Storia del Movimento di Comunità

Il saggio di Giuseppe Iglieri, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che ricostruisce un’esperienza originale e significativa di attività politica nel secondo dopoguerra, può stimolare utili riflessioni nella fase attuale di crisi della democrazia.

Vogliamo però segnalare in particolare le pagine dedicate alla vicenda del Movimento di Comunità a Terracina, ricostruite consultando fonti archivistiche e con interviste ai fratelli Gabriele e Giorgio Panizzi.

Il Centro Comunitario di Terracina rappresenta, secondo Iglieri, l’esperienza di Comunità più innovativa nell’Italia centro-meridionale. Fu peculiare di questa esperienza la capacità di coinvolgere le giovani generazioni e le fasce sociali più deboli.

La vicenda del Movimento di Comunità a Terracina inizia nel 1952, quando un gruppo di giovani prendono contatti con Umberto Serafini, ottiene un forte impulso dalla visita di Adriano Olivetti nel 1955, e raggiunge nel 1956 il traguardo di eleggere un consigliere comunale.

Nel 1957 si sviluppa l’attività più interessante del movimento a Terracina, l’indagine sociale che prende in esame diversi temi, come la propensione alla lettura dei cittadini, la crisi della vitivinicultura, le potenzialità turistiche del territorio. L’azione amministrativa del consigliere comunale Gabriele Panizzi riguarderà particolarmente il piano regolatore del comune.

Il centro di Terracina non trascurò le vicende nazionali del Movimento. Nel 1958 gli iscritti di Terracina approvarono infatti un documento che criticava la scelta di partecipare alle elezioni politiche senza cercare convergenze con altre forze politiche progressiste e successivamente espressero il proprio dissenso verso il voto di fiducia conferito da Olivetti, in qualità di deputato, al governo Fanfani.

Nell’introduzione al libro Iglieri scrive, a proposito degli incontri con i fratelli Panizzi e con Franco Ferrrarotti, che “La rilevanza di questi due incontri è tale da prefigurare una futura raccolta e pubblicazione delle risultanti in lavori all’uopo dedicati”. Speriamo che questi lavori vedano presto la luce.

Storia del Movimento di Comunità, di Giuseppe Iglieri, Edizioni di Comunità, 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 38, dicembre 2019

Spezzare le catene. Un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato.

Città Nuova Editrice ha pubblicato una raccolta di testi elaborati da importanti testi­moni del caporalato in agricoltura, che contiene anche importanti riflessioni sui primi risultati della legge n. 199 del 2016, Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retri­butivo nel settore agricolo, dopo tre anni dall’approvazione.

Toni Mira, racconta nel suo contributo (Cosa ho visto) alcune delle storie più significa­tive incontrate nella sua attività di giornalista di inchiesta e inviato del quotidiano `Avvenire’. Jean Renè Bilongo, sindacalista della Flai-Cgil originario del Camerun, nel capitolo Il cammino del riscatto descrive i conflitti che hanno visti impegnati i lalavoratori delle campagne, per migliorare le condizioni di vita e di lavoro. Giuseppe Gat­ti, magistrato impegnato presso la Procura Nazionale Antimafia di Bari, racconta nel contributo Di fronte all’indicibile la sua esperienza di Pubblico ministero in provincia di Foggia e condivide le sue riflessioni su come si può condurre in modo più incisivo la lotta al caporalato sul terreno giudiziario. Carlo Cefaloni, redattore della rivista Città nuova, conclude la raccolta con un capitolo dal titolo Cambiare lo sguardo, che de­scrive le principali iniziative di contrasto al caporalato e al lavoro irregolare in agricol­tura, da parte delle istituzioni, dei sindacati, delle associazioni e delle imprese.

Le vicende del Lazio Meridionale ricorrono più volte nel libro. Toni Mira dedica am­pio spazio ai lavoratori indiani dell’Agro Pontino, come Balbir Nikah Singh, che ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia (primo in Italia) dopo avere rotto l’omertà denunciando ai carabinieri l’imprenditore che lo sfruttava e minacciava. Si sofferma in particolare sulle vessazioni subite dalle lavoratrici la testimonianza di Gurmurkh Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio.

