Come si fa una comunità energetica (per davvero!)

Questo libro è frutto di due esperienze di cittadinanza attiva nel campo dell’energia, le cooperative Retenergie ed ènostra. Retenergie nasce a Cuneo nel 2008 per iniziativa di persone provenienti dall’economia solidale, mentre ènostra viene costituita nel 2014 a Milano grazie all’incontro tra Retenergie e altri soggetti, come i «consumatori urbani green e cosmopoliti» e le «aziende attente alla corporate sociale responsibility», attivi soprattutto nella metropoli lombarda.

I primi capitoli del libro raccontano come Retenergie è diventata in pochi anni un punto di riferimento nazionale per l’economia solidale nel settore dell’energia. Il capitolo otto illustra come ènostra persegue lo scopo di «fornire ai soci elettricità sostenibile al giusto prezzo, ossia al miglior prezzo possibile considerando i principi etici e di sostenibilità». Nei capitoli successivi viene delineato il profilo attuale della cooperativa, che gestisce undici impianti fotovoltaici, per una potenza complessiva di 2,8 MWp, e tre impianti eolici con turbine di 60, 900 e 999 kWp.

I capitoli conclusivi sono dedicati alle attività di ènostra a supporto delle Comunità Energetiche Rinnovabili, nel quadro normativo definito principalmente dalla Direttiva 2018/2001 (nota come Red II), dal Decreto legislativo 199/2021, dal Testo Integrato Autoconsumo Diffuso (ARERA, 2022) e dal Decreto attuativo 21 gennaio 2024 del MISE.

Gli autori delineano efficacemente le diverse configurazioni messe a disposizione dei cittadini e degli altri utenti dalla Direttiva Red II: «l’autoconsumatore di energia rinnovabile, gli autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente …, le comunità di energia rinnovabile». Le Comunità energetiche rinnovabili (CER), in particolare, sono soggetti giuridici senza fine di lucro, costituiti da produttori e consumatori (persone fisiche, PMI, enti locali, enti religiosi, organizzazioni del terzo settore, enti di ricerca e formazione), organizzati in configurazioni che, secondo le norme vigenti, devono essere comprese nell’area servita dalla stessa cabina di trasformazione primaria. La CER riceve un incentivo, per il quantitativo di energia che viene nello stesso momento prodotto e consumato dai membri di una configurazione, e lo distribuisce tra produttori, consumatori e attività di interesse collettivo, secondo le modalità stabilite nel proprio regolamento.

In fondo al volume troviamo un QR code che da accesso a un archivio normativo continuamente aggiornato, sull’autoconsumo diffuso e le CER.

Posso dire che personalmente ho trovato in questo libro indicazioni molto utili per arrivare a costituire una CER.

di Massimo Leone

Giovanni Bert, Marco Mariano, Giancarlo Meinardi, Gianluca Ruggieri, Ilaria Sesana, Marianna Usuelli; Altra Economia, Milano 2024

Pubblicato su Qualità, n. 4, 2024

Parchi naturali Storia delle aree protette in Italia

Luigi Piccioni, docente di Storia economica presso l’Università della Calabria, è impegnato da molti anni in ricerche sulla storia delle aree naturali protette e dei movimenti per la conservazione della natura in Italia. Nel 2018 ha pubblicato con Ediesse Sindacato, ambiente, sviluppo. La Cgil Abruzzo, i parchi e le origini della riserva Monte Genziana-Alto Gizio 1979-1996, https://viaitri.blog/2020/11/13/sindacato-ambiente-sviluppo-la-cgil-abruzzo-i-parchi-e-le-origini-della-riserva-monte-genziana-alto-gizio-1979-1996/

Parchi naturali è venuto alla luce nel centenario della nascita ufficiale del Parco Nazionale d’Abruzzo, il secondo parco nazionale italiano, preceduto nel 1922 da quello del Gran Paradiso. I due parchi nazionali facevano assumere all’Italia una posizione di avanguardia in Europa, perché all’epoca esistevano grandi aree protette sono nella poco popolata Svezia, la Svizzera possedeva una piccola riserva naturale, due piccoli parchi montani erano stati istituiti in Spagna.

Emerse subito la peculiarità dei parchi italiani «data dal loro essere fittamente insediati, densamente popolati e molto prossimi a grandi città con un rapporto assolutamente inedito tra l’area sottoposta a tutela, gli insediamenti umani e i tessuti metropolitani più prossimi».

I decreti istitutivi dei due parchi nazionali, tenendo conto di questa complessità, prevedevano commissioni in cui erano rappresentati «funzionari ministeriali, studiosi, esponenti delle associazioni ambientaliste e turistiche, esponenti delle deputazioni provinciali e rappresentanti dei Comuni. La commissione eleggeva a sua volta il presidente del parco, mentre la direzione tecnica era affidata all’ispettore forestale locale nel caso del Gran Paradiso e a un tecnico nominato dalla commissione nel caso del parco abruzzese.» Nel 1933 però il regime fascista sciolse le commissioni e affidò la gestione dei due parchi alla Milizia nazionale forestale, recidendo i legami delle aree protette con gli ambienti scientifici, l’associazionismo e le comunità locali.

Negli anni ’30 furono istituiti altri due parchi nazionali, quello del Circeo per conservare gli ambienti naturali sopravvissuti alla bonifica dell’Agro pontino, e quello dello Stelvio, che iniziò ad operare con un minimo di efficacia solo con il regolamento del 1951.

