Il futuro elettrico. Sfide tecnologiche, costi e speranza della transizione energetica.

Il futuro elettrico è il secondo volume pubblicato dalle Edizioni Dedalo nella collana SottoInchiesta, diretta da Riccardo Iacona, che ha lo scopo di “raccontare l’attualità, la scienza e la nostra società attraverso indagini giornalistiche di approfondimento”. Nella stessa collana è stato pubblicato il libro di Alessandro Macina Il polmone blu (https://viaitri.blog/2023/07/22/il-polmone-blu-salvare-gli-oceani-per-combattere-il-riscaldamento-globale/). Brecciaroli e Laganà sono entrambi inviati della trasmissione televisiva Presa diretta.

Il futuro elettrico descrive, con dati e interviste a protagonisti impegnati sul campo, i diversi aspetti della transizione energetica, come gli investimenti necessari, i problemi ambientali e politici dell’approvvigionamento di materie prime, le prospettive dell’innovazione tecnologica, il fine vita dei prodotti. Il libro raccoglie anche testimonianze di ricercatori, imprenditori e manager impegnati in Italia nella transizione energetica.

Erik Tazzari nel 2006 ha fondato a Imola la Tazzari EV, che produce citycar elettriche realizzate in gran parte all’interno dell’azienda, dalla progettazione alla fusione dei telai in alluminio, passando per il software delle batterie al litio. Sempre nella motor valley emiliana, a Modena, l’Energica Motor Company, diretta da Giampiero Testoni, costruisce moto elettriche ultrasportive. A partire da celle di provenienza asiatica, Energica progetta e realizza in proprio anche le batterie. Preoccupato per la filiera estrattiva, Testoni spera nella collaborazione con i grandi produttori del settore automotive, per poter chiedere ai produttori di celle garanzie in merito alla provenienza dei materiali.

In Campania, a Teverola, la FAAM guidata dal Cavaliere del Lavoro Federico Vitali ha realizzato il primo stabilimento in Europa meridionale che produce celle per batterie al litio, per ora con un progetto pilota. La FAAM da tempo utilizza la miscela litio-ferro-fosfato, evitando di usare cobalto, prodotto in gran parte nella Repubblica Democratica del Congo con un duro sfruttamento della manodopera. Il processo produttivo utilizza acqua invece di solventi chimici, riducendo molto gli impatti ambientali.

Nel campo del recupero di materie prime critiche, la Divisione Ricerche e Sviluppo deI Cobat, diretta da Luigi De Rocchi, ha messo a punto un processo che consente di recuperare il 95% del litio contenuto nelle batterie, con la collaborazione dell’Istituto di Chimica dei Composti Organo-Metallici del CNR di Firenze.

Il libro di Brecciaroli e Laganà è ricco di informazioni anche sulle politiche dell’Unione Europea e di iniziative nazionali in Spagna, Italia, Paesi Bassi e Germania per ridurre la dipendenza per l’approvvigionamento di materie prime, sviluppare le tecnologie necessarie alla transizione, sperimentare soluzioni innovative per la gestione sostenibile dell’energia. In questo ambito mi sembra particolarmente interessante l’esempio di come ad Amsterdam la Johan Cruijff ArenA è stata trasformata per contribuire con la produzione e l’accumulo dell’energia elettrica a rendere la città più sostenibile. Non credo si trovi qualcosa di analogo nel progetto del nuovo stadio della Roma a Pietralata.

Nell’ultimo capitolo, Le prossime sfide, alcune pagine sono dedicate alla questione dell’impatto della transizione energetica sull’occupazione. Come abbiamo visto, ci sono imprese che in Italia vogliono cavalcare la transizione energetica, invece di farsi travolgere. Leonardo Ugo Artico, capo del Dipartimento sviluppo industriale di Motus-E, associazione che raggruppa esponenti del mondo industriale e accademico interessati alla mobilità elettrica, ci avverte che:

«Affinché l’Italia abbia un ruolo attivo in questo futuro elettrico, ci deve essere un approccio scientifico e molto serio alle politiche industriali, basato sulla consapevolezza di chi sono i soggetti che stanno pensando al mondo elettrico e di quali competenze hanno bisogno. L’alternativa è rimanere davvero indietro e tra vent’anni il gap non potrà più essere colmato.»

Di Massimo Leone

Marcello Brecciaroli, Giuseppe Laganà, Il futuro elettrico. Sfide tecnologiche, costi e speranza della transizione energetica. Edizioni Dedalo, Bari. 2022.

Nella fotografia, Riccardo Iacona presenta Il futuro elettrico e Il polmone blu a Pescasseroli. Con lui sono il direttore dell’Area marina protetta Regno di Nettuno, Antonio Miccio, e il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Luciano Sammarone. Legge alcuni brani, Alice De Matteis.

Il polmone blu. Salvare gli oceani per combattere il riscaldamento globale.

Alessandro Macina, inviato di Presa Diretta fin dal 2009, viaggia da molto tempo in tutto il mondo per realizzare reportage sulla crisi climatica e ambientale. Nel 2013 ha ottenuto il XIX premio Ilaria Alpi e nel 2019 il Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica Giancarlo Dosi per il suo reportage sui cambiamenti climatici.

Nel libro Il polmone blu, pubblicato all’interno della collana SottoInchiesta diretta da Riccardo Iacona, Macina ha condensato i risultati di 5 anni di trasferte su tutti i mari del pianeta, dedicati a raccogliere evidenze e ad ascoltare esperti, sui cambiamenti climatici e su come questi alterano gli ecosistemi marini.

