Un compagno agricoltore di Santa Severina, nel Marchesato di Crotone, mi raccontò anni fa che era stato ospite più volte di un vecchio dirigente comunista, in un’azienda agricola dalle parti di Latina. Persona di grandissima cultura, il vecchio dirigente lo aveva coinvolto in lunghe e interessanti conversazioni notturne. Grazie a Piero Di Siena ho scoperto che si trattava di Michele Mancino, al quale è dedicato uno dei ricordi raccolti nel suo libro Nel Pci del Mezzogiorno (https://viaitri.blog/2022/11/22/nel-pci-del-mezzogiorno/).
Nato a Genzano di Lucania nel 1896 in una famiglia contadina, Mancino lavorò da bracciante agricolo e divenne, tornato dalla Grande Guerra, organizzatore bracciantile e costitutore del Pci clandestino «Negli anni Venti, mentre il fascismo cominciava a rafforzare le sue radici anche nelle zone più remote del Mezzogiorno, girava a piedi tra i comuni della zona nord della Basilicata (la sua Genzano, Acerenza, Lavello, Melfi) … costituendo i primi nuclei clandestini del partito comunista e distribuendo le tessere che egli stesso andava a ritirare a Napoli in via Trinità degli Spagnoli, dove nel 1924 Bordiga lo nomina sul campo segretario della federazione di Basilicata.» Condannato dal Tribunale speciale, rimase in carcere del 1928 al 1932.
Dopo la caduta del fascismo, racconta Di Siena, Mancino si dedica in particolare ai contadini poveri dell’Appennino, da Potenza ai confini della Calabria, e «si parte da Potenza per settimane intere, percorre quasi sempre a piedi le distanze che separano i vari comuni spesso inerpicati sulle cime delle montagne. … Quel contadino come loro che gira di paese in paese non solo insegna il modo di organizzarsi per far valere i loro diritti, ma allarga la mente, parlando di un mondo che andava oltre i confini della loro esperienza: Togliatti che è tornato dall’Unione sovietica, per costruire un partito di massa che sia strumento di emancipazione anche per i contadini del sud, la ricostruzione della democrazia in Italia e il ruolo che in essa sarebbe spettato alle masse popolari.»
Nel corso della campagna elettorale per la Costituente, a Senise, per la chiusura la Dc, racconta Mancino, “aveva fatto venire un professore universitario da Napoli che si era prodotto in una lunga e dotta confutazione del marxismo. La sera successiva parlai quattro ore, smontando a uno a uno gli argomenti del professore, a partire dalla polemica tra Labriola e Croce. Il giorno dopo un agrario del luogo chiese di parlarmi per complimentarsi del mio comizio ma anche per dirmi che non credeva che fossi un bracciante, ma che questo era solo un inganno del mio partito, perchè le cose di cui avevo parlato si potevano imparare solo all’università”. L’università di Mancino era stata in realtà il carcere di Viterbo, che fu, nei sui ricordi raccolti da Piero Di Siena, «un’esperienza di primordine, a contatto quotidiano con uomini del calibro di Sereni e Spano. Erano giorni di letture intense – da Bacone a Croce, da Kant a Hegel – di discussioni appassionate su temi teorici, come la teoria del plusvalore, e questioni politiche, come l’espulsione di Trockij …». Tra i compagni di carcere Mancino ricorda anche il “padre dell’idea moderna di Europa, Altiero Spinelli”.
Dopo aver ricoperto importanti incarichi nel Pci ed essere stato senatore dal 1953 al 1963, Mancino acquistò un podere a Borgo Sabotino e divenne agricoltore, affiancando a questa attività quella di memorialista.
Oggi conduce l’azienda suo figlio, Tonino Mancino, impegnato nei movimenti per la tutela dei beni comuni e dei diritti dei contadini, oltre che militante politico, attualmente in Sinistra Italiana (qui l’ho incontrato, nel forum regionale sull’agricoltura del Lazio).
Piero Di Siena, Nel Pci del Mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria, caliceEditori, Rionero al Vulture, 2013.
La foto rappresenta il vivaio delle piante orticole di Tonino Mancino, a Borgo Sabotino (condivisa senza autorizzazione del legittimo titolare dei diritti).
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