Organizza, apprendi et labora. I paradigmi gestionali della Regola Benedettina trasformano le organizzazioni in comunità efficaci.

Sergio Bini, ingegnere edile, ha prestato servizio per molti anni come dirigente nelle Ferrovie dello Stato ed è un decano dell’Associazione Italiana Cultura della Qualità, dove in questo momento dirige la rivista Qualità e presiede AICQ Centro Insulare. Come umbro di adozione è confratello della Venerabile Arciconfraternita dei Santi Benedetto e Scolastica dei Nursini a Roma, di cui è stato priore. Autore di diverse pubblicazioni sull’organizzazione del lavoro e la gestione delle organizzazioni, docente di Gestione delle risorse umane e del benessere organizzativo presso l’università LUMSA di Roma, negli ultimi anni ha dedicato i suoi studi soprattutto alla Regola Benedettina e al monachesimo occidentale.

Pubblicando Organizza, apprendi et labora, scrive Sergio Bini, «ho voluto riportare in modo organico e strutturato le mie personali interpretazioni – sviluppate in chiave olistica e multidimensionale – delle lezioni benedettine e dei “principi” della Regula Benedicti che desidero condividere con i tanti appassionati della “materia”»

Secondo Podestà e Vian (2010) la Regola di Benedetto deriva in gran parte dalla Regola del Maestro, redatta nei primi decenni del VI secolo in Italia Centrale. L’importanza della Regola elaborata nella stessa area geografica «da un legislatore monastico di nome Benedetto» è di aver proposto una sintesi della Regola del Maestro, imperniata, oltre che sulla stabilitas (rimanere nello stesso luogo),

«sul rapporto tra maestro e discepolo caratterizzato dal precetto dell’amore reciproco e delle relazioni fraterne, più che dell’obbedienza e della sottomissione». … «nella sezione finale propria della Regola di Benedetto spicca il capitolo LXII, dedicato allo “zelo buono che i monaci devono avere” stimandosi e obbedendosi a vicenda, sopportando con pazienza le proprie debolezze fisiche e morali, ricercando l’utile non per sé ma per gli altri, praticando con purezza la carità fraterna e non anteponendo nulla a Cristo.»

Nel paragrafo 5.3, La guida è affidata alla leadership di persone scelte dalla comunità, Sergio Bini evidenzia che secondo Benedetto è indispensabile che l’abate «detesti i vizi ma ami i fratelli» e nel correggere «agisca con prudenza e senza eccessi, perché volendo raschiare troppo la ruggine non gli capiti di rompere il vaso».

«San Benedetto, nel suo modello di conduzione dell’organizzazione della comunità monastica, vuole che l’Abate si debba liberare dall’orgoglio di dirigere una comunità di grande fama e che, invece, presti la massima attenzione al singolo – da rispettare con tutte le sue debolezze – e se ne occupi come un buon pastore. In questo modo, mentre segue il singolo (nelle sue debolezze) potrà conoscere meglio anche le proprie e troverà il modo per combatterle».

La capacità di ascolto e l’attenzione verso l’unicità di ciascuna persona, mi sembra rendano l’abate benedettino un modello della servant leadership, come definita da R.K. Greenleaf.

Per non rendere troppo lunga questa nota, tralascio altri aspetti della Regola esposti e commentati nel libro di Sergio Bini, come il valore dato al lavoro e allo studio oltre che alla preghiera («ora, lege et labora» dovrebbe essere l’autentico motto benedettino secondo Bini) e al silenzio, l’organizzazione interna dei monasteri con il sistema delle deleghe, i rapporti con ciò che è esterno al monastero ecc.

Non posso fare a meno però di un richiamo all’humilitas, tradotta in umiltà in modo troppo sbrigativo secondo Bini. L’autore ci ricorda che humilitas, come homo e humanus, deriva dal latino humus, ovvero terra. Solo con il cristianesimo l’humilitas acquista un significato positivo.

«Essere umili, nel senso cristiano della parola, significa seguire Cristo umile ed identificarsi con Lui umile, cercando, cioè, di imitarlo nella sua umiliazione vissuta fino alla morte in croce, per compiere la volontà del Padre.

È proprio per questo che il monachesimo. fin dalle origini, ha riconosciuto nell’umiltà uno dei valori fondamentali ed un ruolo cruciale».

Secondo Madre Joan Crittister, priora di un monastero benedettino negli USA, citata da Bini:

«l’umiltà benedettina libera lo spirito, non lo abbatte … è il collante dei nostri rapporti umani; è la base della comunità, della famiglia, dell’amicizia e dell’amore. L’umiltà proviene dal fatto che ciascuno capisce quale sia il posto occupato nell’universo».

Bini indica come esempio di vita improntata all’umiltà benedettina quella di Celestino V, che visse il proprio pontificato da “servo dei servi di Dio”, come voleva Gregorio Magno, e si svestì «dei simboli pontificali per rivestirsi con il suo vecchio saio di monaco eremita».

Mi sembrano un esempio significativo di umiltà anche le dimissioni di papa Benedetto XVI, che ha lasciato il suo ruolo nel momento in cui non si sentiva più in grado di svolgerlo in modo adeguato, nonostante avesse numerosi adulatori, probabilmente soprattutto al di fuori della Chiesa. Scegliendo come nome Benedetto, il pontefice da poco deceduto forse aveva voluto fare riferimento anche all’umiltà.

Sergio Bini, Organizza, apprendi et labora. SI paradigmi gestionali della Regola Benedettina trasformano le organizzazioni in comunità efficaci, Gambini editore, Attigliano (TR), 2022.

Nella foto: Episodio della vita di San Benedetto, da un affresco presso il monastero di San Magno a Fondi.

RIFERIMENTI

Potestà G.L.. Vian G., Storia del cristianesimo, Il Mulino, Bologna, 2010.

Per la servant leadership: Cinquegrani R., La cultura della qualità come strumento per l’esercizio della Leadership nelle Università e Facoltà ecclesiastiche: la logica di un servizio in costante aggiornamento, in Educatio catholica – Educational leadership, Anno VII, 3-4, 2021.

di Massimo Leone

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