Dove ricomincia la città

Dopo il libro dedicato prevalentemente alla aree rurali italiane (https://viaitri.blog/2020/11/13/litalia-che-non-ci-sta-viaggio-in-un-paese-diverso/) del 2019, Francesco Erbani ha pubblicato quest’anno una raccolta di reportage dedicati alle periferie delle città.

<<Sono andato a Scampia e a Tor Bella Monaca>> scrive Erbani <<non per cercare spacciatori o bande che bruciano campi rom, ma con l’intenzione di toccare con mano quel che da tempo arriva sotto forma di brusìo e che spesso resta tale, cioè storie diverse, di persone, di gruppi, di associazioni che non soccombono di fronte alle disuguaglianze che crescono, all’istruzione negata, all’emarginazione di chi viene da fuori.>>

L’autore vuole conservare il ruolo del cronista, lasciando ad altri il compito di elaborare teorie, ma non può fare a meno di esporre una lettura politica:

«Lette queste esperenze in chiave strettamente politica, si riesce a vedere in esse l’embrione di uno schieramento sociale e culturale che può dare linfa a un nuovo fronte progressista e di sinistra, se non addirttura a una rifondazione di parti consistenti della sinistra, ancora affetta da miopia o da calcoli di corto profilo nell’osservare questi luoghi e in generale incapace di riconoscere a quali strati della società dare ascolto e rappresentanza una volta che si sono ridotti o cambiati i tradizionali ceti di riferimento».

Erbani avverte però che la retorica con cui si descrivono le periferie urbane unicamente come luogo della rabbia e dell’insicurezza non deve essere sostituita da una retorica opposta, sottovalutando le sofferenze reali. Il crescente divario tra le condizioni di vita che si riscontrano cambiando quartiere all’interno di una città generano una sofferenza che

«può essere alleviata solo adottando politiche pubbliche, locali e nazionali, che investano la città, la quale nel suo insieme contiene tante più periferie di quante non si sia disposti a riconoscere, e che siano ispirate, queste politiche, all’idea di abbattere le disuguaglianze non solo di reddito.».

«… il Covid-19 ha fatto riflettere sul’uso degli spazi liberi, pubblici o privati che siano, dei vuoti che si spalancano in un quartiere quando un’azienda dismette le produzioni o quando un palazzo viene abbandonato da chi lo abitava o ci lavorava … Sono i luoghi in cui si manifesta con più evidenza il disagio di un quartiere … ma contemporaneamente quelli nei quali sono contenute in potenza le occasioni di cui le periferie hanno bisogno. Da quei luoghi, da chi quegli spazi già li rende utili .. giungono molte sollecitazioni ad amministratori politici e non meritano di restare inascoltate».

Il viaggio di Francesco Erbani parte dalle <<periferie d’autore>> di Roma, Laurentino 38, Tor Bella Monaca e Corviale, prosegue verso sud per raggiungere il quartiere di San Berillio a Catania (che non è periferia in senso topografico perchè si trova nel centro storico di Catania), volge poi a nord per raggiungere aree di declino industriale, Marghera a Venezia e Barriera di Milano a Torino, infine torna a sud, nella sua Napoli, dove nel quartiere di Scampia incontra padre Fabrizio Valletti (https://viaitri.blog/2021/09/19/un-gesuita-a-scampia-come-puo-rinascere-una-periferia-degradata/).

Il primo capitolo del libro, Appunti per iniziare a leggere, offre riflessioni molto interessanti sulla città di Roma, con le sue diverse periferie. Provo a presentarne un riassunto.

Usciti dal centro storico si incontrano quartieri un tempo periferici, la periferia storica, come Tuscolano, Prenestino, viale Marconi, Pietralata. Questi quartieri

«Hanno una personalità codificata in termini urbanistici, ma anche politici e sociali, conservano una certa densità abitativa, dunque uno spirito comunitario ancora palpabile e non hanno smesso del tutto di votare a sinistra. … molti di coloro che lì abitano non pensano di risiedere né in una periferia storica né in una periferia tout court». … «…. al loro interno hanno sviluppato piccoli centri, hanno avviato attività che attraggono persone da altri quartieri, persino da quel centro storico, e quindi dal centro storico o da altre zone residenziali dipendono sempre meno.»

Si trova poi una periferia particolare, quella abusiva, dove abitavano, secondo il censimento del 2001, circa 950.000 cittadini romani:

«Da un lato la costruzione abusiva continua a essere il prodotto del disagio di chi non riesce né ad affittare nè tantomeno a comprare appartamenti nei quartieri di nuova edificazione. E tante immagini restituiscono il capofamiglia approdato alla Capitale da un borgo abruzzese o da un latifondo pugliese che tira su la casa per se e per i figli mattone su mattone. Dall’altro intorno all’abusivismo si fonda un’industria illegale, che comincia con l’acquisto delle aree, prosegue con la loro divisione in lotti, e quindi con la costruzione di un edificio di più piani. Con il passare degli anni questo secondo aspetto prende il sopravvento …. così sorgono in zone paesaggisticamente di pregio interi comprensori abusivi composti da palazzine a schiera e da ville con giardino e piscina».

«Secondo Carlo Cellamare, un urbanista che insegna all’università La Sapienza, oltre un terzo di quel che è costruito a Roma è di origine abusiva. …. E’ periferia allo stato puro, ne riassume alcuni tratti somatici: più che essere caratterizzati dal mantenere una notevole distanza dal centro, questi insediamenti non dispongono di tanti elementi essenziali perchè possano dirsi parti di un organismo urbano. …. E’ dunque periferia per eccellenza la Roma abusiva, inchiodata a una imperitura condizone di marginalità, se non di estraneità non solo fisica, che riabilita il proprio senso di esclusione in un geloso e orgoglioso sottrarsi alle regole.»