Jean Renè Bilongo dedica alcune pagine alla mobilitazione dei lavoratori sikh nell’Agro Pontino, sostenuti dal sindacato Flai-Cgil e dalla cooperativa In Migrazione, emersa per la prima volta con l’importante manifestazione del 18 aprile 2016 a Latina. Il percorso di riscatto dei 30.000 sikh che vivono e lavorano nell’Agro, racconta Bi­longo, ha il suo epicentro nel Tempio Gurdwara di Sabaudia, che ospita le assemblee sindacali oltre a essere un punto di riferimento religioso.

Carlo Cefaloni prende in esame la filiera dei prodotti ortofrutticoli per evidenziare il meccanismo di formazione dei prezzi, dominato dalla forza della grande distribuzione, che contribuisce al dilagare del lavoro irregolare in agricoltura. In questo ambito dedi­ca qualche pagina al mercato ortofrutticolo MOF di Fondi e descrive il modo di opera­re di un anonimo commerciante all’ingrosso, che ha un ruolo di intermediazione tra i produttori e le centrali di acquisto della distribuzione organizzata. Questo argomento avrebbe forse meritato più spazio, ma il contributo di Cefaloni è dedicato soprattutto alle risposte, come la passata di pomodoro a marchio “Sfruttazero”, nata grazie a due associazioni pugliesi, e la Direttiva dell’Unione Europea Direttiva 2019/633 sulle pra­tiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera agricola e alimentare, che ha lo scopo tutelare le parti più deboli della filiera nei confronti della grande distribu­zione.

Giuseppe Gatti non parla del Lazio Meridionale, ma il suo contributo è ricco di prezio­se riflessioni su come contrastare in modo efficace il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura. Gatti sostiene che “sarebbe auspicabile la previsione di un meccanismo strutturato di collaborazione tra apparati inquirenti, prefetture, enti locali territoriali e associazioni di categoria … I1 punto fondamentale è quello di non lasciare il bracciante solo, prigioniero della paura di avere soltanto perso l’unica possibilità di lavoro che aveva. … In ogni caso, il contributo del lavoratore oggetto di sfruttamento deve essere pensato contestualmente a interventi di inclusione sociale e lavorativa che diano un segnale chiaro: la lotta allo sfruttamento lavorativo non toglie ma aumenta le possibilità occupazionali, perché potenzia la capacità occupazionale degli imprenditori onesti”.

Spezzare le catene. Un lavoro libero tra centri commerciali e caporalato, di Jean René Bilongo, Carlo Cefaloni, Giuseppe Gatti e Toni Mira. Prefazione di Gian Carlo Caselli, Città Nuova Editrice, Roma 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 38, dicembre 2019.

Museo Piana delle Orme (seconda edizione)

A sei anni dalla prima edizione, l’Associazione Museo Piana delle Orme ha pubblicato una versione aggiornata della guida al museo, necessaria perché le collezioni e le aree espositive continuano ad arricchirsi.

Alda Dalzini, direttrice del museo, ricorda nella presentazione la figura e gli intenti del fondatore Mariano De Pasquale, imprenditore agricolo giunto nell’agro Pontino dalla Sicilia, che dagli anni ’60 inizia ad “accumulare” macchinari agricoli in disuso, residuati bellici e altri oggetti con il sogno di realizzare un “Museo dove fossero eliminate tutte le barriere fisiche, sociali, intellettuali ed economiche. Un posto che non fosse solo uno spazio fisico a cui accedere, ma soprattutto uno spazio sociale, da frequentare e a cui partecipare abitualmente. Un luogo che si potesse esplorare in libertà con l’obiettivo di coinvolgere pubblici differenti: studenti, appassionati, collezionisti, specialisti, famiglie, anziani, adolescenti e bambini, ognuno con i suoi tempi, le due esigenze e modalità di fruizione.” Questo è oggi la Piana delle Orme.

La guida è articolata in capitoli che corrispondono alle aree espositive del museo: Giocattolo d’epoca e modellismo, Bonifica Pontina, Mezzi agricoli d’epoca, Vita nei campi, Deportazioni e internamento, Mezzi bellici d’epoca, da El Alamein a Messina e Salerno, la Battaglia di Cassino, lo Sbarco di Anzio, Polo Aeronavale.

Ogni capitolo descrive con molta cura il contenuto dei rispettivi padiglioni, con il supporto di numerose e suggestive fotografie, e contiene note dell’autore sugli avvenimenti evocati e sulla storia delle collezioni.