Il titolo del libro ci ricorda che si forma nel mare la metà dell’ossigeno disponibile per la nostra respirazione. Il fitoplancton, formato dalle numerosissime piccole alghe che flottano nel mare, oltre a essere alla base delle reti alimentari degli ecosistemi acquatici, produce un’enorme quantità di ossigeno. Ma non bisogna trascurare nemmeno il contributo delle praterie sottomarine. Un prateria di Posidonia oceanica è in grado di assorbire il doppio dell’anidride carbonica, rispetto a una foresta che abbia la stessa superficie. Se venisse meno la capacità della vita negli oceani di fissare l’anidride carbonica e liberare ossigeno, la crisi climatica sarebbe molto più grave e repentina.

Una prateria di posidonia ben conservata, che diventa più fitta di anno in anno, si trova tra le isole di Ventotene e Santo Stefano. L’istituzione di un’area protetta marina, ponendo limitazioni alla pesca e all’ancoraggio delle barche, permette di prosperare a questo prezioso habitat, che ospita fino a 350 specie di pesci e di invertebrati in un ettaro. Lo stesso non si può dire purtroppo sullo stato di salute della prateria di posidonia adagiata sui fondali tra Sperlonga e Terracina, assolutamente priva di tutela nonostante rappresenti una Zona Speciale di Conservazione istituita dall’Unione Europea secondo la Direttiva Habitat.

Dopo il primo capitolo dedicato al Mediterraneo, il secondo e il terzo raccontano dei quello che succede negli Stati Uniti, dove in Louisiana come in Florida sono i più poveri a essere colpiti per primi dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, con le loro case che diventano inagibili a causa degli uragani e dell’innalzamento del livello del mare.

Se ci chiediamo come mai tanti arrivano in Italia dal Bangladesh, troviamo qualche spiegazione nel capitolo quattro. Scrive Macina che in questo paese abitato da 160 milioni di persone:

«L’intrusione di acqua salata sta lasciando milioni di persone delle zone costiere con poco o niente da bere e da mangiare. Si è calcolato che l’erosione delle coste e delle sponde del fiume stia sfollando fino a 400 000 persone ogni anno, senza contare quelli costretti a fuggire ogni volta che un nuovo ciclone colpisce la costa. … Per ora è un esodo soprattutto interno al Bangladesh, dalla costa verso la megalopoli di Dacca, un’area metropolitana di 18 milioni di abitanti. … È una città in overbooking, in cui non c’è più nemmeno un posto libero.»

Il quinto capitolo è dedicato alla COP 27, ventisettesima Conference of Parties, incontro annuale dei paesi che hanno sottoscritto la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, svoltasi nel 2022 in Egitto, e ai suoi deludenti risultati.

Il sesto e il settimo capitolo sono dedicati rispettivamente all’Antartide, dove si osserva uno scioglimento accelerato dei ghiacciai che potrebbe far innalzare repentinamente il livello del mare in tutto il mondo, e all’Artico. In questa regione del pianeta un problema specifico è l’acidificazione del mare, dovuta all’apporto di acqua dolce proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai, che sta mettendo a rischio la sopravvivenza del merluzzo e di altre specie ittiche.

Il capitolo otto si intitola Hotspot Mediterraneo, e tratta nuovamente del nostro mare, che è «un “hotspot”, un punto caldo del clima. È un luogo in cui il cambiamento climatico avviene più velocemente rispetto al resto del mondo». Lo strato di acqua con temperatura più alta sulla del Mediterraneo diventa sempre spesso e questo fatto minaccia la sopravvivenza di molte specie endemiche, come le diverse gorgonie. Si diffondono invece specie originarie di mari più caldi, che entrano nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Il riscaldamento del Mediterraneo provoca anche la crescente frequenza di eventi estremi:

«precipitazioni più intense e concentrate nel tempo e nello spazio; trombe marine e cicloni, anomalie per un bacino chiuso e dalla condizioni una volta stabili; fenomeni del tutto nuovi come i medicane che hanno colpito più volte la Sicilia, uragani mediterranei, dalla crasi delle parole mediterranean e hurricane

Nella Conclusione Alessandro Macina ci sollecita all’azione:

«La ricetta è quella che tutti sappiamo e che la scienza ci chiede da trent’anni: mitigazione e adattamento, sostenibilità, riduzione dei consumi, efficienza, equilibrio. … Abbiamo una gigantesca opportunità tra le mani, probabilmente la più grande nella storia dell’uomo e non possiamo sprecarla. Ma dobbiamo agire in fretta.» … «L’unica grande arma che tutti possiamo e dobbiamo usare è il voto. Abbiamo bisogno di nuovi leader, gente che sia nata e cresciuta negli anni delle crisi climatica»

Alessandro Macina ci ha messo a disposizione un libro molto utile, per conoscere e per agire.

di Massimo Leone

Alessandro Macina, Il polmone blu. Salvare gli oceani per combattere il riscaldamento globale. Prefazione di Riccardo Iacona. Edizioni Dedalo, Bari, 2023.

Nella foto, scattata in occasione della presentazione di Il polmone blu presso la darsena di Sperlonga nell’ambito di Libridamare 2023, vediamo da sinistra a destra Giorgio Anastasio (associazione Posidonia), Alessandro Macina e Giovanni Castorina (associazione Golfo Vivo).

Granelli di sabbia. Una guida per camminare sul bordo del mare.

