, in cui l’ambito dello sfruttamento non è circoscritto al lavoro, ma tutti gli aspetti della vita, della produzione e della riproduzione sociale sono funzionalizzati al mercato (per esempio le proprietà immobiliari sono valorizzate con i processi di gentrificazione, che si fondano sulla socialità e il tempo libero). «Il luogo del confronto e del conflitto diventa quindi l’intera città, la metropoli. Le forme di resistenza si spostano dalla sola dimensione produttiva alla vita quotidiana tutta e alle forme della socialità.»

Roma fa parte di un contesto mediterraneo in cui il «fai-da-te» rappresenta una tradizione molto consolidata. Particolarmente significativo è stato il fenomeno dell’abusivismo edilizio, che ha devastato il territorio ma ha rappresentato un’importante risposta alla questione abitativa. Il caso di Roma quindi permette di «prefigurare quali potrebbero essere gli scenari futuri di un processo globale di trasformazione della società in cui lo Stato arretra e lascia spazio, in questo modo, sia alle forze sociali che, soprattutto, alle forze di mercato; situazione verso le quali si vorrebbe tendere in tanti contesti del Nord globale.»

Tre fattori caratterizzano in particolare il contesto di Roma e ne fanno un punto di osservazione di quello che potrebbe succedere in futuro nelle grandi città occidentali:

  • I soggetti sostitutivi del pubblico che intervengono per fare fronte all’arretramento del welfare state, come le fondazioni bancarie, a Roma sono meno consistenti e capaci rispetto ad altre città, come per esempio Milano.
  • A Roma le istituzioni locali sono più deboli e con una “tendenza collusiva”.
  • Nella città è particolarmente «diffusa e consolidata la presenza di culture e di esperienze sociali alternative» (1)

Cellamare propone qundi di guardare con attenzione le esperienze di autorganizzazione a Roma, come faceva Gramsci con i consigli di fabbrica. Particolarmente interessanti a suo avviso sono le pratiche illegali, perchè «spostano più avanti i confini del possibile, del consentito».

Il capitolo II presenta una rassegna di Esperienze di autorganizzazione nella Città eterna, che parte dagli Spazi verdi autogestiti, prosegue con le Città immaginate (luoghi dove è stato possibile realizzare pezzi della città desiderata), I mondi alternativi del lavoro e dei servizi al territorio, Le occupazioni a scopo abitativo, I quartieri di edilizia residenziale pubblica, La riqualificazione delle periferie attraverso lo sviluppo locale, le Capacità di autogestione dei comitati di quartiere, per finire con L’abusivismo e i fenomeni di autorecupero. Cellamare prende decisamente le distanze dalla deriva legalitaria e securitaria che vorrebbe ricondurre molte pratiche a un mero problema di ordine pubblico, ma non nasconde le criticità delle pratiche di autorganizzazione.

Delle esperienze presentate nel libro, qui ne richiamo solo una, per la sua particolare complessità, Spintime. Si tratta di un edificio distante poche centinaia di metri dalla cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, che ospitava la sede di un ente previdenziale, l’INPDAP. Oggi rappresenta «una città in piccolo».

«Al suo interno, oltre ai tanti appartamenti, ai piani inferiori vi sono grandi spazi, tra cui una taverna e un grandioso auditorium, dove si svolgono molti eventi e attività, aperti ell’esterno o ospitati e organizzati da altri compresi concerti congressi, …, presentazioni di libri, … sala musica ecc. … Moltissime sono le attività a scopo sociale organizzate insieme al territorio, ai comitati di quartiere, alle cooperative sociali, persino dalla vicina parrocchia, in un rapporto molto stretto e collaborativo. Si tratta di servizi che vanno dall’accoglienza ai corsi di lingue per immigrati, ai doposcuola per bambini, alla scuola di danza e musica.

Un fitto scambio e una lunga fase di negoziazione con le amministrazioni comunale e regionale … hanno aperto alla possibilità di trasformare questa occupazione «illegale» in un primo grande laboratorio di riutilizzazione degli edifici dismessi a fini abitativi … L’opposizione del Comune di Roma e la debolezza politica della Regone … hanno fatto fallire tale ipotesi. … questo ha risparmiato gli occupanti di dovere affrontare un delicato percorso di istituzionalizzaione … però, li lascia nel mirino degli sgombri.»

L’esperienza di Spintime ebbe una particolare visibilità quando, nel 2019, in un momento in cui il Ministero dell’interno teneva sotto forte pressione le occupazioni, fu tagliata all’edificio l’energia elettrica e intervenne personalmente per ripristinarla in modo illegale l’elemosiniere del papa, cardinale Konrad Krajewski.

Il capitolo III è dedicato alle Motivazioni.

Cellamare individua tre categorie di motivazioni, dietro le esperienze di autorganizzazione.

In alcuni casi si tratta di risposte a «una necessità pratica, a un bisogno personale e sociale condiviso», che riguarda spesso la casa e il lavoro, ma anche esigenze di servizi, di verde pubblico, di spazi per attività sociali e culturali.

In altre situazione troviamo «una motivazione, molto forte, di carattere più propriamente politico», come quella di contrastare azioni speculative, preservare l’uso pubblico di alcuni beni, «propore modelli di sviluppo alternativi … dando avvio a percorsi di sperimentazione». .. «Si tratta di qualcosa di profondo … della ri-costruzione di unja politica quando questa non c’è più, del recupero di un discorso sui valori al di fuori della logica smplice dell’ideologia».

Il terzo complesso di motivazioni si fonda su «una dimensione personale che non è assolutamente da sottovalutare». In questo caso «la politica viene costruita con la propria vita … i valori in cui si crede diventano concretezza nelle scelte di vita».

Sia nell’agire delle singole persone, sia in quello dei gruppi, emerge «un bisogno di urbanità e di qualità della vita urbana … che si radica nel bisogno di una qualità dell’abitare intesa in termini di possibilità di plasmare e qualificare il luogo in cui si vive, di percepirlo come proprio, di ricostruire un rapporto costruttivo con la città … di dare forma a una progettualità collettiva». Si tratta, penso, di quella cosa che A. Hirshman chiama “felicità pubblica”, un tempo perseguita prevalentemente partecipando alla vita dei partiti politici.