Negli anni ’50, con il paese alle prese con la ricostruzione post bellica, l’interesse per la conservazione della natura coinvolse solo ambienti piuttosto ristretti. L’associazione Italia Nostra, fondata nel 1955 per opera di un gruppo di intellettuali, si occupò all’inizio soprattutto di tutelare i beni culturali e il paesaggio, minacciati dai modi sbrigativi che caratterizzavano spesso gli interventi di demolizione e ricostruzione.

Nel 1960 Italia Nostra dedicò il settimo congresso nazionale alla difesa del verde, sotto la spinta di due fattori. Gli urbanisti che avevano aderito all’associazione sollecitavano l’attenzione al territorio e in particolare al verde urbano, le sezioni locali segnalavano ai vertici dell’associazione numerosi casi di devastazione dell’ambiente, soprattutto lungo i litorali. In questo congresso il sodalizio decise di costituire il Comitato per il verde, che ebbe un ruolo di primo piano nel richiamare l’attenzione sul tema dei parchi naturali in Italia. Tale attenzione fu sollecitata anche dai progetti che minacciavano di infliggere gravissime ferite al Parco Nazionale d’Abruzzo. La campagna di informazioni volta a contrastarla, che ebbe come protagonista Antonio Cederna, sensibilizzò verso la conservazione della natura un’ampia parte dell’opinione pubblica italiana.

L’esito più avanzato del dibattito sulle aree protette che si svolse negli anni ’60 è rappresentato dal Progetto ’80, coordinato da Giorgio Ruffolo e pubblicato nel 1969 dal Ministero del bilancio e della programmazione economica. Scrive Piccioni che Ruffolo interpretava l’Italia come «un paese in cui l’economia e la società agricola ormai da tempo non erano più centrali, in cui erano in atto processi di urbanizzazione molto più rapidi e vasti che in passato, in cui l’arrivo dei consumi dei consumi di massa stava modificando profondamente mentalità, aspirazioni, bisogni e stili di vita e inediti cicli di lotte popolari stavano imponendo con forza una nuova domanda di partecipazione democratica e di diritti collettivi.» L’intervento dello stato sul territorio era inteso «come difesa e arricchimento dell’ambiente e del patrimonio storico-artistico e come progettazione dell’assetto urbanistico delle aree metropolitane.» Il documento Proiezioni territoriali del Progetto 80 riprendeva le proposte avanzate dallo zoologo Alberto Simonetta e da Antonio Cederna e «ampliava questa seconda proposta portandola a circa 90 aree protette e la inseriva in un ragionamento più ampio e ambizioso sulla funzione delle riserve naturali all’interno del sistema insediativo, produttivo e infrastrutturale nazionale.»

Con la nascita, nel 1970, delle 15 regioni a statuto ordinario, divenne centrale nel dibattito sulle aree protette la contrapposizione tra i sostenitori di una gestione in cui avessero un peso rilevante i nuovi enti territoriali e quanti propugnavano invece un approccio più centralistico. Nella seconda metà degli anni ’70 furono istituiti i primi parchi regionali, ma rimase aperto il conflitto tra centralisti, rappresentati soprattutto da Italia Nostra e WWF, e regionalisti, che annoveravano anche i principali partiti della sinistra. Figure di spicco nei rispettivi campi furono da una parte Antonio Cederna, dall’altra Valerio Giacomini, botanico ed ecologo, che pubblicò nel 1989, con l’urbanista Valerio Romani, il libro Uomini e parchi. Giacomini sosteneva la «necessità di adottare un approccio partecipativo alla creazione e alla gestione delle aree protette con una forte attenzione programmatica a mantenere un equilibrio tra conservazione delle risorse a attività economiche.»

Gli anni ’80 videro la nascita anche in Italia di un partito politico che metteva al centro della propria azione la tutela dell’ambiente, la cui azione ebbe un ruolo fondamentale nel mantenere all’ordine del giorno delle istituzioni la questione della conservazione della natura e nel portare all’approvazione della legge n. 394/1991, Legge quadro sulle aree protette. L’approvazione della legge quadro ebbe come seguito una grande espansione delle aree protette, la cui superficie complessiva arrivò nel 1997 a 3.326.000 ettari, pari al 10,7 % del territorio nazionale, superando quindi il valore del 10% che le principali associazioni ambientaliste avevano posto come obiettivo in un convegno tenuto a Camerino nel 1980. La legge quadro però fu significativamente indebolita da provvedimenti successivi, come l’abolizione della consulta nazionale sulle aree protette, la quale avrebbe dovuto garantire che le iniziative per la tutela della natura fossero inquadrate in una coerente strategia nazionale.

A cento anni dall’istituzione dei primi parchi nazionali, la situazione delle aree protette si presenta secondo Piccioni «densa di ombre quanto di luci». L’Italia non dispone di organismi nazionali che sostengano e promuovano le aree protette, non esiste una politica nazionale organica, le regioni hanno ridotto il loro impegno e in particolare i finanziamenti, si assiste a un «progressivo spostamento di attenzione e di risorse dai compiti di conservazione, ricerca, educazione a un marketing territoriale nella gran parte dei casi indistinguibile da quello svolto da altri soggetti e in altri settori». Tuttavia la legge quadro rimane ancora efficace come garante della tenuta delle aree protette e nel mondo dei parchi «lavorano migliaia di persone incaricate di vigilare sul rispetto delle normative, oltre che di molte altre funzioni: la ricerca, la formazione, l’educazione ambientale, la promozione e il sostegno di forme di attività economiche a basso impatto». Quando gli enti gestori delle aree protette tendono a tradire la loro missione istituzionale «rischiano di suscitare reazioni da parte delle autorità di controllo ma soprattutto da parte dell’opinione pubblica».