Enzo Pranzini insegna Dinamica e difesa dei litorali presso l’università di Firenze, è stato responsabile di progetti su questi temi in Europa, Asia e Africa, dirige la rivista Studi costieri, è stato uno dei fondatori del “Gruppo Nazionale per la Ricerca sugli Ambienti Costieri” (GNRAC).

Nel libro “Granelli di sabbia” Pranzini ha raccolto una serie di articoli pubblicati nell’omonima rubrica, sulla rivista on-line Mondo balneare.

«Questo libro» scrive Pranzini nell’introduzione «vuole essere il vostro compagno di viaggio lungo i 440.000 km delle coste del mondo.» Un compagno di viaggio che ci aiuta ad intepretare quello che ogni osservatore attento può vedere, lungo il confine tra mare e terra (la costa) dove vive gran parte dell’umanità.

Particolare attenzione viene riservata nel libro alla sabbia, perchè essa «muove un’economia che va dal bagnino, al ristorante, al negozio di moda, al benzinaio e che raggiuge rapidamente le multinazionali del turismo, dei trasporti, dell’energia e dell’elettronica, tanto da far ipotizzare che le prossime guerre saranno causate non dalla conquista dell’acqua ma della sabbia .»

Il libro è articolato in cinque sezioni: La spiaggia, La forma delle coste, I movimenti del mare, L’uomo sulle coste, La difesa dei litorali. L’autore ci spiega che cos’è la sabbia e da dove viene, perchè sono importanti le dune costiere, come dobbiamo intepretare le forme delle coste in modo da evitare errori nella gestione, come agiscono onde e maree e cosa possiamo fare per adattarci ai cambiamenti climatici, quale impatto sul litorale hanno le ferrovie, i porti e altre infrastutture, quali errori bisogna evitare nella difesa dei litorali dall’erosione e quali pratiche sono più efficaci e meno dannose.

Nel capitolo 41. “Setti sommersi: il trucco c’è ma non si vede” Pranzini parla dei pennelli trasversali, realizzati per difendere le spiagge dall’erosione, che non emergono dall’acqua, i cosiddetti “setti sommersi”. Questa soluzione fu applicata per la prima volta in Italia negli anni ’80 a Terracina, su progetto dell’ingegnere Giorgio Berriolo, sostenuto da Gabriele Panizzi, che in quel periodo aveva ricoperto i ruoli di assessore regionale e di presidente della giunta regionale del Lazio. Questi setti, a differenza dei pennelli, non bloccano il flusso dei sedimenti e hanno un impatto molto contenuto sul paesaggio e sulla qualità delle acque costiere.

Consiglio la lettura di questo libro a chi va al mare in estate, per interpretare il paesaggio in cui si trova immerso, ma ancora di più a chi ama passeggiare lungo le coste nelle altre stagioni.

di Massimo Leone

Enzo Pranzini, Granelli di sabbia. Una guida per camminare sul bordo del mare., Pacini Editore, Pisa, 2021.

Nella foto vediamo da sinistra verso destra Sergio Cappucci, Gabriele Panizzi, Andrea Rega ed Enzo Pranzini in occasione della presentazione di Granelli di sabbia presso la darsena di Sperlonga, l’11 giugno 2023.

Economia circolare – Dinamica e gestione delle organizzazioni – Commento alla norma UNI/TS 11820:2022

Enrico Maria Mosconi, Chairman della laurea Magistrale in  Circular Economy  dell’Università della Tuscia e rappresentante italiano nel comitato ISO/TC 323 per lo sviluppo delle norme sull’economia circolare, Andrea Colantoni, professore associato presso lo stesso ateneo per il macrosettore “Ingegneria agraria e dei biosistemi”, e Sergio Bini, presidente di Progetto Qualità 2000 s.r.l., già docente di “Gestione delle risorse umane e del benessere organizzativo” presso l’università LUMSA di Roma, hanno messo insieme le rispettive competenze per produrre un’utilissima guida all’economia circolare.

In un contesto dove cresce la preoccupazione per la disponibilità delle risorse, scrive nella presentazione del volume Mattia Pellegrini (Capo dell’Unità “From Waste to Resources” presso la Direzione Generale Ambiente della Commissione europea), «assume sempre maggiore rilevanza la misurazione della Qualitàambientale di beni e servizi innovativi”». Sono quindi necessari «Strumenti che ci permettono di verificare l’efficacia in termini di circolarità e sostenibilità, anche attraverso l’implementazione di norme non cogenti e norme volontarie, definiscono il successo durevole di un’impresa o di un’organizzazione “responsabile”.» Il libro di Mosconi, Colantoni e Bini rappresenta proprio una guida agli strumenti evocati da Pellegrini.

Prima dei tre capitoli in cui è articolata la trattazione dell’economia circolare, troviamo una sezione dedicata alle “Premesse”, ovvero al quadro delle questioni cui l’economia circolare vuole essere una risposta: il consumo di risorse (inclusa l’acqua), la necessità di approvvigionamenti “climate friendly”, la scarsità di materie prime critiche, la necessità di compensare le emissioni di anidride carbonica.

Il capitolo 1 si intitola “Economia circolare” e offre un ampio e dettagliato panorama sulle principali iniziative a livello mondiale, europeo e nazionale in materia. Scrivono gli autori che secondo Ellen MacArthur Foundation, la quale ha svolto un ruolo di pioniere in questo campo, l’economia circolare «è un approccio sistemico alla crescita economica progettato per i benefici delle imprese, della società e dell’ambiente. È un modello economico rigenerativo per la progettazione e mira a disaccoppiare gradualmente la crescita dal consumo di risorse.» In questo capitolo sono evidenziate le relazioni dell’economia circolare con gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, le iniziative per promuovere le “città circolari“, le norme europee sui rifiuti e sull'”end of waste”, il “green deal” dell’Unione Europea e il CEAP, il Circular Economy Action Plan pubblicato con la Comunicazione della Commissione COM(2020) 98.