A fronte di queste motivazioni, non risulterebbe soddisfacente una risposta della pubblica amministrazione che si presentasse come

«… una risposta di legalità, di servizio dovuto, in una logica stretta di recupero di spazio da parte del soggetto pubblico, che non raccoglie e non si apre alla ricchezza delle sollecitazioni costruttive e propositive e alla complessità delle esperienze sociali.» perchè «i processi e le pratiche di ri-appropriazione rappresentano un segno della vitalità della città e una risposta all’alienazione che caratterizza non solo il lavoro, ma le stesse forma di urbanità …».

Ma alla base delle esperienze di autorganizzazione c’è anche, secondo Cellamare, la motivazione più profonda di «riconoscersi nel bisogno degli altri, dell’Altro», di rompere lo specchio sociale «che restituisce persone falsamente realizzate unicamente attraverso il puro godimento immediato, soprattutto attraverso il consumo».

In uno spazio urbano generato da processi eterodiretti difficili da ribaltare, le esperienze di autorganizzazione cercano di definire, sui territori, un’organizzazione sociale il più possibile autonoma.

Nel capitolo IV Cellamare discute la possibilità e le implicazioni di Fare città attraverso l’autorganizzazione, considerato che intervengono nelle realizzazione della città diversi soggetti attivi, oltre alle istituzioni e alle forze economiche.

Lo Stato non riesce più a rappresentare adeguatamento l’interesse pubblico, perchè le istituzioni lasciano che l’economico prevalga sul politico. Le pratiche di autorganizzazione rappresentano perciò un «pubblico» autoprodotto. Questo non è però sempre scontato, perchè in alcuni casi, per esempio in alcuni quartieri costruiti illegalmente, l’autorganizzazione assume un carattere proprietario e privatistico, assumendo come obiettivo la tutela del privato a scapito del pubblico.

All’informale nelle città, in ogni caso, non può essere attribuito solo un significato di marginalità o di supplenza alle carenze dello stato e del mercato.

«Per alcuni la città «informale» è la città «in formazione», ovvero una «non-città» o una città del degrado, o una città targata negativamente, incompiuta, mancante.

È piuttosto una città della potenzialità, una città allo stato nascente, e per questo non ancora imbrigliata nelle maglie delle istituzioni o dei modelli sociali ed economici cosolidati e prevalenti»

L’informale può essere «il luogo della sofferenza e della disperazione», come nel caso delle baraccopoli periodicamente rase al suolo dalle ruspe, il luogo dei conflitti o anche il «luogo dell’ordinario, dove si sviluppano le attività e le relazioni della vita quotidiana».

Nell’ambito dell’informale vengono messo in discussione le categorie di «lecito» e «illecito», come quelle di «legale» e «illegale», che non coincidono con formale e informale. Alcuni comportamenti pienamente legali possono essere considerati ingiusti e quindi illeciti a livello sociale, per esempio la privatizzazione degli spazi pubblici. Altre volte comportamenti illegali, come le occupazioni a fine abitativo, sono illegali ma possono dare risposta a esigenze legittime a livello sociale, «ciò porta … a interrogarsi su quali occupazioni possano essere considerate lecite o meno, cioè rispondano a un’esigenza personale e sociale, o se siano invece dettate da interessi privati». L’illegale si presenta quindi come il campo della sperimentazione, dove

«L’autorganizzazione costituisce oggi la ricerca di un’alternativa a un mondo istituzionale, a un patrimonio di idee e modelli che si sono svuotati di senso, che non costituiscono più un valore di riferimento. Per questo fa più paura, e da un altro punto di vista è sentita come una minaccia, tanto da essere contrastata e perseguita, attraverso le vie legali o quelle violente».

L’aspetto più interessante dell’autorganizzazione, secondo Cellamare, è

«un insieme importante di esperienze che costruisce nuove soggettualità politiche e sociali, che lavora sulla costruzione di nuove culture politiche, che usa il conflitto, che sperimenta, che cerca la concretezza, che lavora sul tema delle istituzioni, che interessa reti sociali e territoriali, che ha un’intenzionalità politica, che vuole dare vita a un modello alternativo (con modalità diverse).»

Si tratta di mettere in pratica una «democrazia profonda» come descritta da Appadurai(2) che apre alla consuetudine di «immaginare delle possibilità anzichè a quella di arrendersi alle probabilità di cambiamenti imposti dall’esterno».

Queste esperienze aprono la possibilità di rivitalizzare il politico «da un livello più basale, che affonda le radici nel sociale, nella dinamica delle relazioni tra persone che si instaurano nella convivenza tra diversi».

Un aspetto centrale nelle esperienze di autorganizzazione è «il recupero e riuso delle aree e degli edifici abbandonati» con pratiche che hanno il valore di rispondere a esigenze di rilevanza sociale, insieme a quello di ricostruire legami, anche affettivi, con i luoghi e tra le persone. In queste esperienze inoltre si osserva una forte attenzione alla sostenibilità ambientale, che porta a sperimentare economie alternative.

Nel V e ultimo capitolo, Quale futuro, Cellamare affronta le prospettive dell’autorganizzazione, che consdera <<un fatto strutturale della società contemporanea>>

Le pratiche di autorganizzazione hanno stimolato la nascita di un dibattito nell’ambito della giurisprudenza, per cui l’informalità potrebbe essere generatrice di diritto. Secondo un saggio di Fabio Giglioni citato da Cellamare, dopo l’affermazione degli stati nazionali

«Le città assorbite negli ordinamenti statuali sono state destinate all’esercizio di funzioni marginali e indifferenziate dei compiti pubblici statuali in una condizione di stratta strumentalità. La crescente affermazione delle relazioni informali sta ora rimettendo in discussione questo esito e può far riscoprire l’altra natura delle città, come essere creature delle comunità».

Al governo delle città, scrive a conclusione del libro Cellamare,

«è chiesto di saper sviluppare percorsi costruttivi con le pratiche di autorganizzazione che realizzano un’idea alternativa e innovativa di città, nel riconoscimento che senza di esse non sarebbe possibile risolvere molti problemi sui territori e anzi che i progetti che propongono sono capaci di sviluppare attività produttive, portare servizi sui territori, riqualificare il proprio contesto di vita, seguire criteri ndi sostenibilità e contemporaneamente coinvolgere gli abitanti, creare significati, responsabilizzare, costruire relazioni sui territori. Al governo delle città viene chiesto di condividere il potere per uscire dal vicolo cieco della politica, ridurre la distanza tra le istituzioni e le realtà locali, recuperare visione del futuro e fiducia da parte degli abitanti. ….