L’attuazione del regolamento europeo sul ripristino della natura, noto come Nature Restoration Law, approvato dal Consiglio dell’Unione europea lo scorso 17 giugno, potrebbe essere l’occasione per riconsiderare la necessità di una politica nazionale che valorizzi adeguatamente il ruolo delle aree protette nel perseguire obiettivi generali, considerandole come una rete e non solo come singole entità.

di Massimo Leone

Luigi Piccioni, Parchi naturali Storia delle aree protette in Italia, Il Mulino, Bologna 2023, 202 pagine.

Immagine in evidenza: Locandina della presentazione di Parchi naturali, in occasione di Libridamare a Sperlonga 2024.

Sulla vicenda del Parco Nazionale del Circeo, segnalo anche Dove c’era la palude, di Sergio Zerunian https://viaitri.blog/2023/04/01/dove-cera-la-palude/

Sull’istituzione dei primi parchi nazionali in Italia e sulle loro vicende nel ventennio fascista, è molto interessante il libro di Marco Armiero, Roberta Biasillo, Wiko Graf von Hardenberg, La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo

Violenza invisibile – Anatomia dei disastri ambientali

Adriano Zamperini insegna Psicologia della violenza, Psicologia del disagio sociale e Relazioni interpersonali presso l’Università di Padova, dove dirige il master in Sicurezza urbana e contrasto alla violenza. Nel 2021 ha pubblicato con Marialuisa Menegatto, presso Padova University Press, Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, frutto di tre anni ad ascoltare le persone che vivono nella zona rossa, formata dai comuni più gravemente inquinati dagli Pfas in Veneto.

Proprio l’inquinamento delle acque causato dall’uso industriale delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) rappresenta per l’Autore un esempio di violenza invisibile. Zamperini riprende il concetto di slow violence, coniato negli Stati Uniti da Rob Nixon, «per indicare una violenza che si manifesta gradualmente, capace di produrre un disastro ritardato che si disperde nel tempo e nello spazio. E sovente nemmeno percepita come tale». Rientrano in questa tipologia di violenza le contaminazioni ambientali invisibili, come «una sostanza o una forma di energia interdetta alla percezione». È questo il caso delle radiazioni ionizzanti e di molte sostanze chimiche.

Zamperini descrive le strategie messe in atto dai perpetratori delle violenze invisibili, per renderle socialmente accettabili più a lungo possibile. Rientra in tali strategie la «costruzione sociale dell’ignoranza», ovvero la «selezione, manipolazione e distribuzione di particolari dati al fine di diffondere non solo l’ignoranza quale assenza di sapere, ma pure disinformazione, confusione e incertezza». Un caso esemplare descritto nel libro è quello dell’amianto, con il ruolo svolto in particolare negli USA dalla Asbestos Information Association. Questa organizzazione, legata alle industrie del settore, per decenni diffuse pubblicazioni che minimizzavano i pericoli connessi all’uso dell’amianto e ostacolò l’approvazione di norme restrittive. In Italia fu protagonista di attività analoghe la multinazionale Eternit.

Lo strumento di autodifesa utilizzato da alcune comunità colpite dalla violenza invisibile è l’epidemiologia popolare, espressione coniata da Phil Brown negli anni ’80 «per descrivere le iniziative delle donne della classe operaia che andavano di casa in casa esaminando l’incidenza di malattie familiari nei quartieri di residenza».

Il libro si chiude con l’esortazione a costituire «un’alleanza tra cittadini e ricercatori che consente di andare oltre la mentalità incentrata sull’interesse privato … Per raggiungere una responsabilizzazione pubblica, e rafforzando così il diritto umano a un’esistenza sicura e giusta

di Massimo Leone

Adriano Zamperini, Violenza invisibile – Anatomia dei disastri ambientali, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2023

Pubblicato su Qualità, n. 3, 2024

Io, morto per dovere

Dieci anni fa, nel 2014, moriva a causa di un linfoma il sostituto commissario di polizia Roberto Mancini. Nel 2015 gli veniva conferita la Medaglia d’oro al Valor civilePer essersi prodigato, nell’ambito della lotta alle ecomafie (…), nell’attività investigativa per l’individuazione, nel territorio campano, di siti inquinati da rifiuti tossici illecitamente smaltiti. L’abnegazione e l’incessante impegno profuso, per molti anni, nello svolgimento delle indagini gli causavano una grave patologia che ne determinava prematuramente la morte”.

Nato a Roma nel 1961, Mancini frequenta negli anni’70 il liceo classico Augusto, dove partecipa attivamente al “Collettivo Politico Augusto” e in seguito aderisce a Democrazia Proletaria. Ricorda Enrico Fontana che «A volte era spietato, stronzo, rigido e capoccione. Erano i suoi unici difetti. Per il resto era una personalità gioiosa, esilarante e intelligente».