Il capitolo sul Polo Aeronavale rappresenta la principale novità contenuta nella seconda edizione della guida, con una serie di schede che illustrano le navi e gli aerei esposti nell’area di più recente realizzazione.  Le imbarcazioni esposte, ricorda Zaccheo, sono state donate al museo dalla Scuola Nautica e dal Settore Navale della Guardia di Finanza di Gaeta. Questo mette in evidenza come ormai il museo Piana delle Orme sia diventato un punto di riferimento per tutta il Lazio meridionale. Proprio a Gaeta, nei cantieri della Italcraft, è stata costruito il guardacoste G. 64 Darida.

La nuova edizione della guida è uno strumento molto importante sia per pianificare una visita alle collezioni, sia per interpretarle.

Anche se la guida non ne fa menzione, mi fa piacere ricordare che nell’area all’aperto situata tra i due padiglioni dedicati alla bonifica sono esposte alcune macchine per il movimento di terra e i lavori edili appartenute all’impresa edile di Mario Leone (mio padre).  Tra queste ritengo sia particolarmente interessante un escavatore a corda Fiorentini (che possiamo vedere nella foto di Marzio Marzot), azienda fondata a Roma dall’ingegnere Filippo Fiorentini, attiva dal 1919 al 1975, che realizzò nel 1937 il primo escavatore interamente progettato e prodotto in Italia.

Museo Piana delle Orme (seconda edizione), di Luigi Zaccheo, Associazione Museo Piana delle Orme, Latina 2019.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, anno XIX, n. 37, giugno 2019

Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche

L’associazione di promozione Tempi Moderni, presieduta dal sociologo Marco Omizzolo, ha pubblicato questo volume dedicato alle buone pratiche che favoriscono l’emancipazione dei migranti, per contrastare la polarizzazione che caratterizza il dibattito sulle migrazioni in Italia. Vediamo infatti rappresentate prevalentemente le posizioni di rifiuto dei migranti e quelle che presentano il migrante essenzialmente come vittima da commiserare “generando un processo di infantilizzazione ed esotizzazione. … Nei territori invece si possono cogliere delle importanti iniziative … aventi ad oggetto progetti di emancipazione ed autonomizzazione del migrante. Essi elaborano e custodiscono esperienze che possono condizionare positivamente il dibattito nazionale, contrastando la dicotomica retorica vigente e rappresentare l’occasione per restituire al migrante un legittimo protagonismo sociale, culturale ed economico.”

Uno dei contributi raccolti nel libro, di cui è autore lo stesso Marco Omizzolo, riguarda specificamente il Lazio Meridionale: “La comunità indiana in provincia di Latina tra sfruttamento lavorativo, nuova legge contro il caporalato e il ruolo essenziale dei servizi sociali: il caso del progetto Bella Farnia”.

Il contributo si apre con un inquadramento del caporalato in Italia, dal punto di vista giuridico e socioeconomico. Omizzolo fa presente che “Secondo il rapporto Agromafie e caporalato della Flai-Cgil, solo in Italia esiterebbero 450 mila lavoratori che ogni giorno subiscono varie forme di sfruttamento lavorativo e sottoposti a caporalato, di cui circa l’80% migranti”.

Il saggio racconta come si è formata la comunità punjabi in provincia di Latina e delinea le sue caratteristiche. Nata negli anni Ottanta nel Novecento con i primi punjabi arrivati direttamente dal Punjab (stato collocato nella porzione nord-occidentale dell’India) o da altri paesi europei, oggi essa conta circa 30.000 presenze, concentrate prevalentemente a Latina in località Bella Farnia, a San Felice Circeo nella frazione San Vito, a Borgo Hermada nel comune di Terracina e nelle aree periurbane a Fondi. I punjabi lavorano prevalentemente nell’agricoltura, come braccianti, in condizioni di grave sfruttamento. Omizzolo descrive le modalità con le quali i punjabi arrivano in provincia di Latina partendo dall’India, con un sistema illegale al quale partecipano caporali indiani, imprenditori italiani e una serie di figure che forniscono servizi (liberi professionisti, impiegati pubblici, agenzie). Una volta arrivati in Italia i punjabi, sottoposti al ricatto del licenziamento, devono spesso lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, con una paga di circa 4 euro l’ora. Essi inoltre devono subire altre vessazioni, come pratiche illegali per il rinnovo del permesso di soggiorno, buste paga false, truffe sul rinnovo dei documenti, salari pagati in ritardo, violenze, intimidazioni e ricatti sessuali per le lavoratrici.