Il capitolo 2 ci propone alcuni “Focus su aspetti collaterali dell’economia circolare“. Si tratta di una serie di utilissimi aggiornamenti normativi e tecnici su temi quali l’obsolescenza programmata, la gestione delle batterie e degli imballaggi, le microplastiche, l'”ecodesign”, le etichette per la sostenibilità e la circolarità dei prodotti (incluse quelle sulla riparabilità), i finanziamenti per l’economia circolare inclusi quelli previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la Strategia Nazionale per l’Economia Circolare, la circolarità nell’agricoltura e nell’economia del mare.

Il capitolo 3 è intitolato “Dall’eccellenza al sistema. La molla imprenditoriale e il Sistema della Circolarità“. La consapevolezza di quanto siano importanti circolarità e sostenibilità sembra piuttosto diffusa nel campo delle imprese, tanto che uno studio condotto su un campione di 550 leader di aziende nei paesi dell’UE e nel Regno Unito

«conferma che l’economia circolare costituisce una priorità strategica per gli imprenditori europei vedendo il passaggio da modelli lineari a modelli circolari una scelta strategica per la loro azienda. Inoltre, l’economia circolare viene considerata uno strumento per guadagnare vantaggio competitivo per la diversificazione, l’espansione del mercato e può contribuire alla riduzione dei costi. Tuttavia, la maggior parte dei leader aziendali europei considera i loro paesi impreparati ad affrontare il problema dell’economia circolare.»

Un ruolo proattivo, secondo gli autori, viene svolto dalle università, tanto che emerso il modello di “ecological university“, «che tenta di posizionare il mondo della ricerca e dell’alta formazione nel futuro globale interconnesso che si sta velocemente realizzando sotto i nostri occhi.» Gli atenei possono svolgere un ruolo di primo piano anche attraverso le creazione di nuove imprese come spin-off della ricerca.

La transizione delle aziende dal modello economico lineare a quello circolare può essere facilitato dall’adozione di idonei sistemi di gestione. A questo scopo l’ISO (International Organization for Standardization) ha costituito un apposito comitato che sta sviluppando le norme della serie ISO 59000. Sono già disponibili però diversi standard. La British Standard Organization (BSI) ha emesso nel 2017 lo standard BS 8001 Framework for implementing the principles of the circular economy in organizations. Guide. L’ente francese di normazione AFNOR ha emesso nel 2018 lo standard XP X30-901 Circular economy – Circular economy project management system – Requirements and guidelines. L’Ente Italiano di Normazione UNI ha pubblicato infine nel 2022 lo standard UNI/TS 11820 Misurazione della circolarità – Metodi ed indicatori per la misura dei processi circolari nelle organizzazioni.

Lo standard UNI/TS 11820 propone un modello di gestione fondato su quattro principi ispirazionali

  • creazione del valore
  • condivisione del valore
  • disponibilità delle risorse
  • tracciabilità delle risorse

e su otto principi operativi:

  • pensiero sistemico
  • collaborazione
  • generazione del valore circolare
  • ottimizzazione del valore circolare
  • preservazione del valore
  • innovazione
  • consapevolezza
  • inclusività.

Per misurare il livello di circolarità ottenuto e poterlo migliorare, standard UNI/TS 11820 propone indicatori di circolarità da adottare a livello

  1. micro (singola organizzazione)
  2. meso (gruppi di organizzazioni, cluster industriali o territoriali, enti locali)
  3. macro (regioni o paesi)

Gli indicatori proposti sono 71, raggruppati in 6 famiglie

  1. indicatori connessi alle risorse materiche e ai componenti
  2. Indicatori connessi alle risorse energetiche ed idriche
  3. Indicatori connessi ai rifiuti e alle emissioni
  4. Indicatori connessi alla logistica
  5. Indicatori connessi al prodotto/servizio
  6. Indicatori connessi a risorse umane, asset, policy e sostenibilità.

Applicando questi indicatori e una complessa procedura di calcolo si può quantificare il livello di circolarità di un’organizzazione e sottoporlo a certificazione da parte di un ente terzo.

Il paragrafo che chiude il libro è dedicato al “ruolo delle persone” nella gestione per l’economia circolare. Gli autori richiamano alla necessità di «inserire nei processi di rivalutazione e rigenerazione soprattutto la “materia umana”», perché le persone che lavorano non devono essere gestite con un approccio “usa e getta”.

Enrico Maria Mosconi, Andrea Colantoni, Sergio Bini, Economia circolare – Dinamica e gestione delle organizzazioni – Commento alla norma UNI/TS 11820:2022, UNI/EPC Editore, 2023. Con un contributo di Claudio Perissinotti Bisoni, sulle attività del Comitato Tecnico ISO/TC 323 e della Commissione Tecnica UNI/CT 057.

di Massimo Leone

Ariosto al Narragansett – In viaggio verso casa

I primi coloni insediati nella Nuova Inghilterra importavano dai Caraibi melassa (sciroppo che deriva come sottoprodotto dalla produzione dello zucchero) per produrre il rum, unico alcolico a loro disposizione. La Gran Bretagna nel 1733 emise una legge sulla melassa, per costringere le colonie a comprare quella britannica, invece della più economica melassa francese, suscitando il malcontento dei coloni. Scrisse Jhon Adams nel 1818 «Non vedo perché dovremmo vergognarci ad ammettere che la melassa è stato un ingrediente fondamentale dell’indipendenza americana. Molti grandi avvenimenti hanno avuto origine da cause molto più piccole».