Terminate le scuole superiori, Roberto sorprende la madre e gli amici annunciando che ha deciso di arruolarsi nella Polizia. Poco dopo il giuramento viene destinato al Ucigos – Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali – presso il Ministero dell’interno, dove viene presto identificato come il poliziotto con il manifesto sotto il braccio. Dopo essere stato destinato a varie sedi in Toscana e Umbria, alla metà degli anni ’80 torna a Roma, presso la Criminalpol.

Ottimo investigatore, Roberto Mancini ha un ruolo importante nella cattura di diversi latitanti appartenenti alla criminalità organizzata, tra cui Angelo Moccia, leader della Nuova famiglia, gli antagonisti della Nuova Camorra Organizzata guidata da Raffaele Cutolo. Moccia viene arrestato sul suo yacht a Gaeta, a seguito di indagini condotte nel Lazio meridionale alle quali Mancini dà un contributo determinante, agendo anche da infiltrato.

Roberto Mancini conduce l’indagine che porterà nel 1994 alla chiusura, quarantotto ore prima dell’apertura degli sportelli, della Banca Industriale del Lazio di Cassino. Dei 25 miliardi di cui è composto il capitale sociale della banca, seicento milioni sono stati sottoscritti dall’avvocato Cipriano Chianese, altrettanti da sua sorella e sua moglie. Dalle indagini risulta che le tre società finanziarie che hanno ampie quote della nascente banca si sono sviluppate negli anni in cui «le formazioni camorristiche del napoletano e del casertano facevano il loro ingresso nel business del traffico dei rifiuti».

Al centro di quel traffico c’è proprio l’avvocato Chianese, che mantiene rapporti con esponenti di primissimo piano della camorra, come Francesco Bidognetti, importanti imprese come quella che inviano alle discariche campane i rifiuti industriali provenienti dall’Acna di Cengio, dall’Italsider di Taranto e dalla centrale Enel di Brindisi, generali dei Carabinieri come Domenico Cagnazzo e del Corpo Forestale dello Stato come Cesare Patrone, finanzieri come Ennio Doris.

Nonostante l’informativa prodotta da Roberto Mancini e inviata alla Procura di Napoli con la firma del suo dirigente Nicola Cavaliere nel 1996, Chianese può continuare le sue attività illecite fino al 2006, quando viene arrestato. Nel 1996 si candida anche alla Camera dei Deputati nella lista di Forza Italia ma non viene eletto. Nel 2011 la magistratura riapre l’informativa del ’96 e chiede a Mancini di svolgere nuove indagini (che lui porta a termine nonostante fosse sia già gravemente malato) i cui risultati sono condensati nella nuova informativa consegnata nel 2013.

Dopo aver collaborato presso la Camera dei Deputati con la Commissione bicamerale d’indagine sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Massimo Scalia, dal 1997 al 2001, Mancini negli ultimi anni della sua vita presta servizio presso il commissariato del quartiere di San Lorenzo, a Roma, mentre lotta con la malattia che lo ha colpito. A San Lorenzo il sostituto commissario, grazie alla sua sensibilità per i problemi sociali, svolge spesso un ruolo di mediazione nella gestione di sgomberi abitazioni occupate. A seguito di un improvviso riacutizzarsi della malattia, Roberto Mancini si spegne a Perugia il 30 aprile del 2014.

Nel 2016 gli viene dedicata la sala teatro dell’Istituto Comprensivo Falcone e Borsellino, in via Giovanni da Procida a Roma. La sua vita ha ispirato la miniserie televisiva Io non mi arrendo, con Giuseppe Fiorello, trasmessa dalla RAI nel 2016.

Cipriano Chianese è stato condannato in via definitiva nel 2021 a diciotto anni di reclusione per associazione camorristica e inquinamento di acque, in relazione alle attività della discarica Resit di Giugliano in Campania. Nel 2013 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la confisca dei suoi beni, tra cui un complesso alberghiero a Formia e una villa a Sperlonga. Dopo più di dieci anni dalla confisca questi beni, di grande valore anche simbolico, rimangono ancora inutilizzati.

di Massimo Leone

Luca Ferrari, Nello Trocchia, Io, morto per dovere, con prefazione di Giuseppe Fiorello e un contributo di Monika Dobrowolska Mancini, Chiarelettere editore, 2016.

Immagine in evidenza: La villa confiscata a Cipriano Chianese, a Sperlonga; fonte https://www.latina24ore.it/latina/20943/camorra-sequestrate-ville-di-lusso-a-sperlonga/

La Corte di Cassazione ha confermato nel 2024 la confisca della villa di Cipriano Chianese a Sperlonga https://www.temporeale.info/157118/argomenti/cronaca/sperlonga-confermato-provvedimento-di-confisca-della-villa-di-cipriano-chianese.html

Gaeta grottesca

Elvio Fachinelli,  psichiatra, psicoanalista, pedagogista e attivista italiano, come lo definisce Wikipedia, dal 1963 al 1989 raccolse aneddoti, osservazioni e aforismi in un diario che portava il titolo di Grottesche.

Nel mese di giugno del 1974 annotò questo schizzo di Gaeta:

A Gaeta: la città vecchia diroccata, sovrastata dalla rocca borbonica, ora prigione militare, parti di essa abbandonate, dopo i bombardamenti; davanti un ristorante «d’epoca» intitolato al «Re Borbone». Strade disselciate, polvere. Sulla soglia di antri si affacciano vecchi, donne grasse e bambini.