…. Nei confronti delle esperienze illegali significa combinare un’azione di valorizzazione e sostegno delle attività con percorsi di emersione, da una parte, e di revisione degli apparati normativi, dall’altra. Bisogna pensare a una pratica capace di dialogare con l’informale. …

… Si tratta quindi di sviluppare «politiche per l’autorganizzazione», ovvero valorizzare le energie e le progettualità latenti»

Chi governa le città, e Roma in particolare, dovrebbe andare oltre gli approcci consolidati della politica verso le esperienze informali, reprimere con la forza o cercare di accettivarsi i protagonisti con pratiche più o meno clientelari. Sarebbe necessario imparare ad ascoltare con la necesaria attenzone, per valorizzare le potenzialità dell’autorganizzazione di fornire risposte a esigenze sociali e di innovazione.

Carlo Cellamare, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana, Donzelli, 2019.

L’immagine in evidenza rappresenta una parte del giardino presso il lago dell’ex Snia, a largo Preneste, un aspetto delle città immaginate.

(1) Un’ampia rassegna è rappresentata nel libro Guida alla Roma ribelle, di R. Mordenti, V. Mordenti, L. Sansonetti, G. Santoro, Voland, 2013.

(2) «La democrazia profonda è una democrazia delle sofferenza e della fiducia; del lavoro e della difesa dello slum (dalla demolizione e dal trasferimento); dei microprestiti e delle restituzioni; e, soprattutto, del quotidiano riconoscimento, in ogni attività organizzata di tali comunità, che le donne costituiscono la sorgente più vitale di continuità, solidarietà, pazienza e saggezza nella lotta per il mantenimento della sicurezza giornaliera, di fronte alle continue emergenze e minacce provenienti da varie parti» (Appadurai, 2014, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, citato da Cellamare.)

La primavera del 1963. Il Circolo universitario.

La scomparsa di Franco Leone mi ha sollecitato a rileggere il libro di Gaetano Carnevale dedicato al Circolo universitario di Fondi, di cui zio Franco fu il primo presidente.

Racconta Gaetano nella Premessa che all’inizio nessuno a Fondi prese sul serio quella «aggregazione di goliardi», perchè nessuno si era preso la briga di leggerne lo statuto «che presentava articoli e commi organici, vitali e lungimiranti». Non fu percepita dalla classe dirigente locale «la comune volontà di uscire fuori dai miasmi di un pantano socio-culturale quale era Fondi negli anni immediati del dopoguerra» che animava quel gruppo di giovani.

Le prime notizie riguardanti le sue attività nelle cronache locali risalgono al 1964, ma il Circolo universitario fu fondato nel 1963.

«A dirigere la complessa macchina organizzativa dell’organismo studentesco fu eletto, quale primo presidente, Franco Leone, affiancato da un comitato direttivo composto da Lello Addessi, Gaetano Carnevale, Velia De Santis, Alfredo Chiusano e Lucio De Santis.

Giovane intelligente, tollerante e imparziale seppe tenere fuori dal Circolo le animosità partitiche e le appartenenze alle varie classi sociali e alle “parrocchie” di diverse nature. Constatò che Fondi, a parte alcuni nomi di spicco, quali Giuseppe De Santis, Libero De Libero e Domenico Purificato, impegnati in altre aree geografiche e intellettuali “non aveva un’opinione pubblica ancorata alla cultura“. Le sporadiche iniziative individuali morivano rapidamente nell’indifferenza generale.

Leone e i suoi collaboratori del comitato direttivo si convinsero dell’utilità del Circolo, che dava la spinta a vedere una qualche luce proprio sull’arte dei suoi celebri compaesani. Tanto che i tre furono immediatamente coinvolti nelle tematiche che proponevano gli universitari per incidere in un tessuto cittadino fatto solo di laboriosità non sorretta del alcuna lungimiranza della politica.

Ma l’intuizione genuinamente democratica di Franco Leone fu l’apertura del Circolo a tutti i giovani di Fondi con o senza titoli scolastici.

Con meraviglia e soddisfazione la sfida fu vinta. Le conferenze, i convegni e i dibattiti su temi di comune interesse si rivelavano sempre più seguiti. “A partecipare erano più numerosi i giovani non studenti – ricorda Leone – che gli universitari o i professionisti della città.” Il coinvolgimento fu tale che “tutti mostravano l’orgoglio di appartenere al Circolo Universitario“.

Alla Premessa che apre il libro segue un capitolo dal titolo Cinquanta anni fa in cui il “Giornalista di parte” (come si definiva Gaetano Carnevale) tratteggia da par suo la società e le principali vicende storiche degli anni ’60 dello scorso secolo a Fondi, per definire il contesto in cui si svolse l’attività del Circolo Universitario. Particolare attenzione la dedica alla questione dell’istruzione.

«Le classi sociali subalterne, dal secondo dopoguerra, escogitarono anche loro la strada per far studiare i propri figli, mandandoli magari in seminari o collegi religiosi con lo scoperto proposito di strappare un titolo d’istruzione necessario a scalare qualche posizione sociale. Spesso almeno un componente delle famiglie numerose veniva obbligato a conseguire un diploma se non una laurea.

Ed è da questo allargamento dell’alfabetizzazione di massa, che esplode quella primavera socio culturale di Fondi agli inizi degli anni ’60.»

L’alfabetizzazione di massa e la crisi dell’agricoltura dovuta all’ampliamento dei mercati furono le premesse del «68 delle campagne» descritto e analizzato da Alfonso Pascale (https://www.alfonsopascale.it/index.php/il-sessantotto-delle-campagne/), che vide a Fondi il 3 febbraio del 1969 una delle sue più importanti manifestazioni.