Anche nella vita di Ariosto, protagonista del libro di Giovanni Mastrobattista, la melassa causò una svolta decisiva. Il 15 gennaio 1919 un serbatoio che conteneva milioni di litri dello sciroppo, presso il porto di Boston, esplose causando 21 vittime e la devastazione del quartiere adiacente, dove vivevano prevalentemente immigrati italiani. L’inondazione di melassa distrusse anche la pasticceria dove lavorava Ariosto, che decise così di trasferirsi a Providence per lavorare nell’albergo Narragansett, il più importante nello stato del Rhode Island. Qui le sue capacità e il suo impegno nel lavoro furono molto apprezzati, tanto da farlo diventare, con il passare degli anni, il responsabile della gigantesca cucina.

Dalla piacevole lettura di “Ariosto al Narragansett” si imparano molte cose, sui fatti avvenuti a est e a ovest dell’oceano Atlantico duranti il ‘900, grazie ai ricordi raccolti dall’autore, ascoltando la mamma Liliana e la zia Maria, e ai frutti delle sue ricerche.

Tra gli episodi che mi hanno colpito di più c’è il gesto eroico di don Innocenzo Parisella. In un giorno di novembre del 1943, le truppe di occupazione tedesche stavano ispezionando le stanze presso il santuario della Madonna della Rocca, che ospitava trecento sfollati provenienti da Fondi (incluse la moglie e le due figlie di Ariosto), alla ricerca di partigiani. In una delle stanze erano nascoste le armi in dotazione a un gruppo di giovani provenienti da Roma. Il sacerdote disse all’ufficiale a capo delle truppe tedesche che quella stanza era occupata da lui stesso, per evitarne la perquisizione. I soldati, per rispetto verso il sacerdote, non entrarono nella stanza e si salvarono così sia don Innocenzo sia gli sfollati.

Dal libro di Giulia Rita Eugenia Forte “Cadevano spezzoni” ho appreso che tra quei giovani che avevano trovato rifugio presso il santuario c’era un avvocato ebreo romano, Carlo Sabatello, amico del giovane avvocato fondano Umberto Panella (il carissimo “zio Umberto” per me come per molti altri bambini, figli di amici suoi e della non meno cara “zia Bianca”).

Giovanni Mastrobattista, Ariosto al Narragansett – In viaggio verso casa, bokabook, 2022.

Le informazioni sulla melassa sono tratte da “Il botanico ubriaco”, di Amy Stewart (Codice Edizioni, 2019).

L’immagine in evidenza è una fotografia con al centro il santuario della Madonna della Rocca, a Fondi, sui monti Ausoni.

di Massimo Leone

Dove c’era la palude

Sergio Zerunian è stato ufficiale biologo del Corpo Forestale dello Stato presso il Parco Nazionale del Circeo, è autore di molte pubblicazioni scientifiche e divulgative sui pesci delle acque interne italiane, insegna Ecologia presso la sede di Latina dell’università “Sapienza”. Con lui ho collaborato negli anni ’90 in uno studio sulla qualità dei corsi d’acqua e sulla fauna delle acque interne nella provincia di Latina. Dal rapporto di lavoro è nata una lunga amicizia.

Nel libro “Amore mio dagli occhi grandi” Zerunian aveva raccontato le storia della sua famiglia, andando a ritroso dal padre armeno e dalla madre maentina. La figura del nonno materno, che lavorò per la bonifica delle paludi Pontine in un periodo della sua intensa vita, ha ispirato “Dove c’era la palude”.

La protagonista del romanzo è Francesca, una giovane biologa romana che trova, nella casa di famiglia a Maenza, le lettere scritte dal bisnonno Ferdinando Belli a sua moglie Antonietta. Quelle datate tra il 1931 e il 1935 erano partite da Cisterna e da Littoria, dove Ferdinando era impegnato nei cantieri della bonifica. Nelle lettere Ferdinando confida ad Antonietta il profondo rammarico che prova nel partecipare alla distruzione di preziosi ambienti naturali, per guadagnare lo stipendio con cui sosteneva la famiglia. Scrive nell’ultima lettera dalla pianura, prima di fare ritorno a Maenza:

«Nei laghi e nella palude non c’è alcuna mortifera sterilità, anzi sono ambienti che pullulano di vita! In questi mesi ho imparato a riconoscere tante piante ed animali che vivono nelle nostre parti e non avevo mai visto prima: salici, pioppi, frassini, ontani, raganelle, tritoni, testuggini d’acqua, falchi pescatori, falchi di palude, gabbiani, aironi di varie taglie e colori, tinche, lucci e uno straordinario mammifero acquatico come la lontra. »

Più avanti aggiunge:

«Nei laghi e nei terreni che li circondano ci sono molte persone che traggono il loro sostentamento facendo vari ‘mestieri della palude’: bufalari, pescatori di ranocchi, pescatori di anguille e tinche, cacciatori di anatre. … Cosa resterà del loro sapere e del loro stretto rapporto con la natura specifico di questi luoghi?»