Sul lungomare davanti alla città nuova, alla stessa ora, la passeggiata prima di cena. Giovani molto curati, con un’eleganza da manichini. Portano jeans, ma senza noncuranza. Anzi con una cura minuziosa dell’aspetto, della figura. La novità del vestito è importata da fuori e innestata su un modello vecchio di «bella figura» piccolo-borghese. Doppia dipendenza: dal modello esterno e da quello locale vecchio.

Ogni tanto, come ombre, accanto a loro, diversi anche nel passo, vecchi operai o contadini, in tutto «fuori moda».

E le famiglie: gli uomini con lo sguardo assente, si direbbe, le donne invece mobilitate a guardare intorno come per una «boccata d’aria».

I rivoluzionari, forse si indovinano da una minore cura del vestito, da una reale trasandatezza. Ma, nel ricordo, li vedo vittime di un’altra dipendenza verso l’esterno, quella per cui si farebbero cultura e politica altrove, nel Nord. Sanno tutto del nord e niente di se stessi.

Massimo Leone

Elvio Fachinelli, Grottesche – Notizie, racconti, apparizioni, a cura di Dario Borso, Piccola Biblioteca di Letteratura Inutile, Italo Svevo, Trieste-Roma, 2019.

L’impegno di vivere – Pagine in ricordo di Tommaso Padoa Schioppa

Franco Continolo cita questo passo di Tommaso Padoa Schioppa (dal libro La veduta corta) nel discorso preparato per il settantesimo compleanno dell’amico, che non gli fu possibile pronunciare:

tenere in ordine la casa nazionale è [secondo la teoria della “casa in ordine” n.d.r.] la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia un ordine internazionale. Nelle sedi internazionali non si deve dunque decidere alcunché in comune; ci si deve soltanto informare, ed eventualmente, esortare, reciprocamente. […] La dottrina della casa in ordine è congeniale a un paese [la Germania] che ha deciso di non dare più lezioni al mondo e vuole solo essere un allievo modello nell’economia e nella politica. Nello stesso tempo, però, in questa idea s’insinua il pericolo di un nuovo nazionalismo, che per analogia con il nazionalsocialismo, chiamerei nazional-liberalismo. La Prima guerra mondiale fa cadere l’illusione che, se le frontiere degli stati coincidessero con i confini delle nazioni, ci sarebbe la pace. L’Ordoliberalismo si culla in un’illusione dello stesso tipo; se ogni Stato facesse propri il mercato e la democrazia (non più la nazione), l’ordine regnerebbe nel mondo.

«Sono parole» commenta Continolo «che suonano come una presa di posizione contro chi, avverso a forme vere di sovranazionalità, alimenta l’illusione che basti riportare in equilibrio i conti pubblici e fare le riforme per garantire la stabilità dell’Eurozona.»

Ricorda Jacques Delors come Tommaso Padoa Schioppa avesse ben chiaro che «L’unico modo di ritrovare una sovranità è di condividerla e ricomporla a un livello coerente con la dimensione dei problemi comuni da risolvere.» Da discepolo di Altiero Spinelli, Padoa Schioppa disse a proposito dell’idea federalista:

Se un giorno ci sarà o meno una federazione europea, non ci è dato di saperlo. Sappiamo solo che questo è auspicabile, che il futuro è aperto, che l’unione politica dell’Europa è possibile, che la sua realizzazione dipende anche da noi, e che senza di essa la nostra democrazia rimarrà incompiuta.

Carlo Azeglio Ciampi ricorda, nel suo discorso commemorativo tenuto nel 2011 presso l’Università Bocconi, che Padoa Schioppa era:

esemplare espressione di quella borghesia colta, illuminata, laboriosa, consapevole delle proprie responsabilità sociali e per questo capace di una visione non angusta del proprio ruolo. In breve, erede diretto di quella classe dirigente che aspirava e seppe operare per fare dell’Italia, fin dalla sua unificazione politica, un Paese economicamente sviluppato e socialmente progredito, a pieno titolo incluso nel novero delle nazioni più avanzate. Una classe dirigente che professava la sobrietà come religione civile, osservante di un’etica severa.

Questo carattere emerge anche nella vicenda rievocata da Romano Prodi, sempre in occasione della commemorazione presso l’Università Bocconi:

La tempesta mediatica … particolarmente violenta allorché TPS aveva, con voluta ingenuità, osato sottolineare “la bellezza del contribuire, ciascuno con le proprie capacità, alle spese necessarie per il bene comune”. Pochi giorni fa ho rivisto e voluto rivedere sugli schermi televisivi questa sua dichiarazione e mi sono ancora sorpreso che queste parole di altissimo valore civile possano essere state oggetto di ironia e disprezzo. Debbo purtroppo concludere che questo non può che essere la conseguenza di un degrado del costume etico e democratico della nostra Italia, che peraltro era la sua dominante preoccupazione anche nei lunghi incontri che abbiamo avuto nelle settimane precedenti la sua morte.

Non è un caso se proprio a Tommaso Padoa Schioppa si è voluta contrapporre la demagogia della Presidente del Consiglio nazionalista in carica, quando ha affermato «Non penso che le tasse siano una cosa bellissima. Sono una bella cosa le donazioni, non i prelievi imposti per legge.»