Il primo fronte aperto dai giovani del Circolo Universitario fu proprio volto a chiedere l’istituzione di una scuola superiore. A Fondi infatti all’epoca erano disponibili, dopo le scuole medie, solo i due anni del Ginnasio. Una delegazione degli studenti di Fondi, formata da Luigi Parisella, Gaetano Carnevale e Sergio Rocchi, presso il Ministero della Pubblica Istruzione nel mese di ottobre del 1964 (era in carica il Governo Moro II, secondo geverno di centro-sinistra) fu ricevuta dai capi segreteria dei sottosegretari Caleffi (PSI) e Macrì (DC). La delegazione venne a sepere che “scuole superiori a Fondi non si istituivano perchè le amministrazioni provinciali e locali non mettevano a disposizione i locali necessari“. In meno di un anno a Fondi fu aperto il primo istituto superiore, l’Istituto Tecnico Industriale.

La terza parte del libro è costituita da una raccolata di articoli pubblicati in gran parte sul Messaggero a firma di Gaetano Carnevale, in cui sono raccontate le iniziative del Circolo universitario dal 1964 al 1970, quando esso va in crisi perchè diventa «una dipendenza di alcune sezioni partitiche della città, se non strumento di lotte interne ai partiti stessi».

Negli articoli troviamo molti nomi di protagonisti della politica a Fondi negli anni ’70 e ’80, come Franco Biasillo (eletto presidente del circolo nel 1969), Antonio Ciccarelli (delegato per la cultura), Luigi Di Biasio (delegato per il Cineclub e la Fisica, si manifesta già intellettuale poliedrico), Enzo Rotunno, Arcangelo Rotunno (delegato per le attività culturali e la biblioteca interna nel 1968 insieme a Gianni Pesiri), Riccardo Antonetti oltre al già menzionato Lucio De Santis. Purtroppo non abbiamo ancora una pubblicazione che racconti le vicende politiche di questi decenni a Fondi, in cui le amministrazioni di sinistra ebbero un ruolo importante nel colmare la grave carenza di infrastrutture che gravava sulla città e che furono caratterizzati da importanti manifestazioni come il Festival del Teatro Italiano, l’Handfest e le Feste dell’Unità.

Gli ultimi due capitoli del libro sono costituiti da una raccolta di Testimonianze e da un Elenco di 252 nomi di associazioni, associazioni e persone che ebbero rapporti con il Circolo universitario ENAL.

L’anno prossimo, in occasione del sessantesimo anniversario delle fondazione del Circolo Universitario, potrebbe essere utile ripubblicare il libro di Gaetano Carnevale, o almeno una parte di esso, per trasmettere il ricordo alle nuove generazioni.

Gaetano Carnevale. La primavera del 1963. Il Circolo universitario. 26 Lettere Edizioni, 2013.

Immagine in evidenza: la palazzina Leone all’angolo tra viale della Libertà e via Itri a Fondi, nel quartiere di Porta Roma, dove abitava da giovane Franco Leone.

Aggiungo due commenti pubblicati su Facebook da Adriana De Santis:

Credo ci sia un errore: nel direttivo c’ero io, non Velia ; e, se ben ricordo dalle accese discussioni, Enzo Bortone.

Ma rileggo: scomparsa di Franco Leone? Non ne sapevo nulla…mi spiace moltissimo. Dolce, pacato, grande armonizzatore di posizioni diverse, riservato, profondo nei rapporti. Nostro testimone di nozze. Ricordo che, nel ” tradizionale” corteo di nozze che da S. Maria concludemmo a v.le della Liberta’ , la nostra forte amicizia personale affianco’ me – sposa- e lui, testimone, liberamente, come in una passeggiata informale…. caro Franco!!!

Aggiungo un commento che mi ha inviato via WhattsApp Lucio De Santis:

Ti sei dimenticato un piccolo particolare.
Con fratello Franco, ci siamo cresciuti, nella parrocchia di santa Maria, con la guida del grandissimo uomo di cultura di don Gennaro Iovine e don Tullio.
Bravo, che lo hai ricordato ed a voi giovani, uno sprono a continuate le nostre battaglie.

Il casale della Cervelletta (Tiburtina. Itinerari Storie e Curiosità)

«Al visitatore si presenta come l’armonico insieme di una torre e di una ampia casa di campagna. La torre medievale, a pianta rettangolare, è alta trenta metri con una merlatura guelfa ancora ben conservata. Aveva una funzione di controllo assieme alla Tor Cervara sulla valle dell’Aniene, sulla via Collatina e sulla via Prenestina. … Il Casale fu costruito nei secoli XIII-XVI intorno alla torre, dove forse si ergeva un castello, costruito a sua volta su una villa romana, a cui progressivamente si aggiunsero vari tipi di edifici residenziali agricoli.»

Nell’ultimo decennio del XIX secolo Angelo Celli fondò nella Campagna Romana le stazioni sperimentali antimalariche. Ci racconta Giovanna Alatri che «La prima, allestita presso la tenuta della Cervelletta, sulla via Collatina, diretta dallo stesso Celli, divenne il principale centro di studi epidemiologici e profilattici, ed anche la prima località dove, ad opera della moglie Anna (Fraentzel ndr), si tentò di avviare dei corsi di alfabetizzazione per contribuire alla riuscita dell’azione igienico sanitaria.» (https://romatrepress.uniroma3.it/wp-content/uploads/2019/12/Istruzione-e-igiene.pdf).

Nonostante il casale della Cervelletta si sia classificato al primo posto nel Lazio e all’undicesimo in Italia nell’edizione 2020 del concorso “I luoghi del cuore” indettto dal FAI (https://fondoambiente.it/luoghi/parco-e-casale-della-cervelletta?ldc), oggi si trova in codizioni di profondo degrado. Il coordinamento di associazioni “Uniti per la Cervelletta” (https://www.cervelletta.it/) è impegnato da molto tempo nel promuovere la tutela e la fruizione del casale e del parco circostante.

I primi mesi dell’anno sono un periodo particolarmente indicato per percorrere il sentiero natura Cervelletta (https://romanatura.roma.it/sentiero_cervelletta#gsc.tab=0), se si vogliono osservare gli uccelli acquatici che svernano nella Riserva Naturale della Valle dell’Aniene.