Colpita dal punto di vista espresso dal bisnonno, molto distante dalla narrazione generalmente condivisa, Francesca decide di studiare da naturalista le trasformazioni del territorio causate dalla bonifica dell’agro Pontino. Sarà questo l’argomento del suo dottorato di ricerca che la porterà a consultare materiali di archivio a Latina e a percorrere la pianura per raccogliere informazioni sull’impatto ambientale della bonifica. Nella tesi di dottorato Francesca scriverà sulle testimonianze che descrivono il territorio prima della bonifica, sui ‘mestieri della palude’, sulla distruzione degli habitat con la conseguente estinzione locale di specie animali e vegetali, sull’impatto ambientale dell’agricoltura e della zootecnia industrializzate e sullo sfruttamento dei braccianti immigrati.

Oltre a descrivere gli ambienti visitati da Francesca per le sue ricerche, come il lago di Fogliano e il fiume Cavata, Sergio Zerunian tratteggia anche quelli dove lei si reca per diletto, da sola o con il fidanzato Roberto, come le faggete dei monti Lepini e l’isola di Ventotene. Il libro rappresenta quindi anche una guida alla natura del territorio pontino e ai suoi principali problemi ambientali, senza trascurare emergenze sociali come il lavoro irregolare e il caporalato nell’agricoltura.

Scrive la filosofa e critica letteraria Serenella Iovino in “Ecologia letteraria” che «esiste un genere letterario chiamato environmental literature o nature writing» e che

«La scrittura ambientale è mossa da due intenti caratteristici: un intento “epistemologico”, volto a creare nel lettore un’idea problematica del rapporto tra umanità e natura; e un intento “politico”, consistente nell’adozione di tecniche retoriche che inducano a sviluppare nuovi atteggiamenti nei confronti dell’ambiente e delle forme di vita non umane. L’obiettivo principale di questo genere di scrittura è quello di ispirare nel lettore la coscienza (ecologica o proto-ecologica) dell’interdipendenza tra le forme di vita».

Ho avuto il piacere di assistere a un incontro tra Sergio Zerunian e gli studenti dell’I.T.I. Antonio Pacinotti di Fondi, che avevano letto Dove c’era la palude. La passione che mostravano gli studenti per i temi affrontati dal libro mi fanno pensare che si possa considerare un ottimo esempio di scrittura ambientale.

Sergio Zerunian, Dove c’era la palude, Luoghi interiori, Città di Castello, 2022 (illustrazioni di Titti De Ruosi).

Le citazioni di Serenella Iovino sono tratte dal libro Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, 2006, 2015.

La foto è stata scattata durante la presentazione di Dove c’era la palude a Fondi, presso l’I.T.I. A. Pacinotti, il 31 gennaio 2023.

di Massimo Leone

Nel fango

Fabio Sanfilippo, caporedattore e inviato di Radio 1 e del Giornale Radio Rai, segue da molto tempo le questioni relative all’immigrazione e ai diritti ed è stato tra i fondatori del “Comitato Tre ottobre”, organizzazione senza scopo di lucro nata con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza attraverso il dialogo con cittadini, studenti e istituzioni. Il comitato ha questo nome perché il 3 ottobre 2013, in un naufragio al largo delle coste di Lampedusa, persero la vita 368 migranti

La storia che Sanfilippo racconta in questo libro nasce da un incontro che avviene nel 2016 in Grecia, nel campo di Idomeni, dove vivevano nel fango circa quindicimila persone, soprattutto profughi provenienti dalla Siria. A seguito dell’incontro con una bambina, e con suo padre, l’autore «depone l’armatura indispensabile per ogni giornalista che attraversa zone di confine», scrive Gaetano Savatteri nella prefazione. Nasce quindi un rapporto intenso, tra una famiglia di curdi siriani e una italiana.

In questi giorni siamo inondati dalle immagini del naufragio di Cutro, delle bare, dei parenti delle vittime che attendevano i loro cari in diversi paesi europei e sono stati invece chiamati a riconoscerne i cadaveri. Il libro di Fabio Sanfilippo ci dà la possibilità di guardare da vicino (anche con le intense foto in bianco e nero) le famiglie di profughi che fuggono dalle guerre, le loro difficoltà, i timori e le speranze. Ci racconta come è difficile avere la possibilità di entrare legalmente in Europa, anche per chi ha pienamente il diritto di essere accolto, rappresenta la cronaca «della disumanità eretta a sistema burocratico, dell’indifferenza che si fa norma», scrive ancora Savatteri.

Fabio Sanfilippo, Nel fango, L’Altracittà media e arti, 2022

di Massimo Leone

In giro per l’Italia

Giuseppantonio Galanto, detto Pino, per più di trenta anni ha percorso l’Italia in ogni direzione, sempre impegnato in attività che implicavano tanti contatti con persone di ogni tipo: agente di commercio, responsabile di reti di vendita, formatore, tutor aziendale, auditor di sistemi di gestione per la qualità ecc… Io ho condiviso piacevolmente con lui (e con Gianfranco, protagonista di un episodio) un paio d’anni di collaborazione con un ente di certificazione. Oggi Pino è capogruppo del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) a Monopoli.

Durante il lock-down Pino ha messo nero su bianco alcuni dei suoi ricordi e, incoraggiato de un amico, li ha inviati a una casa editrice che con sua sorpresa ha deciso di pubblicarli. Ne è venuto fuori un libro scorrevole, accattivante e ironico, che ci conduce in un viaggio avventuroso attraverso l’Italia, lungo più di un trentennio, a partire dagli anni ’70.