Si inserisce in questo contesto il progetto Bella Farnia, ovvero l’organizzazione di un Centro Polifunzionale d’Informazione e Orientamento presso uno dei luoghi in cui si concentra la comunità punjabi pontina. Gli obiettivi specifici del progetto erano il miglioramento della conoscenza della lingua italiana e delle istituzioni locali, delle tutele garantite dal diritto del lavoro, dei diritti delle donne, delle modalità di accesso ai servizi del territorio; lo sviluppo di partnership con istituzioni e organizzazioni che svolgono un ruolo nei programmi in favore dei migranti; l’approfondimento della conoscenza dell’organizzazione sociale indiana e in particolare sikh e il suo monitoraggio.  Il progetto ha prodotto un impegno formale da parte della Questura di Latina a riconoscere i benefici previsto dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione (uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale) ai lavoratori che denunciano casi di sfruttamento, riduzione in schiavitù e caporalato. È stata ottenuta inoltre l’apertura di un tavolo di lavoro presso la Prefettura ed è aumentata la capacità della comunità di autorappresentarsi e di determinare autonomamente le proprie condizioni sociali e lavorative.

Nelle conclusioni Omizzolo fa presente che per superare lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura è necessario “ripensare il mondo del lavoro, ponendo al centro i diritti dei lavoratori da coniugare con le legittime aspettative delle imprese mediate da un sistema normativo e istituzionale adeguato per preparazione, capacità predittiva e repressiva. … Insieme a quest’impegno è indispensabile organizzare servizi sociali territoriali adeguati … Essi devono essere organizzati prescindendo da approcci amministrativo-burocratici o formali, ma riuscendo a coniugarli nel merito con le specifiche caratteristiche, esigenze, aspettative dei lavoratori …”

Migranti e diritti. Tra mutamento sociale e buone pratiche, a cura di Marco Omizzolo, Edizioni Simple, Macerata, 2017.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, anno XIX, n. 38, dicembre 2019.

Storia di un’estinzione.

Il ghiozzo di ruscello (Gobius nigricans) è un piccolo pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia dei Gobidi. La sua distribuzione è limitata ai corsi d’acqua del versante tirrenico, in Toscana, Umbria e Lazio. Si tratta di una specie molto sensibile all’inquinamento e ad altre alterazioni dell’ambiente, perché vive solo in piccoli corsi d’acqua limpidi e ben ossigenati, con fondale ciottoloso o ghiaioso.

In conseguenza della sua distribuzione molto limitata, il ghiozzo di ruscello è incluso nell’elenco delle “specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede l’istituzione di zone speciali di conservazione” (Allegato II) della Direttiva Habitat (92/43/CEE) e tra le specie protette secondo la Convenzione di Berna (Appendice III).

Nel 1984 il biologo Sergio Zerunian segnalò la presenza del ghiozzo di ruscello nel fiume Amaseno, che rappresentava il nuovo limite meridionale della sua distribuzione. Successivi studi evidenziarono che la popolazione dell’Amaseno (che era l’unica a sud del Tevere) presentava caratteristiche particolari, le quali potevano farla considerare una distinta sottospecie.

Già negli anni ’80 dello scorso secolo Zerunian aveva evidenziato alcune minacce che mettevano in discussione la sopravvivenza della popolazione di ghiozzo di ruscello nell’Amaseno: in particolare l’Amministrazione provinciale di Latina eseguiva ripopolamenti in favore dei pescatori sportivi utilizzando pesci catturati nella pianura Padana e in tal modo aveva immesso nell’Amaseno il ghiozzo padano (Padogobius martensii), che era in competizione con il ghiozzo di ruscello per i siti di riproduzione.

Nel 2006 il primo tratto del fiume Amaseno fu inserito dalla Commissione Europea nell’elenco dei Siti di Importanza Comunitaria della Regione Biogeografica Mediterranea (ai sensi della Direttiva Habitat), come esempio tra i pochi nel Lazio di corsi d’acqua ben conservati. La normativa italiana di recepimento della Direttiva Habitat (DPR n. 357/1997) assegna alle Regioni la responsabilità di gestire i Siti di Importanza Comunitaria. Già nel 1996 in uno studio finalizzato alla redazione della Carta ittica della Provincia di Latina era stata proposta l’istituzione di un’area protetta nell’alto corso dell’Amaseno.