P. Paglia, F. Palmara, G. Failla, Tiburtina. Itinerari Storie e Curiosità, Provincia di Roma, senza data.

Lo Stabilimento Ittiogenico (Tiburtina. Itinerari Storie e Curiosità)

<<Sul piazzale della Stazione Tiburtina vi è un edificio molto caratteristico, nascosto dall’attuale stazione dei pullman: lo stabilimento ittiogenico. Insediato in un piccolo gioiello di archeologia industriale, il palazzetto è un antico saponificio. Il centro è nato nel 1895 per i problemi legati alla pesca delle acque interne, alla salvaguardia degli ambienti naturali di acqua dolce e alla cura e sviluppo dell’acquacultura. La vicinanza alla stazione ha consentito la spedizione di pesci e uova di pesce nelle diverse località. All’esterno ancora oggi vi è un grazioso giardino con vasche in cui nuotano gli storioni, fintanto che qualcuno nottetempo non decide di pescarli.

Al suo nascere il centro ittiogenico si trovava in aperta campagna, mentre ora è sommerso dalle costruzioni, rendendo Roma l’unica città che dispone di un allevamento di trote in una zona centrale; particolarità che andrebbe, a nostro avviso, tutelata e valorizzata>>.

Così scrivevano qualche anno fa Patrizia Paglia, Fiorella Palmara e Giuseppe Failla. Oggi l’edificio e il giardino sono in completo abbandono (http://retect.altervista.org/la-rete-denuncia/lo-stabilimento-ittiogenico). L’edifico e l’area circostante, secondo le più recenti notizie che ho raccolto, sono stati venduti dalla Regione Lazio a una società della Cassa Depositi e Prestiti, la quale forse aspetta il crollo per avviare un’adeguata valorizzazione.

L’ex Stabilimento Ittiogenico, considerate sua la posizione e la sua storia, potrebbe essere destinato a centro di interpretazione del Parco Lineare Roma Est (https://www.romatoday.it/attualita/progetto-parco-lineare-roma-est.html), mettendo il giardino a dispozione degli abitanti di un’area densamente abitata e povera di verde. Le vasche, con un po’ di manutenzione, potrebbero contribure alla rete europea delle piccole zone umide (https://www.europeanponds.org/).

P. Paglia, F. Palmara, G. Failla, Tiburtina. Itinerari Storie e Curiosità, Provincia di Roma, senza data.

per altre informazioni sullo Stabilimento Ittiogenico http://www.associazioneres.org/wp/wp-content/uploads/2015/05/Breve-sintesi-dellIttiogenico-2014-SP.pdf

Dove ricomincia la città

Dopo il libro dedicato prevalentemente alla aree rurali italiane (https://viaitri.blog/2020/11/13/litalia-che-non-ci-sta-viaggio-in-un-paese-diverso/) del 2019, Francesco Erbani ha pubblicato quest’anno una raccolta di reportage dedicati alle periferie delle città.

<<Sono andato a Scampia e a Tor Bella Monaca>> scrive Erbani <<non per cercare spacciatori o bande che bruciano campi rom, ma con l’intenzione di toccare con mano quel che da tempo arriva sotto forma di brusìo e che spesso resta tale, cioè storie diverse, di persone, di gruppi, di associazioni che non soccombono di fronte alle disuguaglianze che crescono, all’istruzione negata, all’emarginazione di chi viene da fuori.>>

L’autore vuole conservare il ruolo del cronista, lasciando ad altri il compito di elaborare teorie, ma non può fare a meno di esporre una lettura politica:

«Lette queste esperenze in chiave strettamente politica, si riesce a vedere in esse l’embrione di uno schieramento sociale e culturale che può dare linfa a un nuovo fronte progressista e di sinistra, se non addirttura a una rifondazione di parti consistenti della sinistra, ancora affetta da miopia o da calcoli di corto profilo nell’osservare questi luoghi e in generale incapace di riconoscere a quali strati della società dare ascolto e rappresentanza una volta che si sono ridotti o cambiati i tradizionali ceti di riferimento».

Erbani avverte però che la retorica con cui si descrivono le periferie urbane unicamente come luogo della rabbia e dell’insicurezza non deve essere sostituita da una retorica opposta, sottovalutando le sofferenze reali. Il crescente divario tra le condizioni di vita che si riscontrano cambiando quartiere all’interno di una città generano una sofferenza che

«può essere alleviata solo adottando politiche pubbliche, locali e nazionali, che investano la città, la quale nel suo insieme contiene tante più periferie di quante non si sia disposti a riconoscere, e che siano ispirate, queste politiche, all’idea di abbattere le disuguaglianze non solo di reddito.».

«… il Covid-19 ha fatto riflettere sul’uso degli spazi liberi, pubblici o privati che siano, dei vuoti che si spalancano in un quartiere quando un’azienda dismette le produzioni o quando un palazzo viene abbandonato da chi lo abitava o ci lavorava … Sono i luoghi in cui si manifesta con più evidenza il disagio di un quartiere … ma contemporaneamente quelli nei quali sono contenute in potenza le occasioni di cui le periferie hanno bisogno. Da quei luoghi, da chi quegli spazi già li rende utili .. giungono molte sollecitazioni ad amministratori politici e non meritano di restare inascoltate».

Il viaggio di Francesco Erbani parte dalle <<periferie d’autore>> di Roma, Laurentino 38, Tor Bella Monaca e Corviale, prosegue verso sud per raggiungere il quartiere di San Berillio a Catania (che non è periferia in senso topografico perchè si trova nel centro storico di Catania), volge poi a nord per raggiungere aree di declino industriale, Marghera a Venezia e Barriera di Milano a Torino, infine torna a sud, nella sua Napoli, dove nel quartiere di Scampia incontra padre Fabrizio Valletti (https://viaitri.blog/2021/09/19/un-gesuita-a-scampia-come-puo-rinascere-una-periferia-degradata/).

Il primo capitolo del libro, Appunti per iniziare a leggere, offre riflessioni molto interessanti sulla città di Roma, con le sue diverse periferie. Provo a presentarne un riassunto.

Usciti dal centro storico si incontrano quartieri un tempo periferici, la periferia storica, come Tuscolano, Prenestino, viale Marconi, Pietralata. Questi quartieri

«Hanno una personalità codificata in termini urbanistici, ma anche politici e sociali, conservano una certa densità abitativa, dunque uno spirito comunitario ancora palpabile e non hanno smesso del tutto di votare a sinistra. … molti di coloro che lì abitano non pensano di risiedere né in una periferia storica né in una periferia tout court». … «…. al loro interno hanno sviluppato piccoli centri, hanno avviato attività che attraggono persone da altri quartieri, persino da quel centro storico, e quindi dal centro storico o da altre zone residenziali dipendono sempre meno.»