Non voglio anticipare nulla sulle avventure di Pino, per non togliere il gusto delle sorprese a chi leggerà il libro dopo di me. A volte sembra che i guai se li andasse cercando, quasi un novello Pinocchio. Dico solo che con tratti leggeri e incisivi In giro per l’Italia ci offre un panorama a mio avviso molto rappresentativo del mondo del lavoro in Italia.

L’attenzione di Pino per le persone, pur esponendolo al rischio di fregature come si vede leggendo il libro, penso rappresenti un esempio significativo che potrebbe essere particolarmente utile far conoscere alle persone più giovani.

Per inciso, in uno dei capitoli del libro è menzionata la rocca di Sassocorvaro, uno dei luoghi dove furono messe in salvo le opere d’arte italiane per salvarle dalla distruzione durante la II guerra mondiale, oggetto della mostra Arte liberata, in corso alle Scuderie del Quirinale (https://viaitri.blog/2023/02/08/arte-liberata-capolavori-salvati-dalla-guerra-1937-1943/).

Giuseppantonio Galanto, In giro per l’Italia, PAV Edizioni, Pomezia, 2022.

Immagine in evidenza: Giuseppantonio Galanto in un’iniziativa del le giornate d’autunno FAI 2022 a Monopoli – fonte https://www.canale7.tv/news/a-monopoli-torna-lappuntamento-con-le-giornate-fai-dautunno.html#.Y-_IzmmZO5c

di Massimo Leone

Arte liberata, capolavori salvati dalla guerra, 1937/1943

Presso le Scuderie del Quirinale è in corso (fino al 10 aprile) la mostra Arte liberata 1937-1943 Capolavori salvati dalla guerra. Sono esposti capolavori sopravvissuti alla II guerra mondiale solo grazie a una grande campagna, promossa dal Ministro dell’educazione Giuseppe Bottai e attuata dal personale delle Soprintendenze. I pannelli e i filmati della mostra ricostruiscono l’attività delle funzionarie e dei funzionari che con grandi capacità e dedizione portarono a termine con successo il salvataggio di un patrimonio di immenso valore, nonostante le enormi difficoltà e la disponibilità di mezzi non sempre adeguati.

Tra i quadri in mostra troviamo l’Annunciazione tra i santi Onorato e Mauro, di Cristoforo Scacco, risalente al 1499, proveniente dal duomo di San Pietro Apostolo a Fondi. La salvezza di questo capolavoro e di altri quadri che fanno parte del patrimonio delle chiese di Fondi fu opera soprattutto di Emilio Lavagnino, funzionario della Direzione generale delle arti. Lavagnino mise in salvo, trasportandole personalmente fino al Vaticano, ben 9 opere d’arte prelevate a Fondi durante i bombardamenti, tra cui la Madonna con Bambino, San Pietro e San Paolo di Antoniazzo Romano e il Trittico della Pietà di Giovanni da Gaeta.

Scrive Belinda Granata nel catalogo della mostra che quello a attuato a Fondi fu secondo Lavagnino “uno dei viaggi più notevoli”

«per via della posizione della cittadina, poco lontana dal mare tra il fronte della testa di ponte di Anzio e quella poco lontano di Gaeta, e per la condizione in cui il centro abitato si trovava, deserto e già tutto evacuato dalla popolazione. Le difficoltà di questa missione furono fortunatamente alleggerite dall’intervento di un privato cittadino, Raffaele Pannozzo, che metteva a disposizione della Santa Sede un autocarro da lui affittato con non poca spesa. A Fondi i lavori di recupero durarono circa dieci ore, compiuti tra le macerie delle chiese di Santa Maria Assunta, in parte crollata, e di San Pietro, dove la difficoltà era rappresentata da un’enorme cancellata di ferro a protezione dei due dipinti più importanti, grandi, pesantissimi, e fissati con grappe alle pareti, ovvero il trittico di Antoniazzo Romano e la grande pala d’altare con cimasa e predella di Cristoforo Scacco.»

Lavagnino era stato allontanato dall’amministrazione nel 1938 per le sue posizioni politiche antifasciste, ma quando nel 1943 gli fu affidato l’incarico di coordinare il salvataggio delle opere d’arte nel Lazio e nelle Marche disse «Io sono stato mandato in pensione, ufficialmente sono esautorato ma di questo me ne infischio e vado avanti per la mia strada come mi sembra più onesto e doveroso fare».

Credo che a poche persone la città di Fondi debba essere riconoscente come a Emilio Lavagnino e che il Comune dovrebbe almeno dedicargli una strada importante.

Arte liberata. Capolavori salvati dalla guerra. 1937-1943. A cura di Luigi Gallo e Raffaella Morselli. Electa, 2022.

L’immagine in evidenza è un particolare dell’Annunciazione di Cristoforo Scacco esposta presso le Scuderie del Quirinale.

Giulia Rita Eugenia Forte nel suo libro E cadevano spezzoni (2020) riporta un ampio stralcio del diario di Bruno Lavagnino, con il racconto della sua avventura a Fondi.

di Massimo Leone

Organizza, apprendi et labora. I paradigmi gestionali della Regola Benedettina trasformano le organizzazioni in comunità efficaci.

Sergio Bini, ingegnere edile, ha prestato servizio per molti anni come dirigente nelle Ferrovie dello Stato ed è un decano dell’Associazione Italiana Cultura della Qualità, dove in questo momento dirige la rivista Qualità e presiede AICQ Centro Insulare. Come umbro di adozione è confratello della Venerabile Arciconfraternita dei Santi Benedetto e Scolastica dei Nursini a Roma, di cui è stato priore. Autore di diverse pubblicazioni sull’organizzazione del lavoro e la gestione delle organizzazioni, docente di Gestione delle risorse umane e del benessere organizzativo presso l’università LUMSA di Roma, negli ultimi anni ha dedicato i suoi studi soprattutto alla Regola Benedettina e al monachesimo occidentale.