Un’altra componente dalla perferia è rappresentata dai quartieri di edilizia residenziale pubblica:

«Oggi a Roma i quartieri di edilizia residennziale pubblica si estendono su 3.500 ettari. Poco più di un quarto della superficie occupata dalla costruzioni abusive. Gli alloggi sono circa 80.000 e sono abitati orientativamente da 180.000 romani.» mentre secondo l’urbanista Giancarlo Storto «sono circa 57.000 le famiglie in sofferenza e 13.000 quelle in graduatoria e in attesa di ottenere una casa popolare».

«… l’uniformità dei toni usati per descrivere questi quartieri, sempre destinati alle pagine di cronaca nera … lascia inesplorato o appena vagamente percepito il dettaglio de tanti fattori di sofferenza, il tono e il livello delle disuguaglianze il cui accertamento puntuale sarebbe invece il primo passo per provare a farvi argine. Tra questi basti citarne due … Il primo riguarda l’accesso all’istruzione: nei quartieri di edilizia pubblica romana i laureati sono poco più del 4% rispetto al 20 dell’intera popolazione cittadina, già di per se assai bassa, i diplomati il 22,5 contro il 36, mentre quelli che non vanno oltre la licenza elementare sono il 25 a fronte del 14. Il secondo si riferisce alla disoccupazione, il cui tasso raggiunge il 19% pari ad doppio della media romana, il 9,5»

Quella che è cresciuta di più in temp recenti, soprattutto prima della crisi esplosa nel 2008, è l’altra periferia:

«… compessi di edilizia privata, comprensori di ville, grumi di villette. Quest’ultima è una Roma dispersa, sbriciolata, solitaria e individualista, cui manca la densità necessaria per poetersi dire città e si ripopola di sera, al ritorno dal lavoro, e di mattina è svuotata.»

Nella città di Roma insistono «… una periferia diseredata, che soffre acuto disagio sociale, e una periferia dei ricchi, che la distanza se la sono cercata e la contivano con ostinazione» …

«In mezzo ai due estremi sociali c’è una periferia del ceto medio, borghese e piccolo borghese, composta di famiglie di una sola persona o di una giovane coppia. Sono arrivate qui spinte dai prezzi più accessibili, dalla facilità con cui un tempo si otenevano i mutui, attratte dagli allettanti depliant, dalle parole suadenti degli agenti immobiliari, abbagliati dalle dotazioni condominiali, dagli slogan sulla sostenibilità, sul verde e sulla natura.»

Un aspetto che accomuna molte parti delle diverse periferie è quello demografico, qui abita la Roma più giovane.

«… la percentuale di ragazzi fra 0 e 14 anni cresce a ridosso e soprattutto oltre il Grande Raccordo Anulare. Su 155 zone urbanistiche in cui è diviso il territorio della Capitale, 48 hanno una quota di 0-14 enni superiore al 15%. Ebbene quasi tutte queste 48 zone urbanistiche sono fuori dal Gra. Basta un giro rapido all’estremo est di Roma per trovare a Sant’Alessandro un 23,5% di 0-14 enni, a Barcaccia un 22, ad Acqua Vergine un 19,2, a San Vittorino un 19.

Ma negli ultimi decenni si è soprattutto sovraccaricato il territorio che fa da corona alla città consolidata di insediamenti soltanto residenziali, senza le adeguate infrastrutture, senza il supporto necessario a far crescere nel migliore dei modi quei bambini.»

A cavallo del 2000 sono state inserite nel piano regolatore di Roma le centralità, in aree lontane dal centro si sarebbero dovuti trasferire funzioni pregiate per decongestionare le aree centrali e qualificare quelle periferiche. «Nella pratica l’operazione si è risolta raggrupando edifici per abitazione intorno a un centro commerciale» … «I servizi non sono mai arrivati, pochi gli uffici, scarsi i mezzi pubblici» … «A Bufalotta, dove il 17% della popolazione ha fra 0 e 14 anni, non c’è una scuola. Nelle vicinanze di Ponte di Nona ci sono un istituto comprensivo … e un istituto tecnico».

Nei primi anni Duemila, infine, si sono sviluppate le ultime iniziative di edilizia pubblica, quella agevolata, cioè realizzata da privat in regime di convenzione con la pubblica amministrazione.

Spesso «… le imprese costruvano subito le cas» ma «non riuscivano a completare le opere d urbanizzazione primaria o neanche le avviavano.» … «Non parliamo delle opere di urbanizzazione secondaria, come scuole e mercati rionali. Una situazione disperante: da Castelverde a Monte Stallonara e poi Torresina, Pian Saccoccia, Tor Cervara, Colle Fiorito, Ponte Galeria, Osteria del Curato

Il racconto delle periferie di Roma, Catania, Venezia, Torino e Napoli che ci offre Francesco Erbani al termine del suo viaggio è sicuramente utile a contrastare, come vuole l’autore «Le immagini stereotipate» che «non consentono di toccare con mano le disuguaglianza montanti, sviano lo sguardo dai drammi che affliggono tante parti delle cità e da chi si batte per fronteggiarli».

Francesco Erbani, Dove ricomincia la città. L’Italia delle periferie. Reportage dai luoghi dove si costruisce un paese diverso. Manni Editori, 2021

La foto è stata scattata a Tore Angela, sullo sfondo si vedono le torri di Tor Bella Monaca (Roma).

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