Si trova poi una periferia particolare, quella abusiva, dove abitavano, secondo il censimento del 2001, circa 950.000 cittadini romani:

«Da un lato la costruzione abusiva continua a essere il prodotto del disagio di chi non riesce né ad affittare nè tantomeno a comprare appartamenti nei quartieri di nuova edificazione. E tante immagini restituiscono il capofamiglia approdato alla Capitale da un borgo abruzzese o da un latifondo pugliese che tira su la casa per se e per i figli mattone su mattone. Dall’altro intorno all’abusivismo si fonda un’industria illegale, che comincia con l’acquisto delle aree, prosegue con la loro divisione in lotti, e quindi con la costruzione di un edificio di più piani. Con il passare degli anni questo secondo aspetto prende il sopravvento …. così sorgono in zone paesaggisticamente di pregio interi comprensori abusivi composti da palazzine a schiera e da ville con giardino e piscina».

«Secondo Carlo Cellamare, un urbanista che insegna all’università La Sapienza, oltre un terzo di quel che è costruito a Roma è di origine abusiva. …. E’ periferia allo stato puro, ne riassume alcuni tratti somatici: più che essere caratterizzati dal mantenere una notevole distanza dal centro, questi insediamenti non dispongono di tanti elementi essenziali perchè possano dirsi parti di un organismo urbano. …. E’ dunque periferia per eccellenza la Roma abusiva, inchiodata a una imperitura condizone di marginalità, se non di estraneità non solo fisica, che riabilita il proprio senso di esclusione in un geloso e orgoglioso sottrarsi alle regole.»

Un’altra componente dalla perferia è rappresentata dai quartieri di edilizia residenziale pubblica:

«Oggi a Roma i quartieri di edilizia residennziale pubblica si estendono su 3.500 ettari. Poco più di un quarto della superficie occupata dalla costruzioni abusive. Gli alloggi sono circa 80.000 e sono abitati orientativamente da 180.000 romani.» mentre secondo l’urbanista Giancarlo Storto «sono circa 57.000 le famiglie in sofferenza e 13.000 quelle in graduatoria e in attesa di ottenere una casa popolare».

«… l’uniformità dei toni usati per descrivere questi quartieri, sempre destinati alle pagine di cronaca nera … lascia inesplorato o appena vagamente percepito il dettaglio de tanti fattori di sofferenza, il tono e il livello delle disuguaglianze il cui accertamento puntuale sarebbe invece il primo passo per provare a farvi argine. Tra questi basti citarne due … Il primo riguarda l’accesso all’istruzione: nei quartieri di edilizia pubblica romana i laureati sono poco più del 4% rispetto al 20 dell’intera popolazione cittadina, già di per se assai bassa, i diplomati il 22,5 contro il 36, mentre quelli che non vanno oltre la licenza elementare sono il 25 a fronte del 14. Il secondo si riferisce alla disoccupazione, il cui tasso raggiunge il 19% pari ad doppio della media romana, il 9,5»

Quella che è cresciuta di più in temp recenti, soprattutto prima della crisi esplosa nel 2008, è l’altra periferia:

«… compessi di edilizia privata, comprensori di ville, grumi di villette. Quest’ultima è una Roma dispersa, sbriciolata, solitaria e individualista, cui manca la densità necessaria per poetersi dire città e si ripopola di sera, al ritorno dal lavoro, e di mattina è svuotata.»

Nella città di Roma insistono «… una periferia diseredata, che soffre acuto disagio sociale, e una periferia dei ricchi, che la distanza se la sono cercata e la contivano con ostinazione» …

«In mezzo ai due estremi sociali c’è una periferia del ceto medio, borghese e piccolo borghese, composta di famiglie di una sola persona o di una giovane coppia. Sono arrivate qui spinte dai prezzi più accessibili, dalla facilità con cui un tempo si otenevano i mutui, attratte dagli allettanti depliant, dalle parole suadenti degli agenti immobiliari, abbagliati dalle dotazioni condominiali, dagli slogan sulla sostenibilità, sul verde e sulla natura.»

Un aspetto che accomuna molte parti delle diverse periferie è quello demografico, qui abita la Roma più giovane.

«… la percentuale di ragazzi fra 0 e 14 anni cresce a ridosso e soprattutto oltre il Grande Raccordo Anulare. Su 155 zone urbanistiche in cui è diviso il territorio della Capitale, 48 hanno una quota di 0-14 enni superiore al 15%. Ebbene quasi tutte queste 48 zone urbanistiche sono fuori dal Gra. Basta un giro rapido all’estremo est di Roma per trovare a Sant’Alessandro un 23,5% di 0-14 enni, a Barcaccia un 22, ad Acqua Vergine un 19,2, a San Vittorino un 19.

Ma negli ultimi decenni si è soprattutto sovraccaricato il territorio che fa da corona alla città consolidata di insediamenti soltanto residenziali, senza le adeguate infrastrutture, senza il supporto necessario a far crescere nel migliore dei modi quei bambini.»

A cavallo del 2000 sono state inserite nel piano regolatore di Roma le centralità, in aree lontane dal centro si sarebbero dovuti trasferire funzioni pregiate per decongestionare le aree centrali e qualificare quelle periferiche. «Nella pratica l’operazione si è risolta raggrupando edifici per abitazione intorno a un centro commerciale» … «I servizi non sono mai arrivati, pochi gli uffici, scarsi i mezzi pubblici» … «A Bufalotta, dove il 17% della popolazione ha fra 0 e 14 anni, non c’è una scuola. Nelle vicinanze di Ponte di Nona ci sono un istituto comprensivo … e un istituto tecnico».

Nei primi anni Duemila, infine, si sono sviluppate le ultime iniziative di edilizia pubblica, quella agevolata, cioè realizzata da privat in regime di convenzione con la pubblica amministrazione.

