Padre Fabrizio Valletti nasce a Roma nel 1938, unico maschio con cinque sorelle. Suo padre, preoccupato che Fabrizio venisse troppo coccolato dalle donne di famiglia, a nove anni lo iscrive agli scout.
Da studente di architettura partecipa all’occupazione della facoltà per protestare contro la mancata attuazione del piano regolatore di Roma. Poi decide di farsi prete, aderisce alla Compagnia di Gesù, ottiene la licenza in filosofia presso l’Università Gregoriana e viene mandato Livorno per insegnare nel collegio Francesco Saverio.
«A scuola, da ragazzo, avevo sofferto molto, perciò quando divenni insegnante, affinchè i regazzi che mi sarebbero stati affidati non la prendesseso male quanto me, mi inventai una “scuola fuori dalla scuola”, con aule senza pareti: gli alunni imparavano stando per strada, guardando cose, parlando con le persone, facendo teatro e musica. Tenevo la classe come avrei tenuto un reparto scout.»
In seguito viene inviato a Bologna per occuparsi degli studenti universitari, ma si dedica anche ai detenuti. «Il carcere bolognese della Dozza, …, era pieno di detenuti provenienti dal sud, e da Napoli in particolare … L’occasione di trasferirmi a Scampia si prospettò per me come l’occasione di risalire alla sorgente: sarei andato nel luogo dove queste persone … erano nate e avevano vissuto parte delle loro drammatica esistenza. Avrei potuto vedere dove questi fenomeni insinuano le loro radici e capire di chi fossero le responsabilità»
Per padre Fabrizio si apre la possibilità di applicare anche a questo problema il suo metodo Piedi, cuore, testa, mani: «Partendo dai piedi è possibile incontrare e immergersi nella realtà, per puoi commuoversi con un cuore aperto, soprattutto di fronte alle sofferenze e alle ingiustizie; ecco allora che nella testa fiorisce il desiderio che ci spinge a studiare e progettare processi di cambiamento; con le mani attive, oneste e aperte alla collaborazione si potranno allora attuare progetti efficaci e innovativi.»
Diverse esperienze di padre Fabrizio a fianco dei detenuti e delle loro famiglie hanno avuto esiti drammatici, ma nonostante le difficoltà dell’ambiente carcerario, non mancano iniziative che hanno raggiunto importanti risultati: «… Aldo Bifulco e Ciro Calabrese hanno avviato un progetto per offrire ai detenuti la possibilità di coltivare orti e giardini all’interno del centro penitenziario. Con Sara ed Egidio, appassionati agronomi, che ogni settimana li hanno istruiti e incoraggiati, pure con i detenuti di Secondigliano è stato possibile godere la gioia di vedere crescere ortaggi e piante aromatiche. … per alcuni detenuti è stato possibile sperimentare il valore del lavoro che, soprattutto quando si tratta di lavoro agricolo, ha una forte valenza riabilitativa».
«Un altro obiettivo di grande importanza è formare una coscienza di responsabilità nei cittadini partendo dal quartiere, affinchè si sentano coinvolti in prima persona nell’offrire ai detenuti occasioni di accoglienza per i previsti permessi premio e per le altre misure alternative possibili.»
L’impegno di padre Fabrizio e di tanti altri ha portato a risultati significativi. La cooperativa L’uomo e il legno ha realizzato un laboratorio di falegnameria, dove si impegnano anche giovani detenuti in permesso di lavoro, per imparare un mestiere. Giovanni Maddaloni, padre dell’olimpionico di judo Pino, ha aperto una palestra dove è possibile accedere gratuitamente in caso di bisogno, frequentata anche da bambini con difficoltà di vario tipo e donne che vogliono avere cura del proprio corpo.
I padri gesuiti hanno aperto un centro di formazione professionale dedicato ad Alberto Hurtado, accanto al quale è nato un giardino delle religioni, con alberi che rappresentano la mitologia greca, l’islam, il cristianesimo, l’ebraismo e il buddhismo. «È importante che nei giovani sia viva la passione per la natura, come un gioco, un’avventura, alla scoperta della varietà e delle leggi che ne regolano il corso. Attraverso l’osservazione della crescita delle piante, essi vedono rispecchiato il loro stesso sviluppo e, nella pluralità delle specie, possono cogliere la varietà e la bellezza che richiama alla mente la varietà e la bellezza dell’umanità stessa.»
Nei laboratori del Centro Hurtado di è formata la cooperativa sociale La Roccia, che produce articoli con il marchio fatto@scampia®, intorno alla quale si è formata una rete di sostegno presente in diverse regioni italiane (https://www.fattoascampia.com/).
Un problema particolare è rappresentato dagli insediamenti di famiglie slave e rom, nei campo sorto ai margini del quartiere. Un percorso importante è stato avviato con l’associazione “Chi rom … e chi no“, che ha rivolto l’attenzione in particolare verso donne e bambini e ha portato alla nascita del ristorante Kichù. Qui lavorano insieme donne italiane e donne rom originarie dei balcani, proponendo la cucina napoletana insieme a quella balcanica.
Queste sono solo alcune delle esperienze raccontate nel penultimo capitolo del libro, Ponti verso il futuro.
Nell’ultimo capitolo, Una conclusione che non conclude, padre Fabrizio ci ricorda che «Anche a Scampia si può pensare, si può sognare, si può cercare insieme di vivere nella legalità e nella libertà. Ma queste potenzialità possono attuarsi solo grazie a un impegno comune che, al di là della latitanza dei progetti politici e delle istituzioni, faccia leva sulla capacità di riunire energie oneste e intelligenti, per una presa di coscienza da parte della popolazione cittadina – ma il discorso vale per tutte le periferie – al fine di affermare percorsi di affermazione del diritto allo studio, alla salute e al lavoro per tutti». … «Non sono ancora percepibili cambiamenti strutturali, ma per molti abitanti di Scampia è sbocciata una nuova e cosciente volontà di resistenza (https://viaitri.blog/2021/01/01/resistere-a-scampia/) e di innovazione»
Fabrizio Valletti, Un gesuita a Scampia. Come può rinascere una periferia degradata., Prefazione di Franco Roberti, postfazione di Marco Rossi-Doria, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2017.