Nel 2016 Zerunian scrisse un articolo nel quale rilevava gravi alterazione dell’habitat nell’alto Amaseno, che esponevano la popolazione di ghiozzo di ruscello a immediato rischio di estinzione: erano stati tagliati gli ontani che crescevano sulla sponda destra del fiume, veniva prelevata una quantità eccessiva di acqua per irrigare i campi coltivati a foraggio per le bufale, era stata realizzata una piccola centrale idroelettrica, senza che il progetto fosse preventivamente sottoposto a valutazione di incidenza ambientale (obbligatoria per i progetti che possono alterare i Siti di Importanza Comunitaria), infine un gregge di circa 150 capre aveva pascolato per diversi giorni indisturbato nell’alveo del fiume. L’autore inviò l’articolo agli enti interessati (comuni di Prossedi ed Amaseno, province di Latina e Frosinone, Agenzia Regionale per i Parchi della Regione Lazio) senza ottenere alcun riscontro.

Durante l’estate e la primavera del 2017 arrivò il colpo finale: durante un periodo particolarmente siccitoso gli allevatori di bufale prelevarono senza alcun controllo tutta l’acqua del fiume per irrigare le loro coltivazioni di foraggio, mandando completamente a secco il corso d’acqua. Nel mese di luglio del 2018 Zerunian, tornato a eseguire campionamenti in quattro stazioni del tratto alto dell’Amaseno, constatò la scomparsa del ghiozzo di ruscello. L’habitat fluviale risultava inoltre profondamente alterato, a causa dell’immissione di sostanze inquinanti provenienti diverse probabili fonti (allevamenti bufalini, scarichi di caseifici, acque reflue provenienti dall’abitato di Amaseno e da case sparse). L’inquinamento aveva causato la proliferazione di alghe filamentose che ricopivano il fondo del fiume, rendendolo non più idoneo alla riproduzione del ghiozzo di ruscello.

Questa vicenda, raccontata nel libro “Storia di un’estinzione”, mostra come sia stato possibile distruggere un habitat protetto da norme comunitarie e nazionali, senza alcun intervento da parte delle amministrazioni competenti (prima di tutto la Regione Lazio, responsabile della tutela dei Siti di Importanza Comunitaria nel territorio regionale, le provincie e ai comuni nel cui territorio ricade il Sito), dei Corpi di Polizia nazionali, provinciali e comunali e della magistratura.

Nelle conclusioni del libro l’autore ripropone l’istituzione di un’area naturale protetta che includa tutta la parte alta del fiume Amaseno, per tutelare e riqualificare l’ambiente anche con la reintroduzione del ghiozzo di ruscello (giovandosi del fatto che fortunatamente risulta estina anche la popolazione dell’antagonista alloctono ghiozzo padano). Una misura immediata per tutelare il Sito di Importanza Comunitaria “Fiume Amaseno (alto corso)” potrebbe essere affidare la sua gestione al Parco Regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi. Sembra infatti un’anomalia che sia affidata a questo ente la tutela del lago di Canterno, distante decine di chilometri, e non quella di un Sito incluso parzialmente in comuni che già fanno parte del Parco.

Storia di un’estinzione, di Sergio Zerunian, Ed. Belvedere, Latina 2018.

Pubblicato in “Annali del Lazio Meridionale”, Anno XIX, n. 37, giugno 2019.

Dalle mafie ai cittadini. La nuova vita dei beni confiscati alla criminalità.

La possibilità di confiscare i beni appartenenti a esponenti delle mafie è stata introdotta in Italia con la legge n. 646 del 1982, conosciuta come legge Rognoni-La Torre,mentre la legge 109 del 1996 ha introdotto l’uso sociale dei beni confiscati, attraverso l’affidamento alle associazioni e alle cooperative sociali.

Oggi, scrivono Mira e Turrisi, possiamo vedere <<terre che grondavano di sangue oggi danno buoni frutti, lavoro nero trasformato in lavoro pulito, ville dove si combinavano sporchi affari oggi luoghi di recupero di vite difficili. Sono i 782 soggetti del terzo settore che gestiscono questi beni …. Una bella Italia, cuore e intelligenza, fantasia e coraggio. Che piace>>. Far conoscere questa Italia, i suoi successi e le sue difficoltà, è lo scopo del loro libro.