Spesso «… le imprese costruvano subito le cas» ma «non riuscivano a completare le opere d urbanizzazione primaria o neanche le avviavano.» … «Non parliamo delle opere di urbanizzazione secondaria, come scuole e mercati rionali. Una situazione disperante: da Castelverde a Monte Stallonara e poi Torresina, Pian Saccoccia, Tor Cervara, Colle Fiorito, Ponte Galeria, Osteria del Curato

Il racconto delle periferie di Roma, Catania, Venezia, Torino e Napoli che ci offre Francesco Erbani al termine del suo viaggio è sicuramente utile a contrastare, come vuole l’autore «Le immagini stereotipate» che «non consentono di toccare con mano le disuguaglianza montanti, sviano lo sguardo dai drammi che affliggono tante parti delle cità e da chi si batte per fronteggiarli».

Francesco Erbani, Dove ricomincia la città. L’Italia delle periferie. Reportage dai luoghi dove si costruisce un paese diverso. Manni Editori, 2021

La foto è stata scattata a Tore Angela, sullo sfondo si vedono le torri di Tor Bella Monaca (Roma).

I treni dell’accoglienza. Infanzia, povertà e solidarietà nell’Italia del dopoguerra 1955-1958.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, sostiene Bruno Maida, l’Europa affronta probabilmente “l’emergenza più grave della sua storia” per la disponibilità di alimenti. Nel periodo 1945-46, rispetto a quello 1934-38, la produzione di cereali è diminuita del 50%, quella di carne del 36%, quella di uova del 37%. Secondo un rapporto elaborato nel 1946 dall’Alto Commissario per l’Alimentazione, con 970 calorie pro capite giornaliere, che arrivano a 1650 con i prodotti acquistati al mercato nero, l’alimentazione in Italia rappresenta il livello più basso in Europa.

I bambini sono colpiti con particolare gravità dalla penuria di alimenti e di altri beni di prima necessità. Secondo un rapporto dell’UNESCO, nel 1948 i bambini che hanno bisogno di assistenza in Europa sono 60 milioni, ma le risorse a disposizione delle organizzazioni internazionali bastano a soccorrerne solo quattro milioni, per sei mesi.

“Tra il 1945 e il 1948” scrive Maida nell’introduzione al libro “l’Unione Donne Italiane e il Partito comunista organizzano un trasferimento in massa di decine di migliaia di bambini provenienti da famiglie povere di diverse parti d’Italia, prima da Milano e Torino, poi in gran parte dal Mezzogiorno, portandoli in zone dove le condizioni di vita sono relativamente migliori. L’Emilia-Romagna è l’area che ne accoglie il maggior numero, ma è una geografia nazionale che coinvolge buona parte delle regioni italiane” …. “I Treni della felicità, – espressione coniata dal sindaco di Modena, Alfeo Corassori, quando in città arrivano i primi treni da Roma – sono al contempo una parte e il simbolo di una grande e complessa operazione di assistenza all’infanzia, in cui, nei primi anni del dopoguerra, è impegnato un enorme numero di organizzazioni nazionali e internazionali, partiti, sindacati, enti pubblici e privati, laici e confessionali.”

Nella vicenda dei Treni della felicità si intrecciano, evidenza Maida, almeno quattro temi importanti per l’Italia del dopoguerra. La prima è la povertà in ampie zone del paese, che sarà un nodo decisivo della questione meridionale. La seconda riguarda le politiche per l’assistenza all’infanzia, problema che possiamo ritenere ancora non affrontato adeguatamente, considerato che la mancanza di servizi per l’infanzia concorre a causare la scarsissima natalità che si osserva oggi in Italia. La terza è il protagonismo femminile, tra la collocazione in ruoli tradizionalmente legati alla famiglia e all’infanzia e la capacità di esercitare un importante ruolo politico e sociale. La quarta concerne il modo in cui il Pci costruisce il partito nuovo e persegue un radicamento territoriale, in particolare nel Mezzogiorno.

Il terzo capitolo del libro si intitola Salviamo i bambini di Cassino e racconta l’intervento dei Treni della felicità per i bambini del Lazio, provenienti soprattutto dalle periferie di Roma e dai dintorni di Cassino. A Cassino e nei comuni circonstanti, collocati per molti mesi sul fronte della Linea Gustav, è particolarmente difficile superare le devastazioni causate dalla guerra. Una grandissima parte delle abitazioni sono andate distrutte, ogni palmo di terreno rappresenta un pericolo mortale perché può nascondere mine, le buche create dalle bombe sono diventati stagni dove crescono le zanzare che diffondono la malaria, mancano le medicine, i luoghi di cura e i mezzi di trasporto per trasferire i malati, come pure l’energia elettrica e l’acqua potabile. Un pericolo particolare per i bambini è rappresentato dai residuati bellici.

Questa situazione viene rappresentata dai delegati della provincia di Frosinone al V congresso del Pci, che si apre a Roma negli ultimi giorni del dicembre 1945. Una delegazione del congresso visita la provincia di Frosinone, guidata da Teresa Noce che ne riferisce il 6 gennaio. Il partito decide di intervenire, prende avvio quindi un complesso lavoro che coinvolge, oltre al Pci e all’UDI, l’ONMI, l’Opera Nazionale Combattenti, la Confindustria, la CGIL, la Croce Rossa Italiana e altre organizzazioni.

Tra gli ostacoli da superare, per far partire i bambini, c’è la diffidenza delle famiglie, fomentata in alcuni casi dai parroci. Racconta A. Panicucci in un articolo sull’Avanti! che a Sant’Andrea sul Garigliano molte famiglie avevano aderito alla proposta di inviare i bambini al Nord, ma il parroco aveva in seguito suscitato il timore che i loro figli sarebbero stati inviati in Russia e istigati a odiare i genitori. Quando il gruppo guidato dalla pediatra Savalli andò a prendere i bambini trovò che «La popolazione si era ritirata sui monti e aveva piazzato le mitragliatrici».

Nonostante le innumerevoli difficoltà, tra febbraio e maggio del 1945 partirono dalla provincia di Frosinone circa 3500 bambini, accolti da famiglie residenti in 51 comuni italiani.

I treni dell’accoglienza è un libro importante per conoscere la vita politica e sociale del secondo dopoguerra in Italia, trattando in modo vivace e profondo temi importanti come i problemi della povertà e dell’infanzia, il radicamento del Partito comunista, il ruolo delle donne nel partito e nella società, la solidarietà e il confronto tra le culture del Nord e del Mezzogiorno. Leggere le descrizioni delle condizioni di vita a Cassino, a Roma o a Napoli alla fine della guerra aiuta anche a comprendere quelle dei popoli coinvolti oggi nei conflitti.