Dobbiamo ricordare che l’unione politica dell’Europa è auspicabile e possibile, anche se in questo momento non appare probabile, ora che siamo chiamati ad eleggere la nuova legislatura del Parlamento Europeo. Il primo fondamentale criterio di scelta deve essere non votare le forze politiche nazionaliste.

Di Massimo Leone

I brani citati sono tratti dal libro confezionato con molta cura da Silvia Dionisi, Lucilla Lucchese e Arianna Ballabene:

L’impegno di vivere – Pagine in ricordo di Tommaso Padoa Schioppa, a cura di Costanza, Caterina e Camillo Padoa Schioppa, L’Altracittà Media e Arti, Roma, 2020.

Nel segno di Cambellotti – Virgilio Retrosi artista e artigiano

Si può visitare fino al 2 giugno 2024, presso la Casina delle Civette di Villa Torlonia a Roma, la mostra Nel segno di Cambellotti – Virginio Retrosi artista e artigiano https://www.museivillatorlonia.it/it/mostra-evento/nel-segno-di-cambellotti-virgilio-retrosi-artista-e-artigiano

Virginio Retrosi (Roma 1892-1975), amico e allievo di Duilio Cambellotti, ha svolto la sua attività artistica prevalentemente come ceramista e illustratore. Da illustratore collaborò a lungo con l’Ente Nazionale Italiano per il Turismo.

Sono esposti nella mostra presso la Casina delle Civette i disegni preparatori del 1939, appartenenti oggi a una collezione privata, di ceramiche dedicate a paesi della provincia di Latina: Gaeta, Priverno, Minturno, Itri, Sezze, Sermoneta, Fondi, Norma e San Felice Circeo. Risale invece agli anni ’50 il bozzetto di un manifesto volto a promuovere Le spiagge dell’oblio e dell’amore fra Napoli e Roma: Minturno, Scauri, Formia, Gaeta, Serapo.

La mostra dell’artista poliedrico, attento osservatore, sperimentatore di tecniche, materiali e soggetti, è allestita nel museo dedicato alle arti decorative all’interno di Villa Torlonia, dove si possono ammirare tra l’altro vetrate disegnate da Cambellotti e Paschetto.

di Massimo Leone

Gloria Raimondi, Gaia Dammacco (a cura di), Nel segno di Cambellotti – Virgilio Retrosi artista e artigiano, Gangemi Editore, Roma, 2023.

L’immagine in evidenza è la scansione di una pagina del libro, catalogo della mostra.

L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata.

«Aggiungerei un’altra componente che ha una lunga incubazione e che si espresse soprattutto in importanti manifestazioni culturali, mi riferisco alla rottura dell’ordine gerarchico nella sfera privata, alla contestazione dell’autorità che passa dalla liberazione sessuale, al rifiuto della cultura e della scienza trasmessa dall’alto, alla messa in discussione dei rapporti nella famiglia. Insomma tutta la componente culturale, che ha come riferimento principale Marcuse ed è racchiusa nella parola “contestazione“, in cui ci si riconosceva come generazione» dice Maria Luisa Boccia parlando delle componenti fondamentali che diedero origine ai movimenti del ’68, nell’intervista raccolta da Pino Santarelli in Io c’ero.

Secondo Rossana Rossanda, Marcuse «spostava il soggetto dalla classe operaia, in nome della quale continuavano a parlare i tiepidi partiti della sinistra, a un soggetto non più proletario e progressista ma marginalizzato e antisviluppista; gli studenti se ne sentivano fratelli, massa acculturata e deprezzata che non poteva né desiderava diventare la nuova leva dirigente dell’ordine dato.»

Il libro più noto e forse più influente di Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensioneL’ideologia della società industriale avanzata, era uscito in inglese a Boston nel 1964, mentre Giulio Einaudi Editore aveva pubblicato la traduzione italiana (a cura di Luciano Gallino e Tilde Gianni Gallino) nel 1967.

Scriveva Marcuse nell’introduzione:

«L’analisi è centrata sulla società industriale avanzata, in cui l’apparato tecnico di produzione e distribuzione (con un settore sempre più ampio in cui predomina l’automazione) funziona non come la somma di semplici strumenti, che possono essere isolati nei loro effetti sociali e politici, ma piuttosto come un sistema che determina a priori il prodotto dell’apparato non meno che le operazioni necessarie per alimentarlo ed espanderlo. In questa società l’apparato produttivo tende a divenire totalitario nella misura in cui determina non soltanto le occupazioni, le abilità e gli atteggiamenti socialmente richiesti, ma anche i bisogni e le aspirazioni individuali. In tal modo esso dissolve l”opposizione tra esistenza privata ed esistenza pubblica, tra i bisogni individuali e quelli sociali. La tecnologia serve per istituire nuove forme di controllo sociale e di coesione sociale, più efficaci e più piacevoli. La tendenza totalitaria di questi controlli sembra affermarsi in un altro senso ancora – diffondendosi nelle aree meno sviluppate e persino nelle aree preindustriali del mondo, creando aspetti simili nello sviluppo del capitalismo e del comunismo.

Di fronte ai tratti totalitari di questa società, la nozione tradizionale della «neutralità» della tecnologia non può più essere sostenuta. La tecnologia come tale non può essere isolata dall’uso cui è adibita; la società tecnologica è un sistema di dominio che prende ad operare sin dal momento in cui le tecniche sono concepite ed elaborate.»