Nessuna delle storie raccontate da Mira e Turrisi si svolge nel territorio del Lazio Meridionale, se lo identifichiamo con le province di Frosinone e Latina, benché secondo i dati pubblicati sul sito internet openRegio  (aggiornati a settembre 2018) risultano confiscati in provincia di Latina 455 immobili  e 48 aziende (di cui sono stati destinati solo 88 immobili e 4 aziende) mentre in provincia di Frosinone sono stati confiscati 229 immobili e 17 aziende (di cui risultano destinati rispettivamente 40 e 4). Può essere utile allora volgere lo sguardo verso la porzione del Latium Adiectum che ricade oggi nei confini amministrativi della Campania.

Un capitolo del libro, Beni matti, è dedicato a un’esperienza particolarmente avanzata che si svolge in provincia di Caserta. Qui è attivo il consorzio NCO (Nuova Cooperazione Organizzata) formato da sei cooperative sociali, che gestisce otto beni confiscati e un bene comune sottratto all’abbandono. Su questi beni insistono oggi un ristorante, due agriturismi con fattoria didattica, un impianto per la trasformazione dei vegetali (che lavora anche per conto di alcune aziende agricole operanti in provincia di Latina), una cantina, un’agenzia di comunicazione e quattro botteghe che vendono al dettaglio i prodotti dei beni confiscati e del commercio equo e solidale. Le cooperative del consorzio NCO hanno come scopo principale la creazione di occasioni di lavoro e di percorsi terapeutici per minori a rischio di esclusione, persone con disagio psichico, ex detenuti ed ex tossicodipendenti.  Il loro percorso è iniziato nel 2004, quando fu nominato responsabile sociosanitario della ASL di Caserta il dottor Franco Rotelli, che aveva partecipato all’esperienza della chiusura del manicomio di Trieste con Franco Basaglia. Ricorda Peppe Pagano, presidente della cooperativa Agropoli <<Non parlava solo di servizi, ma di partecipazione e di cooperazione, non di assistenzialismo. … Ci innamorammo di un pensiero. E andammo a dirgli “Vogliamo fare la cooperativa come dici tu”>>.

Tra le altre storie ambientate nella Terra di Lavoro c’è quella della cioccolateria sociale Dulcis in fundo, collocata nella villa sequestrata a un camorrista di Casal di Principe, promossa dalla cooperativa sociale Davar, nata nella parrocchia di Don Peppe Diana. La cioccolateria impegna ragazzi e adulti disabili nella produzione di dolci di alta qualità, grazie anche alla collaborazione dello chef Nino Cannavale, fondatore dell’Associazione Cuochi Normanni.

Queste sono solo due delle molte esperienze che potrebbero servire da esempio per la valorizzazione dei beni confiscati nel Lazio Meridionale. Durante la presentazione del libro a Sperlonga, lo scorso 7 settembre, Toni Mira ha ricordato due immobili che andrebbero al più presto utilizzati, anche per il loro particolare valore simbolico: a Formia il complesso dell’ex Marina di Castellone, a Sperlonga la villa appartenuta all’avvocato Cipriano Chianese, definito “re delle ecomafie” dal quotidiano Il Messaggero.

Come scrive nella prefazione Federico Cafiero de Rao  <<Passando davanti a una villa confiscata, abbandonata e cadente, …, nessuno penserà al sacrificio e all’impegno di magistratura e polizia giudiziaria nel contrasto all’esercito dei mafiosi e alle loro ricchezze, ma all’incapacità dello Stato di mantenere un bene e convertirlo in favore della collettività. Un’impresa confiscata che chiude è causa di perdita dell’occupazione e, quindi, sottrazione di benessere per il territorio.>>

DALLE MAFIE AI CITTADINI. La nuova vita dei beni confiscati alla criminalità, di Toni Mira e Alessandra Turrisi, prefazione di Federico Cafiero de Raho e Luigi Ciotti, Edizioni San Paolo, Cinisiello Balsamo, 2019.

Via Itri, il mio blog

Via Itri è la strada dove sono nato, a Fondi, in una stanza all’angolo con corso Appio Claudio, dove la Regina Viarum entra nel centro storico. Lungo via Itri si osservano il tratto occidentale delle mura e l’antica sinagoga. La strada è compresa nella parrocchia di Santa Maria, dove si trova la Madonna del Cielo, quella che vuole uscire dalla chiesa solo ogni venticinque anni. All’inizio di corso Appio Claudio si trovava una delle due porte principali, porta Roma, che non esiste più ma da ancora il nome al quartiere. Oggi il quartiere di Porta Roma è una piccola Tor Pignattara, vivace e multiculturale.