La storia dei Treni della felicità è raccontata anche nel bellissimo albo illustrato tre in tutto, con testi di Davide Calì e illustrazioni di Isabella Labate, pubblicato nel 2019 da Orecchio Acerbo.

di Massimo Leone

I treni dell’accoglienza. Infanzia, povertà e solidarietà nell’Italia del dopoguerra 1955-1958, Bruno Maida, Einaudi, Torino, 2020.

Recensione pubblicata su: Annali del Lazio Meridionale, Anno XXI, n. 41, giugno 2021.

Il disegno di Isabella Labate è tratto dal libro tre in tutto, testi di Davide Calì, illustrazioni di Isabella Labate, orecchio acerbo, 2018.

Giulia Forte, animatrice dell’Archivio Storico della Memoria del ‘900 della Città di Fondi, ci ricorda che il 25 gennaio 1946 fu affisso un manifesto del comune di Fondi, firmato dal pro Sindaco Fernando Di Biasio, per comunicare che:

«i bambini che hanno fatto domanda di trascorrere i mesi invernali ospiti dei lavoratori di Modena e provincia, partiranno per Latina, domenica 27 p.v. alle ore 7.30.

Pertanto i 70 bambini scelti dalla Commissione e sottoposti a visita medica sono invitati a presentarsi (possibilmente accompagnati dai genitori) prima di quell’ora alla locale Sezione Comunista, dove avverrà una prima assegnazione di indumenti.»

Giulia Rita Eugenia Forte, “Parlo con te” Fernando Mariano Di Biasio Primo sindaco di Fondi nel 1946, Ali&no Editrice, Perugia, 2023.

Terre di scambio. Vite translocali tra il Delta del Nilo e Roma.

Francesca Giangrande ha conseguito nel 2018 il Premio Ugo Baldini per tesi di dottorato, che dà ai vincitori la possibilità di pubblicare i risultati del proprio lavoro presso la prestigiosa società editrice il Mulino. Il premio è stato istituito dall’Archivio Osvaldo Piacentini, per “offrire un contributo di riflessione e proposta su questioni cruciali attinenti alle politiche del territorio, considerato nelle sue diverse dimensioni (fisica, istituzionale, sociale, ambientale, economica, culturale e altre ancora)”.

Nella prefazione Giuseppe Dematteis afferma che la ricerca di Francesca Giangrande “ha un forte carattere innovativo e persino rivoluzionario, sia nel senso delle <<rivoluzioni scientifiche>> di T.S. Kunh, sia per il rovesciamento della prospettiva con cui vengono normalmente considerate le problematiche dei migranti da parte degli operatori pubblici.”

Il carattere innovativo della ricerca di Francesca Giangrande deriva dalla necessità, da lei avvertita, di superare le difficoltà che incontrano la pianificazione territoriale e le politiche pubbliche nell’affrontare la non-stanzialità. “L’esigenza di analizzare a fondo i problemi ha reso dunque necessario prescindere dai singoli statuti disciplinari, passando da una disciplina all’altra e ricercando scambi fertili anche con altri saperi, secondo la pratica non banale della trasgressione disciplinare, intesa come the propensity to trepass [Hirshman, 1981] dal dominio delle scienza sociali a un altro”. Per affrontare il tema della non stanzialità l’autrice ha quindi trovato utile il confronto con Albert Hirschman, che nella sua lunga e operosa vita ha attraversato molti confini, sia quelli tra le discipline, sia quelli tra gli stati, prima come profugo poi come ricercatore ed economista dello sviluppo (sua sorella Ursula intitolò Noi senzapatria l’autobiografia).

Il libro ci parla di una comunità che vive tra Roma, dove abita prevalentemente a Ostia, e il Delta del Nilo, in particolare nel villaggio di Kafr Kela al Bab. Il primo capitolo, molto denso, affronta l’evoluzione delle categorie di mobilità e stanzialità, introduce in concetto di translocalità e riconosce il ruolo delle pratiche di costruzione dello spazio nella creazione dei luoghi. Il secondo capitolo illustra il metodo e l’oggetto della ricerca, lo “studio translocale del fenomeno migratorio tra Kafr Kela al-Bab e Lido di Ostia e degli effetti che esso ha prodotto in passato e produce tuttora sui loro territori”. Il terzo capitolo è dedicato alle storie di vita dei migranti, presentate con interviste e osservazioni dirette sia a Roma che sul Delta del Nilo. Il quarto capitolo descrive gli effetti della translocalità, sia sullo spazio fisico sia sullo sviluppo delle reti sociali.

Nelle conclusioni Francesca Giangrande ci richiama alla “imprescindibilità di considerare il migrante come essere umano, nella sua totalità, complessità e corporeità” e alla “necessità di liberarsi da ogni etnocentrismo e pensée d’État, non considerando i migranti come originari di, ma appunto esseri umani che, oggi più che mai, spesso inconsapevolmente, aspirano a un’emancipazione politica che forse può trovare spazio solo in una visione del mondo libera dalle costrizioni a subordinarsi ad appartenenze specifiche. Ciò significa … anche svolgere una critica radicale di tutti quei termini di derivazione coloniale quali integrazione, adattamento, assimilazione, minoranza, inserimento, che spesso caratterizzano il linguaggio delle politiche pubbliche che si fondano su un’immagine precostituita della differenza …”.

I risultati della ricerca possono rappresentare secondo l’autrice riferimenti utili per progetti di riterritorializzazione e sviluppo locale sostenibile: “Terre di scambio può essere un progetto, sia a Ostia dove, a una situazione complessa, caratterizzata dalla coesistenza di migranti con progetti migratori differenti, fa riscontro una scarsa agency dei migranti, con relazioni con gli abitanti autoctoni che sono talvolta conflittuali talvolta collaborative; sia a Kafr, dove la popolazione locale convive con i transmigranti che hanno un potenziale know-how e un campo di risorse per ri-territorializzare i luoghi, ma vi è anche il rischio di un aumento delle disuguaglianze socio-spaziali.”

Terre di scambio. Vite translocali tra il Delta del Nilo e Roma, Francesca Giangrande, il Mulino, Bologna, 2019.

Recensione pubblicata su: Annali del Lazio Meridionale, Anno XXI, n. 41, giugno 2021.

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