Contro questo sistema totalitario era rivolta la contestazione menzionata da Maria Luisa Boccia.

Nato da una famiglia ebraica, socialista, costretto a fuggire dalla Germania nel 1933, Marcuse non usava certo con leggerezza il termine “totalitarismo”. Nel capitolo I di L’uomo a una dimensione il sociologo sosteneva che:

«In virtù del modo in cui ha organizzato la propria base tecnologica, la società industriale contemporanea tende ad essere totalitaria. Il termine «totalitario», infatti, non si applica soltanto a una organizzazione politica terroristica della società, ma anche a una organizzazione economico tecnica, non terroristica, che opera la manipolazione dei bisogni da parte degli interessi costituiti. Essa preclude per tal via l’emergere di una opposizione efficace contro l’insieme del sistema. Non soltanto una forma specifica di governo o di dominio partitico producono il totalitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e di distribuzione, sistema che può essere benissimo compatibile con un un «pluralismo» di partiti, di giornali, di «poteri controbilanciantisi» ecc.»

Le difficoltà evidenti in tutto il mondo all’«emergere di una opposizione efficace contro l’insieme del sistema» mi fanno pensare che, a sessanta anni dalla sua pubblicazione, l’opera più nota di Herbert Marcuse abbia ancora qualcosa da dirci.

di Massimo Leone

Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione – L’ideologia della società industriale avanzata, traduzione di Luciano Gallino e Tilde Gianni Gallino, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1967 (diciassettesima edizione, 1977).

La citazione di Maria Luisa Boccia è tratta da: Pino Santarelli, Io c’ero – Dal Luglio ’60 al crollo del Muro: i comunisti romani si raccontano, Bordeaux, Roma, 2023.

La citazione di Rossana Rossanda è tratta da: Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2005.

Le sbarre non fermano i pensieri

Annamaria Repichini nasce a Trastevere nel 1951, nell’ex caserma Lamarmora. Una stanza è l’unica camera da letto della della sua famiglia, il locale attiguo funge da cucina, sala da pranzo e laboratorio da ciabattino di Santino, suo padre. A Trastevere, nel dopoguerra, le migliori clienti di Santino sono le prostitute, che «usuravano parecchio le scarpe e pagavano con tranquillità». 

Nel 1955 la famiglia di Annamaria ottiene una casa popolare ad Acilia, appena costruita. La casa è bella, i dintorni pieni di papaveri fioriti, ma Santino perde il lavoro: nel nuovo quartiere dormitorio non ha clienti. L’inverno del 1956 è particolarmente freddo, colpito da una polmonite Santino in pochi giorni muore (i suoi polmoni molto probabilmente erano già provati dalle sostanze inalate lavorando). Inizia per Annamaria un periodo difficile.

Con molto impegno Annamaria riesce a terminare le scuole medie, si iscrive a un corso di figurinista che deve lasciare per impegni familiari, infine trova lavoro alla Standa. Segna la sua vita l’incontro, a diciotto anni, con un personaggio definito «fascinoso e ambiguo» nella quarta di copertina, Francesco Arancio, elegante italo-tunisino di quindici anni maggiore, di cui dieci trascorsi in carcere per una condanna ingiusta. Va a vivere con Francesco, superando la contrarietà dei sui familiari, lo sposa e conduce con lui una vita intensa e avventurosa, intraprende diverse attività spesso al confine tra lecito e illecito, ha una figlia (Sonia), si sposta tra diversi quartieri di Roma: Centocelle, Torre Angela, La Rustica, Flaminio, Tor Bella Monaca.

Proprio a Tor Bella Monaca, Sonia conosce Massimiliano, dopo due anni i giovani si sposano e hanno un figlio. Massimiliano non era il marito che i genitori potevano sognare per la figlia, «Viveva di lavoretti saltuari, sempre precari e mal pagati, arrotondava con affari di dubbia legalità.» Ma, racconta Annamaria, «in fondo, mia figlia con lui aveva trovato la possibilità di costruire qualche cosa.» Con l’aiuto dei genitori di Sonia, la giovane famiglia riesce comunque a trovare un equilibrio.

I guai veri iniziano quando «grazie alle amicizie di Franco» Massimiliano «trovò un vero lavoro, stabile, con uno stipendio buono».

«Proprio questa sicurezza, provocò una serie di decisioni sbagliate, a catena. Lui non era né cattivo né stupido, solo che era la prima volta, nella sua vita, che aveva uno stipendio di quel tipo. Cascò nelle trappole delle finanziarie: volle comprare una casa e fece un mutuo, fece acquisti indebitandosi … le cose gli sfuggirono di mano e a quel punto la famiglia si trovava in difficoltà, in modo ben più serio di prima.

Nel periodo precedente viveva una situazione in cui si poteva raggirare o essere raggirati, truffare o essere truffati, rubare o essere derubati, ma erano danni relativi e facevano parte delle cose che si dovevano sapere per sopravvivere. … erano comunque danni limitati e rischi calcolati; ora invece si trovava in una situazione in cui c’erano truffe e trappole (perfettamente legali!) alle quali non era per nulla preparato e da cui non sapeva difendersi.»