Qualche chilometro a ovest, sulla via Appia procedendo verso Roma, si trova il vecchio confine che per secoli ha diviso il Regno di Napoli dallo Stato della Chiesa, attraversato spesso da banditi e briganti.

Questo blog vuole essere variegato come il quartiere di Porta Roma e ama trasgredire i confini come i vagabondi.

La zavardella

La pietanza che commuove lo spietato critico Anton Ego nel film Ratatouille è appunto la ratatouille. Pietanza a base di verdure di stagione, prende vari nomi nelle diverse regioni che si trovano intorno al mediterraneo. Dalle mie parti si chiama zavardella.

Scriverne la ricetta è un controsenso. Pare che qualcuno affermi di prepararla con la ricetta di mia nonna Maria. Chi ha conosciuto nonna Maria sa bene che quasi mai seguiva ricette. Da brava amministratrice della casa e vedova con cinque figli, cucinava con quello che aveva a disposizione. Preparava la zavardella utilizzando sapientemente le verdure di stagione che trovava a prezzi più convenienti sulle bancarelle del mercato in viale Guglielmo Marconi (a pochi passi dalla sua casa all’angolo tra viale della Libertà e via Itri) o quelle che qualcuno le regalava (avendo magari ricevuto al momento giusto una crostata o una zuppa inglese).

Quindi preparate la zavardella con le verdure fresche che avete, magari quelle che sono avanzate, un po’ d’olio e uno spicchio d’aglio. Il bello di questa pietanza è proprio che ogni volta ha sapori diversi.

Slow Food cita la zavardella tra i piatti tipici della cucina del riciclo https://www.slowfood.it/slow-food-day-ecco-la-cucina-del-riciclo/

Presentati (articolo di esempio)

Questo è un articolo di esempio, pubblicato originariamente come parte della Blogging University. Abbonati a uno dei nostri dieci programmi e inizia bene il tuo blog.

Oggi pubblicherai un articolo. Non preoccuparti di come appare il blog. Non preoccuparti se non gli hai ancora dato un nome o ti senti sopraffatto. Devi solo fare clic sul pulsante “Nuovo articolo” e dirci perché sei qui.

Perché lo fai?

  • Perché darà un nuovo contesto ai lettori. Di cosa vuoi parlare? Perché dovrebbero leggere il tuo blog?
  • Perché ti aiuterà a focalizzare le idee e cosa ti piacerebbe realizzare con il tuo blog.

L’articolo può essere breve o lungo, un’introduzione personale alla tua vita o una dichiarazione d’intenti tipica da blog, un manifesto per il futuro o un semplice schema dei tipi di cose che speri di pubblicare.

Per aiutarti a iniziare, ecco alcune domande:

  • Perché stai scrivendo su un blog pubblico, invece di tenere un diario personale?
  • Di quali argomenti pensi che scriverai?
  • Con chi ti piacerebbe connetterti tramite il blog?
  • Se il blog avrà successo nel corso del prossimo anno, quale scopo speri avrai raggiunto?

Non sei incatenato a nessuna di queste cose: uno degli aspetti meravigliosi dei blog è il modo in cui si evolvono costantemente a mano a mano che impariamo, cresciamo e interagiamo con gli altri, ma è bene sapere dove e perché hai iniziato e formulare i tuoi obiettivi potrebbe ispirarti qualche altro articolo.

Non riesci a pensare a come iniziare? Scrivi la prima cosa che ti viene in mente. Anne Lamott, autrice di un libro che amiamo sullo scrivere, dice che devi darti il permesso di scrivere una “prima bozza scadente”. Anne fa esattamente il punto: inizia a scrivere e preoccupati di modificarlo solo in un secondo momento.

Quando sei pronto per pubblicare, assegna al tuo articolo da tre a cinque tag che descrivano il focus del tuo blog: scrivere, fotografia, fiction, genitorialità, cibo, automobili, film, sport, qualsiasi cosa. I tag aiuteranno le persone che si interessano di questi argomenti a trovarti nel Lettore. Assicurati che uno dei tag sia “zerotohero”, in modo che anche altri nuovi blogger possano trovarti.