Pubblicando Organizza, apprendi et labora, scrive Sergio Bini, «ho voluto riportare in modo organico e strutturato le mie personali interpretazioni – sviluppate in chiave olistica e multidimensionale – delle lezioni benedettine e dei “principi” della Regula Benedicti che desidero condividere con i tanti appassionati della “materia”»

Secondo Podestà e Vian (2010) la Regola di Benedetto deriva in gran parte dalla Regola del Maestro, redatta nei primi decenni del VI secolo in Italia Centrale. L’importanza della Regola elaborata nella stessa area geografica «da un legislatore monastico di nome Benedetto» è di aver proposto una sintesi della Regola del Maestro, imperniata, oltre che sulla stabilitas (rimanere nello stesso luogo),

«sul rapporto tra maestro e discepolo caratterizzato dal precetto dell’amore reciproco e delle relazioni fraterne, più che dell’obbedienza e della sottomissione». … «nella sezione finale propria della Regola di Benedetto spicca il capitolo LXII, dedicato allo “zelo buono che i monaci devono avere” stimandosi e obbedendosi a vicenda, sopportando con pazienza le proprie debolezze fisiche e morali, ricercando l’utile non per sé ma per gli altri, praticando con purezza la carità fraterna e non anteponendo nulla a Cristo.»

Nel paragrafo 5.3, La guida è affidata alla leadership di persone scelte dalla comunità, Sergio Bini evidenzia che secondo Benedetto è indispensabile che l’abate «detesti i vizi ma ami i fratelli» e nel correggere «agisca con prudenza e senza eccessi, perché volendo raschiare troppo la ruggine non gli capiti di rompere il vaso».

«San Benedetto, nel suo modello di conduzione dell’organizzazione della comunità monastica, vuole che l’Abate si debba liberare dall’orgoglio di dirigere una comunità di grande fama e che, invece, presti la massima attenzione al singolo – da rispettare con tutte le sue debolezze – e se ne occupi come un buon pastore. In questo modo, mentre segue il singolo (nelle sue debolezze) potrà conoscere meglio anche le proprie e troverà il modo per combatterle».

La capacità di ascolto e l’attenzione verso l’unicità di ciascuna persona, mi sembra rendano l’abate benedettino un modello della servant leadership, come definita da R.K. Greenleaf.

Per non rendere troppo lunga questa nota, tralascio altri aspetti della Regola esposti e commentati nel libro di Sergio Bini, come il valore dato al lavoro e allo studio oltre che alla preghiera («ora, lege et labora» dovrebbe essere l’autentico motto benedettino secondo Bini) e al silenzio, l’organizzazione interna dei monasteri con il sistema delle deleghe, i rapporti con ciò che è esterno al monastero ecc.

Non posso fare a meno però di un richiamo all’humilitas, tradotta in umiltà in modo troppo sbrigativo secondo Bini. L’autore ci ricorda che humilitas, come homo e humanus, deriva dal latino humus, ovvero terra. Solo con il cristianesimo l’humilitas acquista un significato positivo.

«Essere umili, nel senso cristiano della parola, significa seguire Cristo umile ed identificarsi con Lui umile, cercando, cioè, di imitarlo nella sua umiliazione vissuta fino alla morte in croce, per compiere la volontà del Padre.

È proprio per questo che il monachesimo. fin dalle origini, ha riconosciuto nell’umiltà uno dei valori fondamentali ed un ruolo cruciale».

Secondo Madre Joan Crittister, priora di un monastero benedettino negli USA, citata da Bini:

«l’umiltà benedettina libera lo spirito, non lo abbatte … è il collante dei nostri rapporti umani; è la base della comunità, della famiglia, dell’amicizia e dell’amore. L’umiltà proviene dal fatto che ciascuno capisce quale sia il posto occupato nell’universo».

Bini indica come esempio di vita improntata all’umiltà benedettina quella di Celestino V, che visse il proprio pontificato da “servo dei servi di Dio”, come voleva Gregorio Magno, e si svestì «dei simboli pontificali per rivestirsi con il suo vecchio saio di monaco eremita».

Mi sembrano un esempio significativo di umiltà anche le dimissioni di papa Benedetto XVI, che ha lasciato il suo ruolo nel momento in cui non si sentiva più in grado di svolgerlo in modo adeguato, nonostante avesse numerosi adulatori, probabilmente soprattutto al di fuori della Chiesa. Scegliendo come nome Benedetto, il pontefice da poco deceduto forse aveva voluto fare riferimento anche all’umiltà.

Sergio Bini, Organizza, apprendi et labora. SI paradigmi gestionali della Regola Benedettina trasformano le organizzazioni in comunità efficaci, Gambini editore, Attigliano (TR), 2022.

Nella foto: Episodio della vita di San Benedetto, da un affresco presso il monastero di San Magno a Fondi.

RIFERIMENTI

Potestà G.L.. Vian G., Storia del cristianesimo, Il Mulino, Bologna, 2010.

Per la servant leadership: Cinquegrani R., La cultura della qualità come strumento per l’esercizio della Leadership nelle Università e Facoltà ecclesiastiche: la logica di un servizio in costante aggiornamento, in Educatio catholica – Educational leadership, Anno VII, 3-4, 2021.

di Massimo Leone