Le tensioni dovute alla nuova situazione mandano definitivamente in crisi, dopo ventitré anni, il matrimonio con Franco. Da Sonia e Massimiliano nascono tre figli, il maggiore, Tiziano, rende bisnonna Annamaria, che cerca di aiutare in ogni modo la famiglia di sua figlia, ma non valuta bene la portata delle proprie azioni e finisce in carcere a sessantaquattro anni.

Donna forte e generosa, nel carcere diventa un punto di riferimento tanto che la direttrice chiede il suo aiuto in situazioni particolarmente delicate. A Rebibbia trova anche il modo di prendersi cura di sé, come non aveva potuto mai fare da quando era stata costretta ad abbandonare la scuola: recita in teatro, si cimenta nella scrittura e nella sceneggiatura, pubblica testi su Noi donne e in libri collettivi, partecipa al progetto “L’evasione possibile” del Centro Sociale Evangelico Valdese di Firenze, finanziato con il contributo dei fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese, da cui è nato questo libro.

Annamaria è tornata a occuparsi della famiglia, da quando ha scontato ai domiciliari per motivi di salute l’ultima parte della pena detentiva, e sta lavorando a una biografia di Francesco Arancio.

Le sbarre non fermano i pensieri è un libro piacevole alla lettura, frutto di un complesso lavoro collettivo che ne costituisce sicuramente un motivo di interesse, ma è importante anche per i contenuti, come scrive nella prefazione Patrizia Barbanotti. Si tratta infatti di un racconto, da un punto di vista non convenzionale, dell’Italia del boom economico, delle trasformazioni della città di Roma, dei cambiamenti nei valori (dall’emancipazione delle donne all’imposizione di nuovi stereotipi), degli effetti delle politiche sociali e per la casa.

Nella prefazione Patrizia Barbanotti sottolinea anche la centralità con la quale si presenta nel libro il tema della giustizia, dalle ingiustizie sociali subite dall’autrice, a come una condanna ingiusta abbia segnato la vita di Francesco Arancio, ai torti subiti dai carcerati (che hanno come conseguenza anche tante morti troppo precoci).

Da sempre opto per la Chiesa Valdese nell’attribuzione dell’otto per mille, sono molto contento di aver contribuito a finanziare progetti come quello che ha sostenuto la realizzazione di Le sbarre non fermano i pensieri.

di Massimo Leone

Annamaria Repichini, Le sbarre non fermano i pensieri, Contrabbandiera Editrice, Firenze, 2023. A cura di Patrizia Barbanotti, Postfazione di Paola Ortensi.

Nella foto Annamaria Repichini (prima a destra sul divano) presenta Le sbarre non fermano i pensieri presso la libreria L’Altracittà a Roma, l’11 marzo 2023, con Patrizia Barbanotti e Paola Ortensi, redattrice di Noi Donne.

La convivialità

Nel 1973 Ivan Illich pubblicava La convivialità. Nella quarta di copertina dell’edizione negli Oscar Mondadori l’autore era presentato così: Ivan Illich (Vienna 1926) ha compiuto studi di cristallografia, storia e filosofia e, dopo aver lavorato a New York e diretto l’Università Cattolica di Porto Rico, ha fondato a Cuernavaca il Cidoc. Tra le sue opere ricordiamo: «Descolarizzare la società» (1972) e «La nemesi medica» (1977).

Scrive Illich nell’introduzione al libro:

«Se vogliamo poter dire qualcosa sul mondo del futuro, disegnare i contorni di una società a venire che non sia iper-industriale, dobbiamo riconoscere l’esistenza di scale e limiti naturali. L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni; fragile e complesso non oltrepassa certi limiti. Esistono delle soglie che non si possono superare. La macchina non ha soppresso la schiavitù umana, ma le ha dato una diversa configurazione. Infatti, superato il limite, lo strumento da servitore diventa despota. Oltrepassata la soglia, la società diventa scuola, ospedale, prigione, e comincia la grande reclusione. Occorre individuare esattamente dove si trova, per ogni componente dell’equilibrio globale, questo limiti critico. Sarà allora possibile articolare in modo nuovo la millenaria triade dell’uomo, dello strumento e della società. Chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservata a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.»

Nel 1972 il Club di Roma aveva pubblicato il rapporto pubblicato in Italia con il titolo I limiti dello sviluppo, che lanciava un allarme riguardo alle conseguenze che la crescita economica poteva avere sull’ambiente globale (https://viaitri.blog/2022/09/18/i-limiti-dello-sviluppo/). Ivan Illich sosteneva che la crescita dell’economia, e in particolare del consumo di energia, oltre una certa soglia provocava inevitabilmente l’aumento inaccettabile della disuguaglianza e la diminuzione della libertà.

di Massimo Leone

Ivan Illich, La convivialità, traduzione di Maurizio Cucchi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1974. Prima edizione Oscar Saggi Mondadori, 1978.

Una sintesi efficace del pensiero di Ivan Illich si può leggere in: Vincenzo Rosito, Ivan Illich – Descolarizzazione, Iatrogenesi, Vernacolare, Convivialità, Pervertimento, DeriveApprodi, Roma, 2022.

Saggi di Ivan Illich sulla crisi ecologica, sul lavoro e sull’energia sono raccolti in Beyond Economics and Ecology – The Radical Thought of Ivan Illich, a cura di Sajay Samuel, Marion Boyars Publishers, London, 2013.